Scarp Maggio-Giugno
Prendersi cura

Viaggio di Scarp per raccontare alcuni dei progetti messi in campo dalla Caritas sul territorio e resi possibili solo grazie al prezioso supporto dei tanti volontari che si sono messi a disposizione per aiutare chi ha bisogno. Da Reggio Emilia a Crotone, da Firenze ad Aversa migliaia di persone si sono fatte avanti per aiutare chi ha bisogno. La forza della carità.

di Ettore Sutti

Raddoppiato il numero delle persone che per la prima volta si rivolgono ai centri di ascolto e ai servizi delle Caritas diocesane rispetto al periodo pre pandemia. Cresce la richiesta di beni di prima necessità, cibo, viveri e pasti a domicilio, empori solidali, mense, vestiario, ma anche la domanda di aiuti economici per il pagamento delle bollette, degli affitti e delle spese per la gestione della casa. Nel contempo, aumenta il bisogno di ascolto, sostegno psicologico, di compagnia e di orientamento per le pratiche burocratiche legate alle misure di sostegno e di lavoro. Questo è quanto emerge dalla rilevazione condotta nel mese di aprile in 101 Caritas diocesane, pari al 46% del totale. Una ricerca che mostra il volto bello e solidale dell’Italia che non si arrende. La concretezza della carità che vi raccontiamo in queste pagine. Concretezza che non dimentichiamo, ha comunque pagato un prezzo elevato visto che 42 tra volontari e operatori sono risultati positivi al Covid-19 in 22 Caritas diocesane e in 9 Caritas si sono registrati 10 decessi.


* * *

Il cuore grande di Reggio Emilia continua a battere. Forte. Anche e soprattutto in tempi di pandemia. «Reggio Emilia ha sempre avuto un tessuto sociale fatto a maglie strette, ma oggi la risposta del territorio è ancora più generosa – esordisce il direttore della Caritas diocesana, Isacco Rinaldi –. Prima dell’emergenza in diocesi potevamo contare su tre mense che aprivamo in modo alternato: una gestita da Caritas, una dai Cappuccini e la cosiddetta “mensa del Vescovo”. Dato che le altre due strutture sono troppo piccole per garantire le distanze di sicurezza, abbiamo lasciato aperta solo quella di Caritas, unendo però le forze e utilizzando i volontari attivi in tutti i servizi per garantire circa 400 pasti al giorno. Pasti che vengono distribuiti ai senza dimora, ma anche consegnati alle strutture che, prima dell’emergenza, erano aperte solo la notte e ora accolgono gli ospiti in maniera continuativa». Anche a Reggio Emilia, come in buona parte del Paese, appena è scoppiata l’emergenza Covid-19 è venuta a mancare una fascia fondamentale di volontari, quella compresa tra i 64 e i 75 anni. Tra loro anche i cuochi della mensa Caritas. Per fortuna è intervenuta la Protezione Civile, che ha garantito la presenza di tre cuochi per la preparazione di pranzi e cene. «Subito – prosegue Rinaldi – ci siamo comunque attivati a livello diocesano per cercare nuovi volontari. La risposta del territorio è stata eccezionale: abbiamo avuto così tante offerte di disponibilità che ad oggi ne utilizziamo non più del 30%. Caritas ha da sempre profonde relazioni con un territorio in cui la cultura del servizio e del prendersi cura delle persone è molto radicata. Così, anche sul fronte delle risorse abbiamo raccolto 100 mila euro da destinare alla copertura dei costi di servizio». In mensa sono attivi 30-40 volontari, divisi su due turni blindati (cioè che non si incrociano mai, altrimenti nel caso di positività di un solo volontario il servizio si fermerebbe): preparano 120-130 porzioni da asporto e quelle da consegnare alle strutture. Per motivi di sicurezza sono stati anche ampliati gli orari di distribuzione; le persone possono presentarsi, con tutta la calma e la prudenza del caso, dalle 10.30 alle 13.


