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Ort antigh: Paolo e le piante rare

Non sono varietà coltivabili su larga scala ma prodotti da giardino: alcuni tipi di fragole o pomodori non sono proprio coltivabili perché durano pochissimo, 24-48 ore dalla raccolta, quindi difficilmente gestibili. Il bello è poter raccontare la storia di ogni frutto.

di Alberto Rizzardi

Si chiama Paolo Barilla, ma è solo omonimo dell’erede del colosso alimentare nato centoquaranta anni fa esatti. Un collegamento, però, c’è: la Barilla nacque a Parma come piccola bottega di pane e pasta artigianali e in provincia di Parma, a Colorno, novemila abitanti nella Bassa, al confine con il Cremonese, abita e opera il “nostro” Paolo Barilla. Piccola premessa: Colorno ha una storia importante, ben esemplificata da Palazzo Ducale, la Reggia di Colorno, soprannominata la Versailles dei Duchi di Parma. C’è, dunque, un rapporto stretto con il passato da queste parti e la cosa vale anche per Paolo: trentasei anni, da due ha creato Ort antigh, con l’obiettivo di recuperare la biodiversità attraverso varietà di piante rare e antiche di tutto il mondo, sconosciute ai più, ma custodi, ognuna, di un piccolo pezzo di storia e tradizioni. Non pensiate, però, a strutture fantascientifiche o a complessi laboratori: il cuore di tutto sono appena seicento metri di terra e tre piccole serre dietro la casa dove Paolo vive coi genitori, una villetta giallo limone sulla via che costeggia quel torrente Lorno.


All’inizio solo un orticello

«Ho iniziato a diciotto anni a fare il classico orticello assieme a mio padre – racconta Paolo – anche se ho studiato da geometra e ho lavorato in vari scavi archeologici. Dopo qualche anno, complice la crisi, sono rimasto senza lavoro e ho provato a reinventarmi: ho iniziato apartecipare a vari mercatini in zona per vendere le piantine che coltivavo, cercando nel contempo su Internet varietà rare, antiche e particolari. I primi anni sono stati abbastanza duri. Era una sorta di secondo lavoro; facevo un po’ di tutto: nel frattempo consegnavo pizze e altri lavoretti simili. Poi, pian piano, le cose sono migliorate: da due anni lavoro con partita Iva come micro-produttore diretto, mi sono iscritto come vivaista in Regione Emilia Romagna, anche se c’è voluto un anno solo per avere il permesso da Roma per poter coltivare varietà che io recupero dalle associazioni di biodiversità di tutto il mondo e che non sono contenute negli elenchi ministeriali ed europei». Varietà per hobbisti, che non si possono riprodurre su scala industriale, ma distribuire solo scambiando semi o in manifestazioni dedicate alla biodiversità, in tiratura limitata. «Non posso darle a tutte le aziende agricole – spiega – ma solo a quelle che hanno determinati permessi (e sono pochissime in Italia). Non sono varietà coltivabili su larga scala ma prodotti da giardino: alcuni tipi di fragole o pomodori non si possono coltivare con tecniche intensive perché durano pochissimo, 24-48 ore dalla raccolta, quindi difficilmente gestibili».


Decine di tipi di fragole

A proposito di fragole, nei supermercati il discrimine è uno, la provenienza: Italia o Spagna. In realtà, di varietà ne esistono decine, come la sferica Frau Mieze Shindler, la Chiloensis lucida, che arriva dalla California, o la Profumata di Tortona, che non è un’attempata signora abbonata al Teatro Civico, ma, appunto, una delle fragole più aromatiche, a rischio estinzione. Di pomodori, invece, conosciamo qualche varietà in più ma chi di voi, sinceramente, sa dell’esistenza del pomodoro pesca? Originario del Perù, colore giallo che sfuma sul rosa, con una leggerissima peluria tutt’attorno, è dolcissimo. «Cerco di proporre un catalogo di prodotti, ortaggi e qualche frutto minore, che non si trovano nella grande distribuzione. Riproduco personalmente isemi che vendo: ci ho messo una decina d’anni ad avere ventotto varietà di pomodori, oltre trenta di fragole e una quindicina di peperoncini. Faccio tutto da solo e a mano: è molto impegnativo e si guadagna qualcosa solo quando si vendono le piantine, da metà marzo a giugno; il resto dell’anno si lavora, tanto, senza retribuzione». Il rovescio della medaglia è che il lavoro di Paolo incuriosisce sempre più persone: «Più si coltiva naturale, recuperando varietà antiche, e più si ottengono risultati incredibili. Molti di quelli che assaggiano le mie varietà poi tornano e, magari, comprano anche qualcosa d’altro, informandosi sulla sua storia: questo è l’aspetto più bello. È un modo per riscoprire le tradizioni e per trasmettere una cultura perduta». Insomma, ne vale la pena? «Decisamente sì – conclude Paolo – Certo, vivo ancora con i miei, ma cerco di farmi bastare il cibo che mi produco da solo, grazie all’orto e agli alberi da frutto che ho piantato e accontentandomi di quelle poche centinaia di euro che arrivano dai mesi di lavoro. Non vado a mangiare la pizza molto spesso, faccio tanti sacrifici ma ho anche una vita molto appagante. Ed è bellissimo».

 
 

 

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