Scarp Maggio
Chi ha paura delle imprese sociali?

Anteporre il benessere di tutti all’interesse di pochi. Questa la missione delle cooperative sociali, realtà capaci di rispondere alla crisi dello Stato sociale curando le fragilità del nostro Paese. Le cooperative sociali danno lavoro a circa 60 mila persone, spesso senza altre possibilità, offrendo servizi a minori, anziani, disabili e migranti. Oggi però queste realtà sembrano dare fastidio, finendo sotto attacco di una parte della politica. Viaggio di Scarp nelle imprese sociali che aiutano dando lavoro.

di Francesco Chiavarini

«Opporre la relazione all’individualismo, la squadra all’interesse, il benessere di tutti agli interessi di pochi, lavorare per diventare imprenditori di carità, cercare modi alternativi per abitare una società che non sia governata dal dio denaro, un idolo che la illude e poi la lascia sempre più disumana e ingiusta». Con queste parole Papa Francesco si è rivolto ai soci della Confederazione delle cooperative Italiane, la più importante associazione di settore, ricevuta in Vaticano per il centenario di fondazione. Nati nel 1919 sulla spinta dell’Enciclica Rerum novarum di Papa Leone XIII, gli imprenditori di carità, per usare l’espressione del Pontefice, hanno goduto nella loro lunga vita, pur tra alti e bassi, di buona salute. Anche in un contesto economico per nulla facile, come quello dell’ultimo decennio che ha visto il nostro Paese sempre sull’orlo dells recessione, il mondo cooperativo nel suo complesso ha tenuto. Negli anni più pesanti della crisi, le cooperative sono aumentate di qualche migliaio (passando da 50.691 nel 2007 a 59.027 nel 2015) e hanno creato lavoro (il numero di dipendenti è aumentato del 17,7%); mentre le altre imprese chiudevano (-2,4%) e quelle che rimanevano licenziavano ( – 6,3% forza lavoro nello stesso periodo). La cooperazione sociale oltre ad offrire servizi a persone svantaggiate (minori, anziani, disabili, migranti), confermandosi come un pilastro essenziale del welfare italiano, è stata anche un motore occupazionale essenziale. Federsolidarietà che all’interno di Confcooperative riunisce un sistema di 6.042 imprese sociali e consorzi in cui lavorano oltre 226.300 persone, ha visto crescere in cinque anni gli occupati (+23%); salire il numero di soci (+10,5%), aumentare il fatturato (+51%). Tuttavia, questo quadro roseo a dispetto di tempi foschi, rischia di volgere al brutto. Nuvole nere si addensano all’orizzonte. Le cooperative oggi devono fare i conti innanzitutto con una crisi di popolarità. Alcune inchieste della Magistratura, prima fra tutte quelle su Mafia Capitale che ha portato all’arresto e poi alla condanna di un personaggio storico del mondo cooperativo romano come Salvatore Buzzi, hanno alimentato un sentimento di discredito indiscriminato. La politica ha fatto il resto trasformando in un campo di battaglia il tema dell’immigrazione, che vede storicamente coinvolta una larga parte della cooperazione sana. E così la delegittimazione delle ong, impegnate nel soccorso in mare, accusate di intrattenere rapporti pericolosi o addirittura illeciti con gli scafisti, proprio mentre assolvevano al compito in gran parte disertato dagli Stati di salvare vite umane, ha finito con il criminalizzare anche chi dava accoglienza a quelle vite dopo l’approdo a terra.


Le coop non sono tutte uguali

«Il danno d’immagine è stato enorme. Si è fatto di tutta l’erba un fascio e anche realtà importanti, con un ruolo sociale riconosciuto, hanno percepito un clima di sospetto attorno a loro che fino a qualche tempo fa nessuno avrebbe mai immaginato», riconosce Massimo Minelli, presidente di Confcooperative Lombardia, tre le prime organizzazioni territoriali a reagire con un’alleanza per la legalità, lanciata allo scopo di tenere fuori le mele marce dalla gestione dell’accoglienza. A turbare i sonni delle cooperative è infine arrivato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il Decreto Sicurezza mette in strada, spingendo nell’illegalità, migliaia di richiedenti asilo. Uomini, donne, famiglie con bambini, scappati da persecuzioni, violenze, guerre che hanno trovato riparo nel nostro Paese, sono espulsi dai centri di accoglienza. Chi di loro stava imparando la lingua, un mestiere, era entrato in azienda come tirocinante, si ritrova con un pugno di mosche in mano, escluso dal sistema che gli ha promesso un’integrazione. Insieme a loro, a fare le spese di questo provvedimento ci sono anche uomini e donne, cittadini italiani impegnati ad accompagnare i migranti proprio lungo quei percorsi. Psicologi, assistenti sociali, mediatori linguistici. Giovani professionisti plurilaureati e iper-qualificati.


