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Farmaci on line: benvenuti nel far west

di Angela De Rubeis

All’inizio è stata una semplice percezione, l’idea che curarsi attraverso gli strumenti offerti dal web fosse una semplice moda, oppure un’azione preliminare per essere preparati prima di presentarsi davanti a un medico. Ma la realtà ha superato la fantasia. Il web ha sostituito il medico? I numeri parlano chiaro e raccontano una storia piuttosto preoccupante. Ancora più preoccupante se si pensa che non solo ci si può informare su sintomi e possibili cure, confrontarsi con forum di persone che soffrono degli stessi mali, ma si può anche accedere al mercato dei farmaci. E non stiamo parlando di semplici farmaci da banco (come prevede la legge italiana) ma anche farmaci che necessiterebbero di una ricetta medica, come psicofarmaci che si possono acquistare in flaconi oppure in singole pillole su siti stranieri. Da un recente studio realizzato per capire che cosa la gente ricerca attraverso il più famoso e diffuso motore di ricerca del mondo (Google) è emerso che una ricerca su venti ha come soggetto un sintomo oppure il nome di una malattia. Si tratta di numeri spropositati se si pensa che ogni hanno vengono realizzate milioni di ricerche. Nel 2014, inoltre, il network Price Waterhouse Coopers nel condurre uno studio che ha coinvolto 10 paesi (presentato al Forum annuale organizzato dalla Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere italiane) ha rilevato che il 59% dei pazienti ricorre a internet per raccogliere informazioni su malattie, cure e trattamenti, saltando la visita dal medico. Viene a mancare il contatto con la figura tradizionale di medico che sfuma tra i bit dell’Adsl. A dir la verità in questo momento la chiave con la quale vengono lette queste informazioni è quella di cercare di capire se e in che modo si può utilizzare internet. L’idea che l’e-medicina possa conquistare pezzi crescenti di realtà sposta l’orizzonte verso il costruttivo utilizzo del mezzo, per divulgare informazioni e comportamenti.

Una giungla pericolosa
Il problema è capire se siamo ancora in tempo. Come spesso accade, con il web, mentre i luminari studiano il da farsi, la base si muove a modo suo, lungo direttrici non sempre specchiate e alla fine i luminari ci arrivano tardi e solo per mettervi una pezza, mentre tutt’intorno è la giungla. Sulla medicina, sulle cure, sulle malattie, sui malati questa giungla è assai più pericolosa e non è necessario spiegare il perché. Hai una fettina di pollo e non sai come cucinarla? La ricetta su internet va benissimo. Ma se hai un mal di testa e vuoi cercare di capire i motivi, la cosa diventa più pericolosa. La “ricetta” degli utenti, i consigli, i racconti nei blog delle esperienze degli altri può virare verso l’autodiagnosi e l’autocura. Un buconel quale noncadono solamente gli ipocondriaci ma anche le persone “normali” che entrando in confidenza con il web si fidano del mezzo, come si fidano di un’amica alla quale chiedono la ricetta per “ammazzare” la fettina di pollo, appunto. Curarsi attraverso internet, il cercare on line – più o meno ossessivamente – sintomi sui propri mali. Ci possiamo cadere tutti? Andrea Fantini, medico psichiatra, ci spiega che «tutti possiamo caderci. Sta prendendo piede e riguarda non solo il fare ricerche. Il discrimine, infatti, si gioca anche sulla qualità delle informazioni. Infatti su internet si possono trovare anche informazioni poco attendibili, che arrivano da fonti non accreditate. Si possono correre dei seri rischi». A detta del dottor Fantini capita spesso che «i pazienti arrivino già con la diagnosi, o comunque dopo aver raccolto informazioni sui loro casi. Non è sempre facile affrontare l’idea che si sono fatti. Molte volte cercano delle conferme delle loro idee piuttosto che informazioni corrette». Intanto, per metterci una pezza, Google ha pensato bene di inserire un box (a destra) nella pagina del risultato della ricerca dove vengono date informazioni sulla salute che sono stati scritti oppure verificati da veri medici, in carne ed ossa. Google si vuole forse sostituire ad un medico curante? Sarà, di certo Google non si potrà rendere conto se i sintomi individuati sono dovuti a reali stati di malattia oppure a fattori psicosomatici, non avrà una cartella clinica, non conoscerà la storia clinica del paziente. Che il web si rassegni, non può sostituirsi a tutto.