Scarp Maggio
Cyberbullismo: se i cattivi sono online

Il 5,9 per cento degli adolescenti italiani ha denunciato di avere subìto atti intimidatori tramite sms, mail, chat o social network. Vittime, più di tutti, sono le ragazze: il 7,1% contro il 4,6 dei ragazzi. Se consideriamo poi il sexting , quando due o più minorenni si scambiano, foto, messaggi, video a contenuto sessuale, le percentuali crescono ancora. Viaggio di Scarp nella generazione social in cui per avere un like in più sulla propria pagina si è disposti a tutto. Anche a bullizzare altri ragazzi. Mentre i genitori, terrorizzati, stanno a guardare.

di Generoso Simeone

In Italia i ragazzi tra i 14 e i 17 anni sono 2 milioni e 293 mila secondo gli ultimi dati Istat. Di questi il 92,6 per cento dichiara di non separarsi quasi mai dal telefonino. Il 67,8 per cento lo utilizza ogni giorno già tra gli 11 e i 13 anni. Il 23,6 tra le 2 e le 4 ore giornaliere. Le femmine più dei maschi. Il 5,9 per cento ha denunciato di avere subìto azioni vessatorie tramite sms, mail, chat o social network. Vittime, più di tutti, sono le ragazze: il 7,1% contro il 4,6 dei ragazzi. Se consideriamo poi il sexting (quando due o più minorenni si scambiano, foto, messaggi e video a contenuto sessuale) le percentuali crescono ancora. Secondo un’indagine del 2016 di Censis e Polizia postale il 10 per cento dei dirigenti scolastici italiani ha dovuto gestire episodi simili. E il 25,5 per cento di loro ha riscontrato difficoltà nel rendere i genitori consapevoli della gravità dell’accaduto.

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I conigli hanno il pelo lungo e arruffato. Sene stanno tranquilli nella loro casetta dentro la grande gabbia che li ospita. Più tardi riceveranno la visita di un ragazzino che li accarezzerà, li prenderà in braccio e li accudirà. Quella con i conigli è una delle attività svolte dagli adolescenti ospiti del Centro nazionale prevenzione bullismo e cyberbullismo creato presso la Casa pediatrica dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano diretta dal professor Luca Bernardo, uno dei massimi esperti del fenomeno bullismo. «L’attività di pet therapy – spiega il professore che è anche responsabile del Centro – fa molto bene ai nostri ragazzi perché riduce lo stress e li tranquillizza. Nel nostro Centro proponiamoalle vittime di bullismo e cyberbullismo diverse attività per aiutarli a superare i traumi e a riacquisire fiducia in se stessi». Nei corridoi della Casa pediatrica si aggirano tanti bambini, pre-adolescenti e ragazzini più grandi. Sono quasi tutti in compagnia di famigliari o assistiti da personale infermieristico, ognuno con un piccolo o grande problema di salute da risolvere. L’impressione, anche grazie alle pareti e agli arredi colorati e ai vari giochi e ai libri sparsi tutt’intorno, è quella di non stare in un ospedale. Tra gli ospiti, anche loro, i bullizzati del web ovvero quelli che hanno subito aggressioni e violenze attraverso i social network. «Stiamo parlando – dice Bernardo – di un fenomeno in continua crescita. Lo scorso anno su 1.520 casi curati da noi, l’80 per cento ha riguardato vittime di cyberbullismo. L’utilizzo delle tecnologie per fare del male è più grave rispetto al bullismo tradizionale. Anzitutto perché si è due volte vittima: la prima al momento dell’aggressione, fisica o psicologica che sia. La seconda, quando il video o il post vengono condivisi in Internet. E poi perché il cyberbullismo non ha mai fine. Infatti, mentre il minore bullizzato quando rientra a casa può rifugiarsi in un ambiente tranquillo, chi ha subito atti violenti messi poi online vive costantemente l’incubo. La vittima non smette mai di essere tale».


