Scarp Maggio-Giugno
Poveri da lockdown

Quasi 40 mila. Tante sono le persone che si sono rivolte ai servizi delle 101 Caritas (46 % del totale) che hanno preso parte al monitoraggio effettuato per l’emergenza Covid-19. Il 105 per cento in più. E non stiamo parlando solo di zone depresse: anche a Milano, capitale economica del Paese, oltre 5 mila famiglie hanno chiesto un qualche tipo di aiuto ai centri di ascolto. Il timore è che lo tsunami debba ancora arrivare. «Oggi a chiedere aiuto – dice Luciano Gualzetti direttore di Caritas Ambrosiana – sono camerieri, lavapiatti, colf e badanti. Domani potrebbero essere i loro datori di lavoro, magari finiti nelle mani degli usurai». Scarp si è messo in fila con chi chiede aiuto per raccontare le loro storie.

di Francesco Chiavarini

Lidia, 65 anni, ha sempre lavorato alla Scala. Ultimamente le avevano chiesto di occuparsi del guardaroba: l’ennesimo contratto a chiamata. Poi è arrivato il virus, il teatro ha sospeso gli spettacoli e lei è rimasta a casa senza stipendio. L’indennità di disoccupazione che le spetterebbe non è arrivata né a marzo e nemmeno ad aprile. E così dopo due mesi senza entrate, l’è toccato mettersi in coda davanti all’Emporio della Solidarietà di Lambrate, periferia est di Milano. «Ho sempre vissuto del mio stipendio e fino a qualche mese fa ero io ad aiutare chi non arrivava alla fine del mese. Ora sono finita dall’altra parte della barricata. Non potete immaginare quanto sia umiliante alla mia età venire qui, anche se i ragazzi che gestiscono questo posto sono gentilissimi e fanno di tutto per non mettere in imbarazzo la gente», dice chiedendo di non scrivere il suo nome vero.


In fila tra i precari

Fuori, le persone indossano la mascherina, rispettano le distanze, attendono pazienti il turno per entrare. Dentro, sugli scaffali, sono allineati i prodotti: pasta, pelati, omogenizzati per bambini, biscotti. Sembra un qualsiasi supermercato, in un giorno qualunque della nuova normalità creata dal coronavirus. Ma è solo un’illusione ottica. In questo negozio di alimentari, il terzo aperto in città dalla Caritas, non si compra con il denaro ma con una tessera a punti assegnata dai volontari dei centri di ascolto delle parrocchie. In fila trovi chi, da tempo, non riesce più ad arrivare alla fine del mese e gli ultimi arrivati: gli immiseriti dal lockdown. «Avevo un’azienda che trasformava materiale plastico, davo lavoro a 10 persone, tutte italiane, ho dovuto chiudere – racconta Lucia, 55 anni, imprenditrice, laureata in filosofia a Iasi in Romania, suo paese d’origine –. Sono sola, non posso contare su altri, mi sono proposta come colf alle signore del quartiere ma con questo virus che gira nessuno prende in casa uno sconosciuto». Sono bastati due mesi di quarantena perché Milano, la capitale economica del Paese, la città dei grattacieli da primato e delle weeks, si scoprisse incredibilmente debole. Oggi ricorrono all’assistenza per soddisfare la prima necessità, il cibo, 5 mila famiglie, il 25% in più rispetto al periodo precedente alla crisi sanitaria. La quantità di prodotti alimentari distribuiti dalla Caritas è cresciuta del 50% e ha raggiunto una media di 5,5 quintali al giorno. A far esplodere la domanda sono stati gli effetti collaterali del coronavirus.


