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Non chiamateli rifiuti

Per la legge italiana i vestiti che mettiamo nei cassonetti sono semplicemente rifiuti. E come tali devono essere trattati e smaltiti. Un mercato globalizzato che genera milioni di profitti e sul quale si sono buttati anche aziende profit. E dove chi segue le regole è spesso penalizzato. Il sistema Caritas, impegnato in prima linea nella raccolta, chiede che il legislatore prenda atto che questo è un settore, che genera benefici sociali.

di Generoso Simeone

È il grande equivoco della raccolta di indumenti usati. Quando mettiamo un capo d’abbigliamento in un cassonetto che si trova per strada, non stiamo facendo una donazione ai poveri. Ci stiamo semplicemente liberando di un rifiuto. Lo stabilisce la legge e lo dichiarano, più o meno con trasparenza, i soggetti impegnati nella raccolta: talora soggetti sociali e di solidarietà, sovente aziende private. Inserire vecchi vestiti in un cassonetto è quindi cosa ben diversa dal portarli in parrocchia. In quest’ultimo caso si tratta effettivamente di una donazione, perché gli abiti vengono consegnati a chi ne ha bisogno. L’equivoco scaturisce dalla consuetudine per cui spesso sono gli enti caritatevoli o le cooperative sociali a occuparsi, in Italia, dell’attività di raccolta tramite cassonetti. Che, per numeri e capillarità, è ormai un settore economico con una sua fisionomia. Gestito, però, con criteri e valori assai diversi, dai differenti soggetti che se ne occupano. La Caritas, intesa come una sorta di “marchio generalizzato”, è riconosciuta come il principale soggetto che, in Italia, fa raccolta di indumenti usati attraverso i cassonetti. Un po’ ovunque, nel paese, le Caritas diocesane, direttamente o attraverso cooperative collegate, smaltiscono, dichiarandolo apertamente, questo particolare tipo di rifiuto. Particolare, in quanto non finisce in discariche, inceneritori o impianti di compostaggio. Pantaloni, maglie, camicie, gonne, cappotti e giacche vengono infatti raccolti per essere recuperati. Circa il 30% ha una destinazione industriale, per ottenere fibra; la parte restante viene immessa nel circuito dell’usato. Il quantitativo maggiore viene acquistato da imprese specializzate, per lo più tedesche e francesi, che poi rivendonogli abiti in Asia, Africa e America Latina dove i nostri vestiti, anche se di seconda mano, sono molto ambiti. Un vero e proprio mercato, globalizzato, da milioni di euro, che genera profitti. Perché stiamo parlando di più di 110 mila tonnellate di materiale raccolto in Italia in un anno (dato 2013, ultimo disponibile), laddove in un chilo si contano tre capi d’abbigliamento. E il trend è in crescita.


Opacità e burocrazia

Ma che ci fanno le Caritas diocesane e le cooperative sociali in questo business? Fanno il proprio“mestiere”, cioè portano avanti progetti di solidarietà, dando lavoro (nella raccolta degli indumenti e nella gestione dei cassonetti) a persone in difficoltà. Gli (eventuali) utili dell’attività, vengono inoltre destinati ad altri progetti sociali. Sembrerebbe tutto semplice, ma in realtà i problemi sono tanti. Il primo riguarda le cosiddette raccolte “parallele”, cioè non autorizzate. Installare un cassonetto su suolo pubblico è più faciledi quanto sembri. Le pubbliche amministrazioni non sempre controllano e proliferano così le raccolte abusive. Che spesso impiegano manodopera a basso costo e non rispettano, prima di rivendere gliindumenti, le norme ambientali sui trattamenti. Ci sono poi le raccolte autorizzate, ma che giocano sulla buona fede dei cittadini, sfruttando l’equivoco della donazione dei capi ai poveri. Alcune cooperative, esterne ai circuiti Caritas, così come aziende, non sempre sono trasparenti nel dichiarare la propria finalità sociale. Un’altra criticità riguarda la complessa filiera del trattamento relativa all’indumento inteso come rifiuto. La legge italiana stabilisce norme fin troppo rigide sui criteri da rispettare prima di poter rivendere un abito usato. Questo spiega perché gran parte del materiale finisca all’estero. Ci sono poi gli ostacoli burocratici. Ad esempio,le cosiddette procedure di igienizzazione, che stabiliscono come va trattato un capo d’abbigliamento prima di essere reimmesso sul mercato, sono diverse da regione a regione e difformi dagli standard degli altri paesi Ue. Ciò genera confusione e penalizza chi rispetta la legalità, dato che certi procedimenti sono molto costosi. Difficile è anche il rapporto con gli enti locali. Dove i comuni non si disinteressano di quanto accade sullepropriestrade, emanano bandi stabilendo tasse di occupazione del suolo pubblico molto elevate. Anche in questo caso, chi ha personale, impianti e mezzi di trasporto in regola sostiene costi maggiori rispetto a chi vince le gare non rispettando le norme ambientali e del lavoro.


