Scarp Maggio
Ciao Enzo, hai dato voce agli sconfitti

di Paolo Brivio

È stato il nostro “padre battezzatore”. Perché le scarpe da tennis che compaiono sin dal primo numero (era il 1994) nella nostra testata, erano quelle indossate dal barbon avviato sullo stradone per l’Idroscalo, che lui aveva cantato in una Milano ormai consegnata ai ricordi, una città in tumultuosa trasformazione, tanto ottimista da saper guardare con tolleranza e con (relativa) simpatia anche ai marginali e agli originali che la popolavano, senza avvertire l’istintiva, impaurita inclinazione allo sgombero, alla rimozione, alla criminalizzazione, che si sarebbe fatta largo nei decenni successivi.
Enzo Jannacci aveva scritto El purtava i scarp del tennis (unanimemente riconosciuta come uno dei suoi capolavori) nel 1964, insieme a Dario Fo. Ed esattamente tre decenni dopo Pietro Greppi, pubblicitario milanese, aveva avuto l’idea di utilizzare l’immagine delle scarpe da ginnastica per dare nome al giornale di strada, scritto e venduto da persone senza dimora, che aveva fondato a Milano. Il riferimento al “barbone” jannacciano era quasi obbligato, anche se nel frattempo il popolo della strada, all’ombra del Duomo, aveva cominciato a cambiare connotati: niente più personaggi in fuga dalle convenzioni sociali e in cerca di un’anarchica, romantica libertà, niente più spostati o diseredati di quartiere, niente più strambi folcloristici e innocui, ma una schiera sempre più ampia di esclusi dai processi economici, di soggetti segnati da pesanti forme di dipendenza e di disagio psichiatrico, di immigrati in attesa di un inserimento stabile nella società italiana.

La città che non si curva

Mentre Greppi (era il 1996) trasferiva la testata a Caritas Ambrosiana, che in 17 anni ne avrebbe fatto un progetto sociale e di comunicazione oggi presente in 13 città d’Italia, capace di dare lavoro, reddito e supporto sociale (nel 2012) a 150 persone gravemente emarginate, Jannacci aveva accettato che le scarpe da tennis continuassero a camminare attraverso l’esperienza dello street magazine, al quale  – nel corso degli anni – avrebbe concesso tre interviste, e che avrebbe continuato ad acquistare dallo storico venditore che stazionava nei pressi della sua casa milanese, in zona Città Studi, cui non lesinava qualche chiacchiera e generose mance.
Ma il suo contributo alla linea editoriale e all’esperienza sociale del giornale, Jannacci l’aveva dato proprio con la canzone del 1964. Anche limitandosi a una sommaria esegesi, e fatta la tara ai mutamenti sociali succedutisi in mezzo secolo, la canzone mostra che il suo autore conosceva bene gli uomini e le donne della strada. Ne percepiva le sofferenze, ne compativa (nel senso etimologico: patire con) le solitudini e le stranezze, ne apprezzava la stralunata ironia e la non infrequente autoironia. Il suo antieroe rintracciato dopo essere andato a fare il bagno sullo stradone verso l’Idroscalo, lo squadratissimo e zanzaratissimo “mare di Milano” (altre spiagge, difficilmente se le sarebbe potute permettere: come capita a tanti poveri odierni), parlava spesso e volentieri de per lù, tra sé e sé: lo fanno anche gli scarp de tennis people del giorno d’oggi, costretti dall’isolamento e dal disagio psichico ad aver dialoghi soprattutto con se stessi. Però vantava dù oeucc de bon, due occhi da buono: è se è vero che la vita di strada si è andata sempre più impastando di violenza, striandosi di traffici e illegalità che hanno per protagonisti tanti disperati e malintenzionati, non si può non riconoscere che ancora oggi i senza dimora, in maggioranza, sono vittime inermi dell’insicurezza metropolitana, con il suo carico di pericoli e prepotenze.
D’altronde, anche all’epoca di Jannacci il barbon era il primm a menà via, il primo ad andarsene: a occultare la sua presenza, perché soggetto “naturalmente” esposto, sospettabile, censurabile, in occasione dei piccoli e grandi accadimenti storti della vita cittadina. La sua selvaticità, peraltro, non era tale dal renderlo insensibile al fascino dei simboli del progresso e della ricchezza: son mai staa su la machina mi, signore, confessava il protagonista della canzone all’automobilista che gli chiedeva un’indicazione stradale, e che pur apostrofandolo con un maleducato “barbon” l’avrebbe poi fatto salire a bordo, così come oggi molte biblioteche o internet point accolgono, più o meno volentieri, moltissimi homeless alla ricerca di riparo dal freddo o dal caldo, ma anche attratti da computer e schermi che connettono al mondo circostante, e offrono qualche utile dritta su dove cercare un letto, un piatto di pasta, un lavoro. Alla fine, però, l’uomo in scarpe da tennis l’han trovaa sotta a un mucc de carton, gh’han guardaa, el pareva nessun (…) el pareva ch’el dormiva: si moriva tristemente allora, nella reclusione del tutto aperto intorno, condannati a sembrare nessuno, come si muore drammaticamente oggi, abbandonati alla propria sconfitta, su un marciapiede o in un’area industriale dismessa. Lassa stà, che l’è roba de barbon, sentenzia la città che passa accanto e non si curva: non sapendo di vergare, in questo modo, oggi come allora, l’epitaffio della propria cecità morale e sordità politica.

