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Empori Caritas: dieci anni di solidarietà

Quello che fa la differenza è il progetto complessivo dell’Emporio: se diventa un luogo aperto a tutta la comunità e non il supermercato dei poveri, allora l’Emporio è davvero casa di tutti, una risorsa a disposizione del territorio e non solo di una fascia di persone.

di Marta Zanella

Il primo, nel 2008, è stato aperto a Roma. Oggi è difficile contarli. Gli Empori della solidarietà si sono moltiplicati in tutta Italia e hanno dato origine a molte altre esperienze simili: oltre ai circa 90 promossi direttamente dalle Caritas diocesane, zonali o parrocchiali, ci sono quelli realizzati da una parrocchia o da un gruppo di parrocchie che si sono messe insieme, e poi quelli realizzati da reti di realtà sociali o da altre onlus e associazioni. Si arriva, insomma, a 116 empori e market solidali accreditati al Ministero del lavoro e delle politiche sociali secondo l’ultimo dato dello scorso marzo. Quello che ci dicono questi numeri è che, nella sua semplicità, il modello dell’Emporio della solidarietà ha generato una rivoluzione nell’accompagnamento alle famiglie in difficoltà economica. «Il primo Emporio, quello della Cittadella della carità di Santa Giacinta a Roma, è nato leggendo un bisogno emerso proprio all’inizio della crisi economica, e cioè che le famiglie colpite dalla perdita del lavoro, e che non erano mai state sulla soglia di povertà fino a quel momento, non sapevano come e dove chiedere aiuto – così Monica Tola, referente per gli Empori della solidarietà di Caritas Italiana ci aiuta a ripercorrere la storia di questo decennio –. L’obiettivo dell’Emporio non era aiutare chi da tempo era nel bisogno ma sostenere momentaneamente queste famiglie per evitare che la loro situazione diventasse cronica».


Moltiplicati in 10 anni

Dopo Roma, è stata la volta di Prato e poi Pescara. In dieci anni gli Empori si sono moltiplicati in tutta la penisola, con alcune zone in cui sono presenti in modo massiccio: 21 in Lombardia di cui 7 nella sola diocesi di Milano, 15 in Emilia Romagna, 10 in Veneto, prevalentemente legati al mondo Acli, e altrettanti in Puglia, 8 nel Lazio di cui 4 nella capitale. «Quello che ha segnato il successo di questo modello è la forte caratterizzazione di rete, le alleanze di tutte le realtà che girano intorno a un Emporio – spiega ancora Tola –: dai centri di ascolto delle Caritas e delle parrocchie che individuano chi può beneficiarne e mettono in campo altri tipi di sostegni, i servizi sociali che lavorano a un accompagnamento a 360 gradi, altre realtà solidali come Banco Alimentare, Ciessevi, Croce Rossa, Acli, piccole associazioni locali, fino alle alleanze con la grande distribuzione o produttori che forniscono parte della merce. Con le sole forze di una parrocchia non sarebbe sostenibile». La rete tra i servizi sociali garantisce anche una presa in carico globale della famiglia «è più complicato gestire un servizio con così tanti interlocutori, ma funziona meglio sul lungo termine. Se una famiglia è presa in carico da un Emporio della solidarietà, è difficile che ci siano sostegni “doppioni” da parte di due realtà di aiuto diverse, è tutto coordinato».


Sostegno a 84 mila persone

Le persone che oggi sono sostenute da un Emporio, in Italia, sono quasi 84 mila, di cui uno su 4 ha meno di 15 anni. Tra loro ci sono anche 6 mila anziani, prevalentemente soli. Le famiglie che hanno accesso a un Emporio pagano la spesa con una tessera a punti, caricata in base alla composizione e alle esigenze del nucleo familiare. I prodotti esposti nel market solidale hanno un valore in punti, non in euro, e con il credito della tessera le famiglie riescono a fare un paio di spese al mese. Non coprono tutto il fabbisogno, ma sono una boccata d’ossigeno. «Non bisogna credere che il modello Emporio possa sostituire tutti i sostegni che c’erano prima. L’Emporio è uno strumento tra tanti, non è per tutti, e funziona bene solo se i beneficiari sono individuati correttamente». Qualche criticità, comunque, c’è. Intanto, i costi. Recentemente l’Emporio di Novara ha dovuto gettare la spugna e ha chiuso il servizio: troppo costoso mantenerlo. A bilancio va messo parte dell’approvvigionamento merci perché non tutto è regalato e non si può mandare via le gente senza nulla, il mantenimento della cella frigorifera e i costi necessari per il personale specializzato, solo per fare qualche esempio. «Spesso ho colto la critica che si tratti di un luogo a rischio stigma: la famiglia che va a fare la spesa all’Emporio è facilmente etichettabile come povera. A volte è difficile spiegarlo ai ragazzi. Quello che fa la differenza è il progetto complessivo dell’Emporio. Se, come avviene in molti casi, diventa non il supermercato dei poveri ma un luogo aperto a tutta la comunità, dove si organizzano, ad esempio, incontri sull’alimentazione corretta, corsi di educazione finanziaria o economia domestica, lezioni di cucina e laboratori per bambini, allora l’Emporio diventa casa di tutti, una risorsa per il territorio».

 
 

 

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