Cancellati 900 posti di lavoro

Confcooperative e Legacoop hanno stimato che solo in Lombardia, per effetto del Decreto Sicurezza, nella cooperazione sociale, 550 dipendenti assunti a tempo indeterminato saranno licenziati e 350 lavoratori con contratti a termine non saranno rinnovati. Complessivamente 900 posti di lavoro cancellati, su 1.800 dedicati all’accoglienza dei migranti. Il 70% di chi perderà il lavoro è costituito da giovani tra i 24 e i 35 anni, tutti laureati, tra i quali i due terzi sono donne. «Il Decreto Sicurezza ha molti risvolti: bisogna considerarli tutti quanti, tenendo presente ognuno per il peso che ha e all’interno di una prospettiva più ampia che riguarda un tema enorme come la gestione dei flussi migratori – dice Minelli –. Noi abbiamo contestato quel provvedimento soprattutto perché in primo luogo lede i legittimi diritti di protezione di persone in fuga, diritti riconosciuti da trattati internazionali che il nostro Paese ha sottoscritto. Poi abbiamo denunciato che quel provvedimento divenuto poi legge avrà effetti negativi proprio per quelle comunità che pretende di difendere perché produce non più sicurezza ma maggiore illegalità, spingendo i migranti nelle braccia di sfruttatori di manodopera in nero e a basso costo di ogni risma. Infine, certamente, avrà un impatto anche occupazionale, su un settore che ha gestito un servizio per conto dello Stato, del tutto legittimamente e in nome di quel principio di sussidiarietà che tanto si invoca». Ammesso e non concesso, tuttavia, che quel principio resti ancora in voga. Il punto pare proprio questo, come ha fatto osservare, tra i primi, Luigino Bruni, in un editoriale su Avvenire all’inizio dell’anno in cui metteva in relazione una serie di scelte del nuovo governo, in ambiti anche molto differenti: l’incidente sulla tassazione del Terzo settore, quella che il presidente Mattarella ha chiamato la tassa sulla bontà, l’atteggiamento verso le ong impegnate sulle rotte marine delle migrazioni, la riduzione dei finanziamenti ai progetti editoriali realizzati da cooperative o aziende no profit, persino il modo con cui è stato concepito il Reddito di cittadinanza. Fatti diversi con un unico comune denominatore.


Una risposta alla povertà

«L’Italia e l’Europa hanno risposto alle loro crisi epocali generando, dal basso, realtà associative che curavano le povertà, inserendole in tessuti sociali e comunitari diversi – osserva Bruni -. Il genio italiano ha risposto alle povertà generando società civile organizzata, attivando le persone e i loro i capitali comunitari, relazionali: dalle Misericordie nate dalla società toscana nel Duecento, ai Monti di pietà dei Francescani all’alba della modernità, fino al movimento cooperativo, passando per le opere di welfare ante-litteram degli ordini religiosi tra Seicento e Novecento. Pochi decenni fa siamo stati capaci di rispondere alla crisi dello Stato sociale dando vita a migliaia di cooperative sociali che hanno curato le nostre fragilità mettendo a sistema la vocazione comunitaria del nostro Paese. Ora, nell’età dei social, il cui nome camuffa una deriva individualistica, la politica ha iniziato a pensare di poter servire il Bene comune saltando la mediazione del civile per dar vita a un governo dei sondaggi e dei like dei singoli. Un mondo nuovo, dove le povertà vere non si vedono, non si capiscono e quindi non si curano». Ecco forse è proprio questa la tempesta perfetta che annunciano le nuvole nere che gli imprenditori della carità vedono addensarsi all’orizzonte. Un cambiamento culturale che pretende di togliere di mezzo tutto che quello che si frappone tra leader e popolo. Un cambiamento che pretende di trasformare la comunità in community, l’elettore in follower, il povero in un numero da cancellare con un click di mouse.

 
 

 

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