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Lockdown forzato, chi non è ripartito

Sono tantissimi i lavoratori che, nonostante il via libera del Governo, sono ancora congelati in una “Fase uno” infinita. Secondo la Cisl nella sola area metropolitana di Milano sarebbero tra i 100 e i 150 mila i lavoratori congelati. Il 75% di chi è ancora fermo è impiegato nel commercio.

di Francesco Chiavarini

La quarantena è finita, ma la “Fase due” per molti non è ancora cominciata. Nel cen- tro di Milano, i bar e i risto- ranti hanno rialzato le ser- rande. Qualcuno ha approfit- tato delle agevolazioni fiscali per improvvisare i dehors su marciapiedi e in piazza. Tut- tavia i tavolini, anche quelli all’aperto, stentano a riem- pirsi durante la pausa pran- zo. Non è solo paura del con- tagio. Chi lavora in centro, non è in realtà ancora rien- trato in ufficio e così i came- rieri rimangono a casa.
«Il mio titolare ha due locali, uno in corso Italia l’altro vicino a piazza Affari, ci lavorano in totale 10 dipen- denti. Da due settimane li ha riaper- ti entrambi. Ma non ha più bisogno di noi. Lui, la moglie e i suoi due figli bastano e avanzano per servire i po- chi clienti che sono davvero tornati. A noi non resta che la cassa integrazione, ma non è sufficiente per vi- vere», racconta Khaled, 28 anni, ori- ginario del Bangladesh, mentre at- tende il suo turno per fare la spesa all’Emporio della Solidarietà della Barona: il supermercato dove si ac- quista con i punti solidarietà offerti dalla Caritas.
La Milano da bere non è più quella di un tempo e i suoi riti sten- tano a ricominciare. Persino i tanto celebrati happy hour sono solo un pallido ricordo di quelli passati. Co- sì la normalità post Covid-19 pre- senta il conto e per molti è un prez- zo troppo alto.
All’altro capo della città, nel quartiere di Niguarda, periferia nord est, in coda c’è Maria, 38 anni, originaria del Perù. «Sono impiega- ta in un’azienda di pulizie. Il nostro principale cliente è Allianz, la socie- tà di assicurazioni che ha gli uffici nella torre di Isozaki. Ora a causa del virus, gran parte dei dipendenti lavora da casa e noi siamo rimasti senza lavoro e anche senza stipen- dio, perché a me non è ancora arri- vata la cassa integrazione di mar- zo», spiega.


Vittime dello smart working

Effetti collaterali dello smart wor- king. Le imprese del terziario avan- zato hanno scoperto o riscoperto il telelavoro. I dipendenti hanno in molto casi salutato la novità con en- tusiasmo, in altri ci si sono sempli- cemente adattati. Ma una serie di mansioni è stata cancellata nel giro di poche settimane e coloro che le svolgevano, lavoratori poco qualifi- cati e senza tutele, ne hanno fatto le spese.
Forse va un po’ meglio nelle im- prese che producono ancora cose e non servizi, nella vecchia e cara in- dustria manifatturiera. Ma anche tra i Cipputi meneghini sopravvis- suti in mezzo al popolo di architetti, stilisti, designer, vanto della città dei primati, in tanti non se la passano affatto bene. Sergio Nigro, 48 an- ni, saldatore di precisione, questo mese ha lavorato solo una settima- na, le altre le ha fatte in cassa. «Sia- mo in 9 in azienda, ma le commesse sono calate a picco. Non c’è lavoro per tutti. Mi alterno con i miei col- leghi. Ma si fa molta fatica: questo mese ho guadagnato 834 euro. Ge- neralmente passavo qualcosa a mia madre che vive con la minima in una casa popolare, ma ora tutto quello che posso fare è aiutarla a portare i pacchi delle spesa dell’Em- porio della Caritas», racconta.
Resta ancora in quarantena lo spettacolo viaggiante, altra scheggia dentro quel caleidoscopio che chia- miamo mondo del lavoro, un mo- saico di tessere tanto diverse tra lo- ro che a stento restituiscono un’im- magine distinguibile. Con la bella stagione iniziavano le sagre nei pae- si. La primavera è passata e anche l’estate sarà archiviata senza nem- meno un appuntamento in calen- dario. Così il tiro a segno, il pugno- metro e la giostra dei cavalli di Luc- ky Albanese, 63 anni, nel settore da tre generazioni, sono rimasti chiusi nel camion accanto alla roulotte, piazzata in un campo lungo viale Ri- pamonti, all’estremità sud della cit- tà, dove vive con la moglie e la sua famiglia allargata.
«Ho ereditato il mestiere di gio- straio da mio padre e ho trasmesso la passione ai miei figli. In questo periodo saremmo dovuti essere a Borgomanero. Poi avremmo girato i paesi attorno al Lago Maggiore e per Ferragosto saremmo arrivati a Busto Arsizio per il Festival latino americano. Tutto cancellato. Non ci rimane che chiedere aiuto alla Ca- ritas». Niente feste, niente affari e niente nomadismo (anche se di cor- to raggio).
Delle 1.250 nuove famiglie che i centri di ascolto delle parrocchie hanno inserito nel circuito di assi- stenza costituito dai 3 Empori della Solidarietà presenti a Milano all’ini- zio della crisi sanitaria, l’80% ha an- cora bisogno di aiuto e ha rinnovato la tessera per i prossimi due mesi.
«In parte perché sono cambiate le abitudini, in parte perché è calato il giro di affari, in parte perché alcu- ne imprese non hanno ancora riaperto, diversi lavoratori sono rima- sti impigliati nel lockdown e, se non si vigilerà, rischiano di venire anco- ra più marginalizzati ed espulsi de- finitivamente», sottolinea Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana. La fotografia sulla crisi scattata dagli operatori della Cari- tas trova una conferma nei dati dif- fusi dalla Confcommercio di Mila- no, Lodi, Monza e Brianza. Da un’indagine, condotta tra 982 im- prese nel settore terziario, per lo più di piccole dimensioni, emerge che ad un mese dall’avvio della “Fase due” il 15% delle aziende non ha ri- preso il lavoro e il 48% dei titolari non ha ancora ricevuto le risorse per pagare ai propri dipendenti la cassa integrazione di marzo, il pri- mo mese della chiusura.


Congelati nella “Fase uno”

Secondo la Cisl nell’area metropo- litana di Milano sarebbero tra i 100 e i 150 mila i lavoratori ancora con- gelati nella “Fase uno”. «Stimiamo che il 75% di chi è ancora fermo è impiegato nel settore del commer- cio che comprende non solo bar, ri- storanti e locali, i più colpiti dalla quarantena, ma anche i negozi di al- cuni settori come l’abbigliamento dove il grosso della clientela non è ancora tornato – spiega il segretario della Cisl di Milano, Eros Lanzoni –. Il restante 25% dei lavoratori che non sono ancora tornati in attività è occupato nel settore industriale ed è assunto prevalentemente da aziende di piccole dimensioni, le meno strutturate che non sono sta- te in grado di congelare gli ordini in vista della ripartenza». Essendo gli stipendi base troppo bassi per il costo della vita di Mila- no, la cassa integrazione (quando è arrivata) è stata insufficiente per pagare mutui, affitti e fare la spesa. E così mentre la città ha riacceso i motori, chi si era messo in coda da- vanti agli Empori a marzo, ci è rima- sto anche a maggio, bloccato come in un fermo immagine.

 
 

 

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