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Isabella, l’Indiana Jones degli alberi

La biodiversità è un’assicurazione per il nostro futuro. In questo momento l’agricoltura, così semplificata e impoverita di varietà, si affida a un grande apporto della chimica: la diversità era, invece, un’ottima garanzia perché le varietà selezionate nei secoli erano le migliori per quei specifici territori.

di Alberto Rizzardi

«Perdere il passato significa perdere il futuro»: a dirlo l’architetto cinese Wang Shu, che nel 2012 si portò a casa il Prizker Price, una sorta di Nobel dell’architettura, grazie alla sua ricerca sull’attualizzazione e sulla sopravvivenza delle tecniche costruttive e della cultura architettonica cinese. Qui non parliamo, però, di architettura ma di frutti (dimenticati) della terra: parliamo di Isabella Dalla Ragione, l’Indiana Jones degli alberi. Isabella è agronoma, anzi, archeologa arborea. Più che di lavoro, però, bisognerebbe parlare di passione, quasi di missione . «Ero un po’ strampalata – confida – mentre tutte le bambine volevano fare le parrucchiere o le ballerine, io da piccola volevo fare la guardaboschi; poi, siccome all’Università di Perugia non c’era Scienze forestali, ho optato per Scienze agrarie, ma ho comunque mantenuto in parte fede alla mia promessa». Ha fatto un po’ di tutto da giovane Isabella, pure l’attrice, sull’esempio di suo padre, Livio, scomparso dieci anni fa, che nella vita era stato, tra l’altro, partigiano pluridecorato. Da lui Isabella ha ereditato la passione per la terra, diventando una dei maggiori esperti di piante e frutti antichi. Questo fa un’archeologa arborea: va a caccia di frutti, ma non quelli che siamo abituati a conoscere, quelli dimenticati, che facevano parte del nostro tessuto e della nostra storia, salvo poi scomparire sotto il peso dell’agricoltura seriale e della produzione industriale, ma anche di una certa tendenza moderna a chiudere in un cassetto il passato, quasi rigettandolo.


Una ricerca attenta

La sua è ricerca fisica, fatta sporcandosi le mani e girando da mattina a sera nei campi ma anche ricerca culturale, fatta raccogliendo testimonianze, spulciando archivi, leggendo vecchi manuali latini di agricoltura o scrutando i quadri rinascimentali. Così sono stati riportati in vita il fico rondinino, quello permaloso e il fiorone dei frati zoccolanti, la susina scoscimonaca e la pera marzola, la mela “a muso di bue”, la pesca sanguinella e la ciliegia limona, che sembrano maschere di Carnevale o personaggi delle favole di Rodari, ma sono, invece, parte di noi, del nostro essere, di un’unicità colpevolmente dimenticata. Isabella gira tutto il mondo per fare consulenze, tenere conferenze e ricevere riconoscimenti, ultimo in ordine di tempo il Premio Nonino, sezione Risit d’aur, dedicato alla civiltà contadina. Nella tenuta di famiglia di San Lorenzo di Lerchi, poco fuori Città di Castello, nel Perugino, coltiva alberi da frutto che molti davano per estinti. Isabella li ha invece recuperati e, per poterli mantenere, ha creato assieme ad altri la Fondazione Archeologia arborea, facendo adottare gli alberi a persone sensibili alle colture biologiche e alla sopravvivenza delle specie arboree. «Con piccole donazioni s’impegnano a farli crescere – racconta – e a volte li vengono anche a trovare per vedere come stanno e per assaggiare la frutta». Nell’incantevole archeo frutteto da collezione passano anche, per lavoro o per piacere, i divi di Hollywood, come Bill Pullman o Gerard Depardieu, che ha adottato la pera briaca (non poteva essere altrimenti). È un’operazione culturale, ma non solo: «Culturale e colturale – precisa Dalla Ragione – con tante sfaccettature e valenze. I frutti sono solo la punta dell’iceberg: sotto ci sono territori, tradizioni, storie e saperi locali della tradizione rurale contadina che hanno uno straordinario valore e che è delittuoso perdere. Queste varietà rappresentano una biodiversità importante per la nostra sicurezza alimentare: sono un’assicurazione per il nostro futuro. In questo momento l’agricoltura, così semplificata e impoverita di varietà, si affida a un grande apporto della chimica: la diversità era, invece, un’ottima garanzia perché le varietà selezionate nei secoli erano le migliori di quegli specifici territori in cui venivano coltivate e, quindi, più resistenti».


Tornare alla terra

Un passo indietro, a buone pratiche agricole, è ancora possibile? «Non è solo una speranza, è una necessità: l’agricoltura attuale, industriale e di rapina, non è più sostenibile dal punto di vista ambientale. Tornare indietro non si può ma è fondamentale ritornare anche a una piccola agricoltura, più familiare e locale: possono coesistere, non si escludono a vicenda. Sarebbe importante anche per riappropriarsi delle conoscenze: un tempo tutti sapevano quando fosse la stagione di un determinato frutto. Oggi non si sa più nulla». Un messaggio rivolto ai giovani visto che si parla tanto di un loro ritorno alla terra. «Un ritorno che è al momento più auspicato che reale – afferma Isabella –. Quello che manca è il legame proprio con il passato, con la stratificazione storica dei territori, con le radici. Poco importa: se c’è la voglia, si ricreeranno nuove radici».


Info archeologiaarborea.org

 
 

 

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