Scarp Maggio
Fare arte, per essere liberi

Negli anni si sono moltiplicate le iniziative artistiche e letterarie dentro le carceri italiane: corsi di teatro, rassegne di cinema, laboratori di poesia e di scrittura. Viaggio di Scarp tra i veri e unici strumenti di libertà

di Paolo Riva

Un ricco cartellone di rappresentazioni teatrali. Una rassegna cinematografica. Laboratori di poesia con tanto di gara a colpi di rime. E poi gruppi di lettura, presentazioni di libri, mostre di pittura e sessioni di street art. No, non è il programma di un centro culturale o il calendario di un’istituzione nel campo dell’arte, ma il ricco mosaico delle iniziative organizzate in molte delle 205 carceri italiane. Mentre “fuori”, spesso, arte e cultura faticano a trovare spazi e fondi, “in galera” fioriscono le proposte per i detenuti che, dietro le sbarre, trovano nuovi stimoli, momenti di libertà e occasioni di riscatto in attesa del fine pena. Certo, le condizioni degli istituti del nostro paese non sono certo idilliache, soprattutto a livello di strutture e personale. Il problema del sovraffollamento però, è oggi meno pressante e lo scorso anno i suicidi in carcere, secondo il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap),sono scesi a 39, il numero più basso dal 1992. Secondo il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il 2015 ha segnato un “salto di qualità” anche se, ha ammesso il Guardasigilli, “resta molto lavoro da fare”. Nel campo artistico-culturale però gli esempi positivi sono tanti e gli spunti cui ispirarsi numerosi. A farla da padrone è sicuramente il teatro. Il sipario, infatti, si alza praticamente in un carcere su due. A rivelarlo è stato lo stesso Dap il 27 marzo. Mentre nel mondo si celebrava la giornata mondiale del Teatro, nel nostro Paese è andata in scena la terza edizione della Giornata Nazionaledel Teatro in Carcere, cui hanno partecipato 44 istituti di pena per un totale di 60 eventi in quindici regioni. Complessivamente, però, lungo tutto lo stivale le compagnie che lavorano negli istituti penitenziari sono oltre cento. A gestire questi laboratori sono nel 41 per cento dei casi volontari, seguiti da professionisti (37 per cento) e insegnanti (12). I finanziamenti, invece, provengono per il 68 per cento dal settore pubblico e per il 32 per cento da privati.


In scena contro la recidiva

Gli effetti di questo vasto impegno sono decisamente positivi. Sempre secondo il Dap, infatti, “l’attività teatrale costituisce uno strumento utile per i soggetti in stato di detenzione, sia sotto il profilo culturale che di crescita personale”. Inoltre, “le attività teatrali registrano un’alta valutazione sottoil profilo trattamentale e una ricaduta positiva sul clima dell’istituto”. A Bollate, alle porte di Milano, per esempio, la cooperativa Estia ha celebrato quest’anno i dieci anni di attività con ottimi risultati. «Degli oltre 300 detenutiche hanno partecipato ai nostri progetti –spiega la fondatrice della cooperativa, Michelina Capato Sartore – solo il 7 per cento è tornato a commettere reati». Un dato importante, se si considera che il nostro Paese detiene il record poco lusinghiero del più alto tasso di recidiva in Europa. A cercare di abbassarla, però, accanto ai fondamentali interventi nell’ambito lavorativo, non concorre solo il teatro. Anche la letteratura e i libri hanno uno spazio importante. Nel carcere minorile de Il Pratello a Bologna, per esempio, i detenuti si sono sfidati in una gara di poesia chiamata Streets of freedom. Ad Ancona, invece, i reclusi si sono cimentati con le fiabe, raccolte in un audiolibro autoprodotto grazie all’aiuto di una radio locale e abbinato a un volume di illustrazioni. Il titolo? Fiabe in libertà, ovviamente.


Il bello dei libri

Quando si parla di libri, però, non si può non parlare di biblioteche. Anche in carcere. Teoricamente, in ogni carcere. Gli articoli 12 e 19 della legge 354/1975, infatti, prevedono esplicitamente la presenza di una biblioteca in ogni istituto penitenziario: secondo il rapporto “Galere d’Italia” di Antigone, in media, ci sono 4.352 libri per carcere e 15 a detenuto, per un totaledi 840.116 volumi presenti nelle biblioteche carcerarie (in molti casi però in edizioni vecchie e poco utili). A Milano, dentro San Vittore di biblioteche ce ne son ben sette, una per ogni raggio e dal 2014 questi luoghi sono diventati il fulcro intorno al quale è ruotato il progetto Biblioteche in rete a San Vittore. Operatori evolontari di diverse realtà cittadine si sono impegnati per promuovere la lettura, formare i detenuti bibliotecari e creare un vero e proprio sistema bibliotecario interno al carcere, aggiungendo nuovi volumi con l’ingegnosa operazione chiamata #Zanza Un Libro (www.bibliorete.org). Non solo: hanno anche organizzato gruppi di lettura, creato occasioni di incontro tra idetenuti e la cittadinanza e raccontato tutto in un documentario, Un momento di libertà girato del regista Giovanni Giommi. Alla Dozza di Bologna, invece, a prendere in mano la telecamera sono gli stessi detenuti. Da ottobre, è iniziato Ciak in Carcere, un laboratorio di cinema curato dall’Associazione Documentaristi dell’Emilia-Romagna. «Per noi è una novità – spiega uno dei partecipanti –. Viviamo le lezioni in maniera positiva: sono momenti unici nella giornata, durante la quale di solito non abbiamo niente da fare». «Presto – aggiunge un altro – interpreteremo un video che sarà visto anche fuori dal carcere, e non ci vergogniamo, anzi. Forse qualcuno comincerà a vederci non solo come detenuti». In attesa che la percezione nei confronti delle persone recluse cambi, i partecipanti al laboratorio vestiranno i panni dei giurati, con l’incarico di valutare i film in concorso al Festival Cinevasioni, in programma nel carcere bolognese. Dalla settima arte all’arte di strada il passo è breve.E infatti, negli ultimi anni, sono diverse le esperienze di questo tipo sbocciate all’interno degli istituti italiani, anche con il coinvolgimento di nomi noti della scena nazionale. A Roma, le mura del cortile interno del carcere di massima sicurezza di Rebibbia sono state completamente dipinte da dei Punti di fuga, una serie di vivaci murales realizzati dai detenuti insieme all’artista Agostino Iacurci. Anche il collega Solo ha legato il suo nome a Rebibbia. Insieme a lui, i detenuti hanno visionato documentari e video sull’artedistrada a Roma e nel mondo e ne hanno discusso vivacemente perché,come ha spiegato la volontaria Martina D’Andrea che ha seguito l’iniziativa, «La strada è l’ambiente di riferimento di molte persone detenute che, al di la dei luoghi comuni e delle generalizzazioni, sviluppano un forte senso di appartenenza rivendicato con orgoglio». A Lecce, invece, sono le donne recluse a Borgo San Nicola ad aver creato insieme all’artista Ckeckos’Art alcune opere, tra cui una dedicata alla pittrice messicana Frida Khalo. A Milano, infine, a febbraio, il poeta di strada Ivan ha varcato i cancellidi San Vittore per dipingere sui muri della casa circondariale una delle sue celebre frasi insieme ai ragazzi dell’istituto.Poi, rigorosamente senza rendere riconoscibili i volti dei giovani detenuti, ha postato il risultato sulla sua pagina Facebok, commentando la foto con una frase perfetta: una “strada chiusa”, è pur sempre una strada.