Convivenza e dipendenza

La Caritas diocesana si è mossa poi per supportare le parrocchie che non riescono a soddisfare tutte le richieste di aiuto. «Insieme al locale centro servizi per il volontariato – spiega Rinaldi – abbiamo attivato un magazzino provinciale per sostenere le realtà parrocchiali che garantiscono aiuti alimentari alle famiglie. Abbiamo scelto di rispondere a tutte le richieste di aiuto; solo a Reggio città consegnamo un pacco alimentare a 650 famiglie, ovvero il 30-40% in più rispetto a prima. Nel contempo, abbiamo attivato anche un sistema di ascolto, per capire chi può usufruire di altri aiuti, governativi o regionali». Uno dei progetti più interessanti, su cui in Caritas si ragiona già rispetto a possibili sviluppi futuri, è legato all’accoglienza di persone senza dimora e in difficoltà. «Tutti gli anni affianchiamo ai servizi già presenti un progetto di accoglienza invernale: 40-50 posti letto aggiuntivi, ospitati in locali parrocchiali, gestiti da alcune famiglie di volontari. Appena scattato il blocco, è apparso evidente come non fosse accettabile mandare le persone per strada. Abbiamo perciò pensato di proporre alle parrocchie e agli ospiti di vivere tutto il periodo dentro le strutture. Insieme. Creando una sorta di comunità allargata, con tutti i pregi e con tutti i problemi che una convivenza tra persone molto diverse può generare». Così alcune parrocchie si sono organizzate in proprio e alcune famiglie si sono attivate, garantendo microaccoglienze da 2 a 6 persone. In queste strutture, oltre a garantire il cibo, la presenza costante delle persone sta creando rapporti molto profondi che, si spera, possano poi generare, una volta terminata l’emergenza, nuove opportunità. L’appello alla solidarietà ha funzionato anche per la struttura più grande, dove si prevede una convivenza con 13 persone, alcune delle quali con problemi di dipendenza: due giovani hanno risposto all’appello con entusiasmo. Nonostante le difficili premesse iniziali, il progetto sta andando molto bene. Le relazioni che si stanno creando sono importanti, soprattutto per gli ospiti, non abituati a essere considerati parte di qualcosa».


Quarantena volontaria

Un’esperienza simile, sempre a Reggio Emilia, è iniziata in alcune Case della carità, che accolgono persone con handicap o anziani soli, dove solitamente operano suore e volontari. «Anche per quelle strutture abbiamo trovato volontari che hanno scelto di chiudersi in quarantena (nel frattempo il virus aveva infettato alcuni residenti) insieme alle suore e agli ospiti. Segni di chiesa che si mette al servizio dei più piccoli e bisognosi – dice Rinaldi –. E che meritano di essere raccontati». Le nuove modalità di servizio stanno anche interrogando la Caritas su come dovrà cambiare il proprio modo di fare carità in futuro: «Dall’ascolto e dalla vicinanza con le persone arrivano indicazioni e stimoli importanti, dal punto di vista sia pratico che simbolico. Come le 50 mila mascherine che ci sono arrivate dalla Cina tramite un prete cinese che opera qui con noi, al servizio dell’importante comunità sino-reggiana, e che ci hanno mostrato come basta davvero poco per dover dipendere dagli altri». E un fronte di impegno e di novità, sarà rappresentato anche dal Fondo diocesano in previsione della ripartenza, lanciato dal vescovo. «L’idea è sostenere le imprese che riaprono e coprire i costi di tirocini per chi è rimasto senza lavoro». Così, nonostante stia ancora aspettando gli esiti del tampone («sono positivo al Covid, spero ancora per poco, ma sto bene») e le non poche sfide che lo attendono in futuro, Rinaldi resta ottimista: «In queste settimane ho assistito a tantissimi atti di condivisione e visto così tante aperture di cuore, che non possono farti evitare di credere nel mio prossimo e nella sua capacità di fare del bene. Tantissimi gesti, anche piccoli o piccolissimi, mi hanno fatto capire che un futuro diverso, più attento alle persone, è davvero possibile».

 
 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>