Scarp Maggio
Intraprendenti di ritorno

Viaggio in Albania, sulle tracce dei rimpatriati di successo. Ma l’Italia applica male lo strumento dei ritorni assistiti verso i paesi d’origine. Manca, in realtà, una gestione di sistema dei flussi migratori.

di Ettore Sutti e Paolo Riva

Tornare. Per ricominciare. Non da sconfitti, nemmeno da perdenti. Ma con la voglia e la forza di fare impresa e creare ricchezza, per sé, la propria famiglia, il proprio territorio, mettendo mettendo a frutto le competenze e il capitale accumulati nel periodo passato lontano da casa. Sono sempre di più gli stranieri che, dopo anni in Italia, decidono di tornare nel paese d’origine per cercare di rifarsi una vita. E tantissimi ce la fanno, soprattutto quelli che provengono da zone in cui esiste un contesto economico favorevole. Tante le storie di “successo” tra i emigranti di ritorno, propellenti di sviluppo per le economie locali. Sempre di più, tra l’altro, sono coloro che decidono di fare da sé, tornando in modo autonomo, senza ricorrere alla misura ufficiale, codificata dall’Europa e gestita dai governi nazionali: il “Ritorno volontario assistito” (Rva). Il Rva prevede, sulla carta, una lunga filiera burocratica e progettuale e un’ampia rete sociale in grado di sostenere il migrante dalla partenza fino al reinserimento nella società d’origine. «La rete Rirva (Rete italiana per il ritorno volontario, che raccoglie decine di associazioni) – spiega Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas Italiana – supporta i migranti irregolari o vulnerabili. A loro, spesso, vengono offerti il costo del viaggio e un pocket money, non molto altro. Si tratta di un’opportunità reale, questo nessuno lo nega, ma c’è anche tanta fanfara intorno allo strumento, perché, alla fine, per chi torna le possibilità sono poche. E i numeri complessivi sono esigui». Numeri esigui? Lo confermano i dati. Nel quinquennio 2008-2013 i progetti di Ritorno volontario assistito dall’Italia, finanziati dal Fondo europeo rimpatri, hanno coinvolto 2.204 persone. I primi dieci paesi destinatari dei ritorni sono, nell’ordine, Ecuador, Tunisia, Marocco, Perù, Brasile, Nigeria, Bangladesh, Ghana, Iraq e Bolivia. Quasi mille migranti hanno lasciato Lazio (primo) e Lombardia, poi Emilia, Piemonte e Veneto. Oggi il ritorno volontario è un’opzione di cui può avvalersi solo il migrante in condizione irregolare o di particolare vulnerabilità. La stessa opportunità non viene invece riconosciuta a coloro che, risiedendo regolarmente, decidono di rientrare nel paese di origine. In questo modo si svilisce il potenziale che la misura dimostra di avere nei processi di sviluppo e internazionalizzazione economica con i paesi terzi. «Il rischio è registrare un’altra occasione persa – continua Forti – , anche a causa di una politica nazionale che in questi anni ha dimostrato molta confusione sul tema. Basti pensare al fatto che solo un quattro anni fa i programmi di ritorno volontario non potevano essere impiegati per cittadini stranieri in posizione irregolare, ovvero gli stessi che oggi rappresentano gli unici beneficiari. E ciò avveniva in evidente contrasto con quanto indicato dalle direttive comunitarie. Questo orientamento era stato il motivo per cui alcune organizzazioni (Caritas in testa) uscirono dal precedente progetto Nirva». In questi anni si è assistito a un utilizzo del Rva a tratti fantasioso, come quando si è creduto di gestire l’eccezionale afflusso di profughi provenienti dal Nord Africa, nel corso del 2011, anche attraverso un incentivo economico di 200 euro per il rientro volontario nei paesi di origine. Insomma, si è utilizzato il Rva non solo in maniera non adeguata, ma spesso anche errata. E ciò è accaduto nonostante il lavoro di molte organizzazioni che sul tema hanno operato con continuità e competenza. «L’orientamento dei governi sul tema – conferma Forti – è stato ondivago, molto legato agli umori politici dei ministri in carica. Sicuramente la situazione attuale è un passo avanti rispetto al passato, ma si potrebbe fare di più, magari facendo diventare il rimpatrio volontario uno strumento per evitare che alcuni migranti cadano in una situazione di irregolarità». In ogni caso non è attraverso uno strumento come questo che si può gestire il fenomeno migratorio. Anche perchè va declinato in contesti assai diversi. Un conto è tornare in America Latina, un altro nell’Africa subsahariana. Nel primo caso, il contesto è credibile; nel secondo, troppe volte no.

I sudamericani tornano di più
Chi ha usufruito maggiormente dei rimpatri assistiti, finora, sono dunque i paesi sudamericani e altri che sono fonte d’emigrazione storica verso l’Italia, come Marocco e Tunisia. Molto più difficili gli interventi verso l’Africa subsahariana o il Corno d’Africa. Gli esempi non mancano anche in questo caso, ma non si tratta solo di pagare il biglietto aereo. «Verso la Nigeria, Caritas Italiana ha attivato il progetto Slave no more: l’intervento ha costi relativamente alti, ma ottiene risultati. Riguarda donne che sono state oggetto di tratta a scopi sessuali, spesso molto vulnerabili. Certo, per numeri più ampi, bisognerebbe chiedersi se non vale la pena investire le stesse risorse in seri progetti di inclusione in Italia. In realtà, sarebbe un ragionamento di sistema sulla gestione dell’immigrazione quello che andrebbe fatto; all’interno di questa cornice, bisognerebbe inserire anche il dettaglio dei rimpatri assistiti». In effetti i rimpatri aumentano, ma non in maniera così significativa come la crisi economica potrebbe far credere. Il rapporto di Caritas Italiana Tra crisi e diritti umani dimostra in effetti che gli immigrati sono “resilienti” e si adattano al mutare dei contesti economici e sociali, anche sotto la pressione della crisi. «Però il tema dei rientri rimane politicamente allettante. Anche a livello comunitario – prosegue Forti –. Viene visto come soluzione di molti problemi, come un passo nella direzione di quell’immigrazione circolare che dovrebbe vedere nell’Europa un punto di passaggio periodico, e non definitivo, di molti extracomunitari. Si tratta, però, di un obiettivo non raggiungibile in tempi brevi». Insomma, bisogna distinguere. L’Albania, per esempio, è un paese adatto per i ritorni: «Ci sono stati investimenti – osserva Forti –, la distanza è limitata e l’idea del contro-ritorno è quasi sempre presente tra chi arriva. In questo caso è corretto parlare di “immigrazione circolare”, anche perché recentemente il regime dei visti è stato modificato (i visti brevi di tre mesi non sono più necessari per entrare nella Ue). Dunque in questo caso lo strumento dei rimpatri può essere efficace. Ma per paesi più lontani, da cui arriva nel nostro paese una forte immigrazione, il rimpatrio volontario viene utilizzato quando la condizione esistenziale di alcune persone non ha prospettive. Lo scenario si fa più complesso. Anche quanto agli esiti. Ai dati della rete Rirva andrebbero aggiunti altri elementi di conoscenza, difficili da acquisire. Anche perché non esiste l’obbligo di cancellazione dalle anagrafi…». In conclusione, il rimpatrio volontario spesso diviene non altro che una via di fuga da situazioni disperate, quando l’Italia non ha più nulla da offrire. E al cospetto di questi casi, il numero di coloro che rientrano avendo maturato un progetto nel paese d’origine è limitato. Il rimpatrio volontario assistito ha sicure potenzialità: ma resta uno strumento debole per gestione i flussi migratori.