Non ci sono pillole

Nel Centro vengono proposte quelle che il professor Bernardo chiama cure diprossimità. «Possiamo definire il cyberbullismo, così come il bullismo tradizionale – argomenta – malattie croniche perché il numero di chi ne soffre è impressionante e perché non c’è una pillola che risolve. Il nostro approccio prevede una presa in carico da parte di un’équipe formata da diversi specialisti: il pediatra, l’adolescentologo, lo psicologo, lo psicoterapeuta, l’educatore e, in alcuni casi, anche uno psichiatra e un neuropsichiatra infantile. Il metodo attuato è quello dei colloqui,che però non riguardano solo la vittima, ma anche i genitori, la famiglia nel complesso e la scuola. Se non si agisce su tutte le persone che fanno parte dell’ambiente intorno al minore, il programma non funziona. L’obiettivo è scardinare, con un apposito percorso, le convinzioni che hanno generato la patologia. Il bullizzato prova vergogna per non essere riuscito a difendersi, pensa di aver fatto qualcosa per cui essersi meritato il trattamento subito. La sua autostima affonda ed emergono disturbi di relazione. È frequente la dispersione scolastica mentre in alcuni casi si registrano depressione e autolesionismo fino a tentativi di suicidio». Più del 90 per cento dei ragazzi che passano dal Centro risolve i suoi problemi. «Fanno parte delle cure di prossimità – racconta il professore – anche le diverse attività che proponiamo. Oltre alla pet therapy ci sono i corsi dell’Accademia di Belle Arti, dove i nostri adolescenti usano materiali duttili e trasformabili per capire che anche loro possono prendere forma, e le ore trascorse nella Palestra dell’autostima dove, con appositi esercizi, si impara a usare il tono della voce e ad assumere una certa postura. Poi c’è il tempo trascorso a fare compagnia e a giocare con i bambini ricoverati nella Casa pediatrica. Dedicarsi agli altri fa sentire utili le nostre vittime di cyberbullismo e anche questo contribuisce all’autostima». Tutte le attività vengono svolte all’interno del Centro, dove è anche possibile frequentare le lezioni scolastiche. Gli ospiti vivono qui per un periodo che va da sei mesi a un anno. La struttura prende in cura anche i cyberbulli. «Per noi – spiega Bernardo – anche loro sono delle vittime. Quasi sempre hanno a che fare con un modello famigliare fallimentare caratterizzato da violenza fisica o psicologica. Il bullo, anche quello che usa il web, agisce per noia o per una rabbia inespressa che esplode nell’aggressione agli altri, verso i quali non prova alcuna empatia. Curiamo anche loro con apposite attività. Ad esempio, in palestra facciamo in modo che incanalino la rabbia e, mettendoli al fianco dei bambini ricoverati in pediatria, cerchiamo di stimolare in loro il rispetto del prossimo. Il problema è che il cyberbullo non viene spontaneamente da noi perché non ritiene di dover farsi curare e anche la famiglia è spesso assente. Per cui ci arrivano o tramite segnalazioni delle forze dell’ordine oppure in regime di messa alla prova a seguito di condanna».


Degenze lunghe

Secondo Luca Bernardo la strada da fare è ancora molta. «In Italia – dice – manca una cultura della prevenzione. Spesso si lascia campo alla buona volontà e al sentito dire, invece occorrono specialisti. Così come è fondamentale la presa di responsabilità delle aziende gestori dei social network. Non è possibile che con il web chiunque voglia, possa qualsiasi cosa. Così come non è ammissibile che il controllo sia demandato solo ai genitori. È necessaria una grande alleanza che metta insieme le imprese del web, la scuola, le istituzioni, le forze dell’ordine e gli specialisti. La mia personale proposta è creare un Centro come il nostro in tutte le regioni d’Italia. Non è possibile, come è capitato, che dei ragazzini debbano venire a curarsi a Milano dalla Sicilia».

 
 

 

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