Materia prima secondaria

I rifiuti generici, di qualsiasi materiale siano composti, sottostanno a regole e codici molto stringenti. Ad esempio, è previsto che ogni trasporto sia tracciato con un documento di accompagnamento. Oppure che gli impianti dove si stoccano i rifiuti non possano essere semplici magazzini, ma luoghi autorizzati dove rispettare norme contro l’inquinamento acustico o delle acque. Nulla di tutto ciò è previsto per i vestiti. Una volta raccolti inquanto rifiuti, essi diventano “materie prime secondarie”. In questo modo acquisiscono valore e generano un mercato. In questa anomalia poco regolamentataproliferanonon solo equivoci,ma anche illegalità. Le Caritas diocesane e le cooperative socialicollegate sono impegnate, oltre a creare occasioni di lavoro per soggetti svantaggiati, anche nel non facile compito di portare trasparenza e rispetto delle regole, in un settore con diverse ambiguità e opacità. Don Michele Chiapuzzi, direttore della Caritas diocesana di Tortona, è per esempio convinto che il problema stia a monte. Cioè nel considerare gli indumenti dismessi come qualsiasi altro rifiuto. A Tortona, attraverso la cooperativa Agapedi cui don Chiapuzzi è vicepresidente, viene fatta la raccolta di capi d’abbigliamento usati. «Nei nostri cassonetti – spiega – troviamo vestiti lavati, stirati e ben confezionati, perché il cittadino è convinto di fare una donazione. Non c’è la volontà di disfarsi di un rifiuto, e il legislatore dovrebbe prenderne atto. Oppure, data la fisiologica eccedenza rispetto al fabbisogno, dovrebbe regolamentare meglio il settore, riconoscendo che questo è un mercato che genera benefici sociali. Noi creiamo lavoro per persone svantaggiate e finanziamo progetti di inclusione». Per il direttore della Caritas di Tortona l’ambiguità tra donazione e conferimento di un rifiuto è la vera fragilità, che genera i problemi che affliggono il settore. «Il rifiuto – osserva don Chiapuzzi – impone una burocrazia amministrativa stringente, che realtà come la nostra faticano a rincorrere. Il paradosso è che ciò che noi raccogliamo diventa poi materia prima secondaria e genera il mercato degli indumenti di seconda mano. Allora io dico che è ora di smettere di distinguere tra profit e non profit. Io parlo di profitto etico. Va riconosciuta la specificità di un bene, che dovrebbe essere acquisito come una donazione e che poi genera un meccanismo virtuoso. Per farlo, arriverei addirittura a chiedere di pagare un’Iva al 4%, dato che sui rifiuti l’imposta non è prevista».


Il controllo della filiera

«Noi – spiega Carmine Guanci, vicepresidente di Vesti Solidale, cooperativa sociale collegata a Caritas Ambrosiana – dichiariamo apertamente che la nostra finalità non è vestire i poveri, ma utilizzare i capi raccolti come volano di economia sociale. Abbiamo promosso una rete di cooperative (Riuse – Raccolta indumenti usati solidale ed etica), che persegue un elevato livello qualitativo, occupazionale e solidaristico e rispetta in modo rigoroso tutti i dettami normativi. Il vero problema è che i nostri concorrenti non fanno altrettanto. C’è chi posiziona i cassonetti senza avere l’autorizzazione, chi millanta un’attività solidaristica e invece fa solo profitto. Altri non rispettano le norme sul lavoro e sull’ambiente. Stare in questo mercato è sempre più difficile». Guanci scorge un ulteriore problema: il controllo della filiera. «A volte veniamo accusati – sottolinea – di vendere la nostra raccolta a impianti non in regola. Ma tutti quelli che hanno a che fare con noi firmano contratti etici sul rispetto dei diritti dei lavoratori, delle normative ambientali e fiscali.Più di cosìnon possiamo fare: sfido a dirci quali sono gli impianti non in regola, così non instaureremo rapporti con loro».