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Scuola on line: i progetti per i tanti esclusi

Secondo Save the Children, nei piccoli centri è più facile andare incontro a situazioni di povertà educativa. Per questo la scelta di stare vicini agli studenti. La maggior parte dei fruitori dei servizi Caritas sono italiani con un titolo di studio medio basso e con figli. È con loro che si deve lavorare per evitare che la povertà materiale generi anche deprivazione culturale.

di Marta Zanella

Teresa frequenta una scuola media del quartiere di Villapizzone, periferia di Milano. Da quando la scuola è chiusa, anche i suoi insegnanti hanno attivato le videolezioni. A casa non ha il computer e lei si collega con il cellulare. Ma il suo piano tariffario prevede una connessione con un limite di dati piuttosto basso, e lei deve centellinare ogni altra attività per non arrivare a metà mese e non poter più seguire le lezioni. Omar va alle elementari a Modica, cittadina della Sicilia famosa per il cioccolato e l’architettura barocca. Ma a lui interessa poco. Ha quattro fratelli, tutti devono seguire la scuola e in casa hanno solo tre telefoni: quelli di mamma, papà e del fratello maggiore. Come si fa? Gli oratori, le associazioni, le cooperative, altre reti di quartiere, tutti hanno dovuto sospendere i doposcuola e gli spazi educativi pomeridiani. Luoghi in cui si fanno i compiti, ma non solo. Perché a frequentarli sono spesso i ragazzini delle famiglie più fragili, molti stranieri, che a casa non riescono a essere seguiti dai genitori, o men che meno da nonni ancora in gamba. Come se la cavano tutti questi ragazzi ora, a casa, senza nessun educatore al loro fianco? «È stata una lotta tenerli a galla», ci spiega Fabio Sanvito, vicedirettore della Caritas diocesana di Noto, raccontandoci la storia di Omar, uno degli ottanta ragazzi che normalmente seguono in otto “cantieri educativi” sparsi per un territorio che copre parte delle province di Ragusa e Siracusa.


Computer e tablet in regalo

Grazie a una fondazione locale, sono riusciti a fare avere tablet, tastiere, cuffie audio, schede telefoniche a oltre 75 famiglie. «Nel periodo scolastico studiamo, ma facciamo anche giochi e laboratori. Perché studiare non è solo fare i compiti ma garantire ai ragazzi strumenti e metodo per capire la scuola e la realtà. Non ci interessano i risultati: vogliamo dare strumenti che li possano aiutare nella vita». Con il lockdown e la chiusura delle scuola, nelle prime settimane hanno rischiato di perdere i contatti. «Abbiamo dovuto riorganizzarci in poco tempo e rintracciarli con telefonate e whatsapp». Che nelle case mancassero strumenti (tecnologici ma anche di competenze) per riuscire a stare al passo con la scuola è stato evidente da subito. «Ci sono voluti due mesi per ritrovarli tutti, e se consideriamo che questi sono i ragazzi che già in classe sono quelli più indietro, possiamo solo immaginare quanto indietro saranno al termine di questo periodo». Il rischio di perdere i contatti l’hanno avuto anche gli educatori di Teresa, a Milano. Lei frequenta il centro diurno Chora, che segue, in accordo con i servizi sociali, 14 ragazzi in età da medie e superiori con contesti o famiglie fragili alle spalle, e li accompagna con un piano educativo individuale. Ora è chiuso, ma gli educatori continuano a seguirli. «Si parla di didattica a distanza, ma il nostro lavoro attualmente è un “percorso educativo a distanza” – racconta Roberto Vavassori, uno degli educatori –. Seguiamo i ragazzi nei compiti e nel supporto allo studio, abbiamo organizzato momenti di aiuto ma anche attività che cerchiamo di fare insieme». Gli educatori usano piattaforme di videochiamate collettive per garantire la comunicazione in gruppo. Insieme svolgono gli esercizi, oppure propongono la lettura di un brano o di un articolo di giornale e lo commentano insieme. Qualche volta osano anche la recensione di un libro o di una poesia. O addirittura, una ragazza, che fa scuola di pasticceria, li ha guidati in un laboratorio di panificazione. Ma Teresa non ha partecipato. «Anche in questi gruppi c’è il problema di perdere i ragazzi. Non sempre riusciamo, dipende dagli orari delle lezioni o dai problemi di linea. Con Teresa possiamo solo telefonarci o aiutarla nei compiti scambiandoci le foto, non può sprecare i dati».


Stampe gratuite

Ad Avezzano, nel cuore dell’Abruzzo, la Caritas ha pensato a uno dei problemi più banali ma che rende concreta la fatica delle famiglie: le decine di schede da stampare. «Sembra una cosa piccola, ma ci siamo resi conto subito che per molte famiglie, che non hanno un pc in casa, continuare a fare scuola a casa sarebbe stato un problema», spiega Lidia Di Pietro, vicedirettrice della Caritas diocesana, un territorio che comprende una trentina di comuni, di cui la metà sotto i tremila abitanti. E, secondo gli ultimi rapporti di Save the Children, nei piccoli centri è più facile andare incontro a situazioni di povertà educativa. Per questo la scelta di un’attenzione particolare agli studenti. «La maggior parte dei fruitori dei servizi Caritas sono italiani con un titolo di studio medio basso e con figli. È con loro che dobbiamo lavorare per evitare la povertà materiale in cui vivono possa generare anche una deprivazione culturale».

 
 

 

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