Scarp Maggio
Lavorare non basta più

Tra il popolo dei sommersi non basta più lavorare per vivere. Come Luisa, costretta a lavorare in tre diverse imprese di pulizia per portare a casa un salario appena sufficiente ad arrivare a fine mese. O Giovanna, insegnante precaria che, in assenza di chiamate, si barcamena come cameriera e badante. Colpa della crisi ma anche del comportamento di alcune aziende che hanno sfruttato l’occasione per rilanciare al ribasso. Sono molte le persone costrette a mettere insieme due o tre contratti con sedicenti cooperative per portare a casa uno stipendio decente. In Italia sarebbero circa 6 milioni le persone che si devono dividere su più lavori anche se molte, costrette ad accettare un contratto in nero, sfuggono alle statistiche.

di Francesco Chiavarini

“Vivere per lavorare o lavorare per vivere?” cantano Lo Stato sociale, secondi a Sanremo, primi nelle classifiche per molte settimane quest’anno dopo il 68° Festival della canzone italiana. Magari avessero ragione gli istrionici cantautori bolognesi, con il loro fortunato singolo Una vita in vacanza, sberleffo ad un Paese dove il lavoro ha perso ogni valore per cui tanto vale rinunciarvi. I segnali che arrivano dal mondo di sotto raccontano un’altra storia. Tra il popolo dei sommersi da un pezzo non basta più lavorare per vivere. Chi è stato colpito dalla crisi, se gli è andata bene, è riuscito a ritrovare un lavoro, ma solo per qualche mese all’anno o per qualche mezza giornata alla settimana. Spesso ha dovuto accettare un contratto pirata che aggira i minimi salariali. E dovendosi accontentare di poche ore, e il più delle volte malpagate, per arrivare alla fine del mese si è trovato costretto a mettersi in coda alle mense della Caritas, a cercare più di un datore di lavoro, ad offrire le proprie prestazioni professionali in nero. Addetta alla pulizie di giorno e di sera cameriera. Centralinista durante la settimana e aiutante meccanico nel weekend per i lavoretti extra in autofficina. Due, tre contratti con sedicenti cooperative, perché uno da solo, ma anche due non bastano più per portare a casa uno stipendio decente. A bene vedere la vita in vacanza non è stata affatto una liberazione. E di cantarla c’è poca voglia.


Quanti sono

I woorking poors, (lavoratori poveri) sono un fenomeno esploso con la crisi economica, non solo in Italia ma in tutta Europa. Secondo Eurostat sono il 9% della popolazione italiana: più o meno 6 milioni di persone. Il dato relativo al 2017 è l’ultimo disponibile ed è in linea con quello registrato nella zona Euro (dove la quota si attesta all’8%). Rispetto agli altri Paesi europei, tuttavia, l’Italia è tra quelli nei quali si è assistito ad un maggiore incremento negli ultimi anni. Stando allo studio In-work poverty, pubblicato da Eurofound, tra il 2007 e il 2014, i lavoratori poveri sono aumenti di 6,3 punti percentuali in Italia, del 5,3 in Spagna, di 5,2 a Cipro. Se si guarda poi non alla condizione del singolo lavoratore ma al suo intero nucleo familiare, la situazione appare ancora più grave. Caritas Italiana in Futuro Anteriore (aggiornato al 2017), stima che tra le famiglie in cui la persona di riferimento risulta occupata come operaio o assimilato l’incidenza della povertà è pari al 12,6% mentre negli anni pre-crisi si attestava appena all’1,7%.


Chi sono

Come nel resto d’Europa anche in Italia i lavoratori più esposti al rischio di povertà sono quelli meno istruiti e meno qualificati (tra chi ha la licenza media l’incidenza supera il 20%), ma non è affatto irrilevante la quota di persone con titoli di studio universitari (intorno al 5%), sempre secondo il già citato studio di Eurofound. I working poors sono molto diffusi anche tra i cosiddetti lavoratori part time involontari arrivati nell’ultimo trimestre del 2017 a rappresentare l’11% della forza lavoro, secondo l’Istat. Figli ultimogeniti della lunga crisi economica, appartengono a questa categoria: si sono visti ridurre l’orario di lavoro a causa della cassa integrazione o hanno trovato un altro posto di lavoro ma a metà tempo. Una categoria trasversale ai settori, alle qualifiche, all’età che comprende tanto il giovane grafico precario dell’agenzia pubblicitaria coi conti in rosso, quanto l’operaia della fabbrica che ha chiuso i battenti e che si è dovuta riciclare come cassiera al centro commerciale. Sono poi woorking poors i lavoratori in nero, specificità tutta italiana dove la cosiddetta economia non osservata per l’Istat rappresenta il 14% del Pil. Qui la statistica non ci viene più in soccorso. E non aiuta a comprendere nemmeno l’osservazione diretta degli operatori dei servizi sociali sia pubblici che privati. Per una semplice e ovvia ragione. Il disoccupato o il sottoccupato che nel frattempo per tirare a campare si arrangia con un po’ di nero certo non lo va a raccontare né al volontario della Caritas, nè tanto meno all’assistente sociale, esponendosi al rischio di perdere aiuti di cui comunque ha bisogno. Secondo gli analisti politici i lavoratori poveri sarebbero la base elettorale del Movimento 5 stelle che alle ultime elezioni ha promesso il reddito di cittadinanza, cioè un contributo economico per tutti coloro che si trovano sotto la soglia di povertà, concesso incondizionatamente, quasi per diritto di nascita. Ipotesi irrealistica (nessun Paese è così generoso salvo l’Alaska, poco popolosa e con abbondanti risorse petrolifere) e per certi versi persino eversiva. Tanto che lo stesso Movimento nella modalità governativa assunta all’indomani del successo elettorale, ha fatto marcia indietro, proponendo una misura che non si discosta poi molto dal Reddito di inclusione varato dal governo Gentiloni, un contributo destinato ad una platea di cittadini molto più ristretta ed elargito in vista di un reinserimento nel mondo del lavoro.


Ripartire dai diritti

C’è chi, invece, come il Partito democratico, ha rispolverato un vecchio strumento molto in voga nelle socialdemocrazie di un tempo, il salario minimo. Tuttavia, l’economista Andrea Garnero in un articolo su Lavoce.info fa notare che nel nostro Paese il salario minimo esiste già, è persino più alto che in Francia e in Germania, è previsto nei contratti nazionali di lavoro ma le imprese hanno nel tempo escogitato molto modi per aggirarlo. Tra questi escamotage ci sono i contratti pirata firmati da datori di lavoro con sindacati fasulli. Secondo il Cnel ce ne sarebbero 868. Una selva inestricabile o oscura in cui si sono smarriti i diritti dei lavoratori. Forse per poter vivere lavorando e scegliere di andare in vacanza non essendoci costretti bisognerebbe ripartire da qui. Ritrovare la via dei diritti. Semplificando, controllando, ed infine punendo chi trasgredisce le regole.

 
 

 

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