Spazzati via i più deboli

Prima del ceto medio, a cadere sono stati i più deboli. La pandemia ha spazzato via i lavoretti in nero che erano diventati la scialuppa di salvataggio per chi era rimasto indietro per la crisi finanziaria del decennio precedente. I “senza stipendio e senza tutele” rappresentano lo zoccolo duro della nuova povertà creata dall’emergenza sanitaria. «Ero impiegata come operaia in un’azienda di logistica – racconta Giuseppina, 34 anni, separata e con una figlia adolescente da mantenere –. Poi nel 2008 è arrivata la crisi e da allora non ho più ritrovato un lavoro vero. Mi sono guadagnata da vivere fino ad oggi facendo la badante. Ma non sono mai riuscita a mettermi in regola. Ora non ho più nemmeno quell’entrata e non ricevo dallo stato nessun aiuto perché non posso dimostrare di aver perso un lavoro che sulla carta non esiste. Non mi rimane che chiedere il Reddito di cittadinanza. Ma chissà se e quando arriverà». Il virus ha fatto saltare i lavoratori più fragili. Ma non solo. Ha compromesso gli equilibri all’interno di famiglie già precarie, che però reggevano l’urto della povertà. «Il mio ex marito fa l’operaio a Bresso, il mese scorso a causa della quarantena è stato messo in cassa integrazione e da allora non mi passa più gli alimenti – si lamenta Tiziana, 36 anni –. Sul suo aiuto io facevo affidamento. Vivo in una casa popolare, l’affitto è basso, ma ho due figli di 15 e 17 anni che devo mantenere; ogni tanto l’assistente sociale del Comune mi procura qualche tirocinio retribuito, ma nessuno si è finora mai trasformato in un vero e proprio lavoro. Questo mese devo pagare 170 euro per il gas e la luce e non so dove prendere i soldi».


Senza nessuna entrata

Sono molte le donne che aspettano con il carrello della spesa. Molte hanno il velo. Tra la sofferenza di chi si mette in fila, scopri che ce n’è una particolare: la frustrazione di chi sperava di trovare in questo Paese un futuro migliore. «Abbiamo quattro figli, tutti nati in Italia, il più grande frequenta l’università, io e mio marito abbiamo fatto tanti sacrifici per mantenerli agli studi. Ma ora non sappiamo più come fare – si stringe tra le spalle Thamara, 51 anni dello Sri Lanka, arrivata in Italia quando ne aveva 28 –. Mio marito lavora per un’impresa di pulizie, l’hanno lasciato a casa alla fine di febbraio ma la cassa integrazione non è ancora arrivata. Nel frattempo la signora che aiutavo qualche ora alla settimana per le faccende domestiche, mi ha chiesto di rimanere a casa per paura del contagio». Centrifugati insieme dal virus, si mescolano insieme nuovi e vecchi drammi che l’emergenza sanitaria ha tolto dai titoli dei giornali ma non dalla realtà. Hasina, 36 anni, eritrea, due settimane fa era riuscita finalmente ad abbracciare la figlia, 15 enne, che aveva perso di vista all’inizio della guerra in Libia. Sarebbe potuto essere il lieto fine di una lunga e travagliata storia d’immigrazione, se non fosse arrivato il virus a rovinare la festa. «In Libia, prima della caduta di Gheddafi, io e mio marito avevamo un ristorante. Poi 8 anni fa i militari una mattina mi hanno caricata su un barcone e dopo giorni in mare mi sono ritrovata a Lampedusa. Da allora sono successe molte cose: sono arrivata a Milano, ho trovato un lavoro e una casa ma per anni mi ha tormento il pensiero della mia bambina e di mio marito di cui avevo perso le tracce. Poi ho scoperto che erano riusciti a mettersi in salvo in Eritrea e il mese scorso ho potuto richiedere il ricongiungimento familiare. Il 29 marzo, finalmente, è arrivata mia figlia, ma è accaduto nel momento peggiore: ora non so che cosa darle da mangiare, perché la signora che curavo mi ha lasciato a casa e il solo stipendio che mi dà l’ospedale dove mi occupo delle pulizie mi basta appena per pagare l’affitto».


Lo tsunami deve arrivare

Il coronavirus ha colpito ricchi e poveri. Ma le misure per contenerlo non sono ricadute su tutti allo stesso modo. C’è chi ha potuto rifugiarsi nel porto sicuro dello smartworking, chi invece ha dovuto rimanere sul posto di lavoro esponendosi al rischio del contagio. E quando il governo ha deciso di chiudere tutto, tra i forzati a rimanere a casa, per quelli che una casa ce l’hanno, c’è chi ha continuato a prendere lo stipendio e chi no. Per i più deboli il fermo prolungato delle attività economiche ha significato una condanna alla povertà. «Ci siamo accorti presto che dentro l’emergenza sanitaria stava montando una crisi sociale – osserva Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana –. Non sappiamo ancora quante vittime farà. Ma abbiamo l’impressione che lo tsunami deve ancora arrivare. Oggi a chiedere aiuto per il cibo sono camerieri, lavapiatti, colf e badanti. Domani potrebbero essere i loro datori di lavoro, magari finiti nelle mani degli usurai».

 
 

 

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