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Ronda della Carità, vent’anni con i poveri

Vincenzo ha 50 anni e dei modi da signore. Nessuno direbbe che la sua casa è un marciapiede. È stato intercettato dalla Ronda nel bel mezzo della crisi economica. L’équipe del centro diurno ha scoperto che si sarebbe potuto avviarlo verso un lavoro di portinariato. Ora Vincenzo ha un contratto in pieno regola, vive nell’appartamento di housing sociale della Ronda e sta riprendendo in mano la sua vita.

di Ettore Sutti

Andare in strada di notte, frugare nelle viscere della città, anche quelle lontane dalle luci dei riflettori, per incontrare i più poveri e sfortunati. Mettersi al loro fianco per offrire conforto e dignità. Garantendo cibo, coperte, abiti puliti ma anche una parola di conforto e una stretta di mano. Non per fare l’opera buona per poi andare a dormire tranquilli ma per ricordare a tutti che tutte leì persone hanno una dignità, anche quando capitano degli inconvenenti o si commettono degli errori. La Ronda della Caritàfa tutto questo, notte dopo notte. Da vent’anni. E non ha nessuna intenzione di smettere. «La Ronda è nata dall’idea di un gruppo di amiche che facevano volontariato con i senza dimora – racconta la presidente, Maddalena Magda Baietta –. Moltissimi tra loro avevano disturbi psichici che nessuno era in grado di seguire in maniera continuativa oppure persone troppo orgogliose per andare a chiedere aiuto o semplicemente presentarsi a una mensa o a un guardaroba. Ci siamo rese conto che l’unico modo per offrire una possibilità a queste persone era quello di avvicinarle e offrire un percorso di accompagnamento. E così abbiamo fatto».


Aggancio e assistenza

«All’inizio uscivamo con una macchina (la mia) e avevo un box a disposizione dove tenere il materiale da distribuire mentre i panini li facevamo a casa. Fin dall’inizio abbiamo deciso di coprire le zone meno battute della città come la stazioni Garibaldi, Cadorna, Lambrate e Rogoredo. Si usciva due volte a settimana. A un certo punto, però, per garantire servizi migliori, abbiamo deciso di strutturarci e diventare un’associazione. Questo ci ha permesso di metterci in rete con le altre realtà del privato sociale che operano su Milano e con i servizi sociali del Comune per poter affrontare le richieste di aiuto, anche quelle più articolate, che ci arrivavano durante le nostre uscite».


La forza della rete

Piccoli ma fondametali passi. Il coordinamento tra le diverse unità mobili che operano su Milano, ad esempio, ha permesso, di ottimizzare il servizio ed evitare di avere zone in cui passano tre servizi diversi e altre totalmente scoperte. «Diventando una realtà più strutturata – continua Magda – abbiamo puntato molto sulla formazione. Non si può andare in strada senza essere preparati e, soprattutto, bisogna evitare di creare forme di assistenzialismo. Il rischio è abituare le persone a vivere in questa maniera garantendogli una serie di servizi senza chiedere nulla in cambio. Noi chiediamo un piccolo impegno anche solo semplicemente tenersi in ordine». Nel 2005 il servizio si è esteso e, grazie a un progetto finanziato dalla Fondazione Cariplo, è partita la prima unità di strada diurna. «La notte noi incontravamo le persone ma i servizi sono aperti di giorno. Per questo avevamo aperto uno centro diurno a bassissima soglia alla stazione Garibaldi. Grazie alla benevolenza di un gestore di un bar avevamo a disposizione un tavolino all’aperto in cui incontravamo le persone. L’idea era quella di fare colazione insieme e indirizzare gli utenti ai servizi di cui avevano bisogno. Ma non solo. Anche accompagnarli e seguirli nei percorsi più delicati». Dopo cinque anni, però, visto gli alti costi, la Ronda si è vista costretta a interrompere il progetto. Ma non ad accantonare l’idea di poter garantire un servizio di questo genere. L’occasione è arrivata grazie al progetto di sensibilizzazione avviato con i ragazzi nelle parrocchie. «Oltre a fare testimonianza chiediamo ai ragazzi di prepararci dei panini e di venire una sera da noi a consegnarceli per poi distribuirli. Durante una distribuzione una famiglia milanese ci ha messo a disposizione degli spazi per aprire un centro diurno. Dal 2012 siamo qui al Casoretto, in questa bellissima sede dove distribuiamo anche pacchi viveri a una cinquantina di famiglie della zona».


Si punta all’indipendenza

Al centro si lavora per rendere indipendenti le persone grazie ad alcune borse lavoro garantite dal Comune e da altre realtà ma anche a dei tirocinii formativi retribuiti messi a disposizione dalla Fondazione Bracco. Le persone in prova vengono poi inserite in un appartamento in housing sociale avviato in collaborazione con la Fondazione Isacchi Samaja dove sperimentano una primo livello di indipendenza. «In cambio non chiediamo nulla – conclude Magda – se non di accantonare una quota dello stipendio che servirà poi per reperire una casa in affitto sul mercato. L’idea è quella di rimetterli sulla strada per l’autonomia garantendo assistenza e i servizi necessari. Si va dalla stesura di un curriculum al supporto per superare un esame professionale. Mediamente un percorso dura da sei mesi a un anno. Salvo ricadute. Che ci sono. Perché non è per nulla facile ripartire da zero dopo aver passato anni in strada a ripetersi che non si vale nulla. Ma noi siamo qui».
 
 

 

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