Sogni carezze preghiere

Insomma, i cantanti poeti – e Jannacci di certo lo è stato – sanno essere acuti, sorprendenti cronisti dei margini. Eppure la loro verità non si limita alla descrizione. Poco più di un anno fa, in occasione della morte di Lucio Dalla, autore dell’altrettanto memorabile Piazza Grande, l’editoriale di Scarp si interrogava sul perché «il barbon (…) ha diritto di cittadinanza molto più in romanzi, pièce teatrali, canzoni, film e affini, che nei meccanismi di rappresentanza politica e di tutela sociale che regolano la nostra convivenza civile». E si rispondeva avanzando «il sospetto che nel povero estremo il poeta – ne sia consapevole o meno – scorga una sorta di immagine “pura” dell’umano. Spogliata da ogni orpello consumistico, da ogni ansia proprietaria. Come chiedersi: che ne resta (o che ne è davvero) dell’uomo, se togliamo gli averi, gli status symbol e lo status sociale, il lavoro, persino la casa? Quel che resta (…) è un bel sogno d’amore. Rincorso già da tempo. (…) Ed echeggiato da quel che prova, intimamente, l’omologo bolognese, attorno al quale ruota l’intera Piazza Grande: A modo mio, avrei bisogno di carezze. E di sognare anch’io. E di pregare Dio». In definitiva, i poeti ci sospingono a effettuare una scoperta minima, però a suo modo commovente: il marginale, l’ultimo, la persona senza dimora (persona, prima che senza dimora) rivela efficacemente, nella sua “nudità” patrimoniale e nella sua invisibilità sociale, che l’umano resiste (esiste) là dove resistono attese d’affetti, desideri di relazioni, slanci dello spirito. Aperture verso l’altro, orientamenti verso l’alto. Non è un tetto sulla testa, e tantomeno il conto in banca, a definire il valore autentico di un’esistenza: sogni carezze e preghiere sono molto più irrinunciabili.
Per fortuna, vien da concludere, ogni tanto un poeta ci riporta all’essenziale. All’interiorità: la dimora che tutti condividiamo, anche quando non abbiamo dimora. Anche quando camminiamo su un anonimo stradone, verso l’Idroscalo del nostro smarrimento

Il resto del servizio si può leggere
sul numero di Scarp de’ Tenis di maggio
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