Scarp Luglio
L’Italia che cammina.

Una moda ma anche un bisogno. Perché mettersi in cammino non è semplice escursionismo. I cammini sono dei lunghi viaggi a piedi che ti fanno entrare in un modo di vivere nuovo e alternativo e ti trasformano. E sono tanti i piccoli borghi che stanno rinascendo, organizzandosi attorno alla crescente richiesta di questo particolare tipo di turismo. Viaggio in Scarp de’ tenis sui tanti cammini italiani.

di Stefania Culurgioni

Camminare attraverso l’Italia zaino in spalla. Andare lenti, osservare i dettagli, meditare. Mangiare un panino con sconosciuti compagni di viaggio, dormire insieme in uno stanzone. In due parole: diventare viandanti. È l’Italia che cammina e che riscopre la lentezza. Il piacere di andar piano, la soddisfazione di farcela con le proprie gambe. Come i pellegrini di una volta, sulle cui strade oggi rinasce un nuovo turismo. Il turismo solidale di migliaia di italiani: spendono poco, fanno amicizia, non inquinano e riscoprono il loro Paese. È una moda ma anche un bisogno. Così sentito che nel 2017 l’allora ministro del turismo, Dario Franceschini, lanciò online il primo Atlante dei cammini d’Italia. Il motivo? Non esiste soltanto quello spagnolo di Santiago, il più famoso e probabilmente precursore di questa rinascita slow. L’Italia ha percorsi stupendi, antichissimi, tutti da scoprire. In tutto 42 sentieri, storici, naturalistici, culturali e religiosi che, da nord a sud, attraversano il Paese. Migliaia di persone, tendenza in aumento: una stima in numeri però è difficile da fare. Manca un coordinamento nazionale, il lavoro da fare è tantissimo. «Ad Assisi, dove passa la via di Francesco, nel 2018 sono stati timbrati 8 mila credenziali del pellegrino, cioè il libretto dove si raccolgono i timbri. La metà di questi erano stranieri – racconta Fabrizio Ardito, giornalista esperto di cammini – si ipotizza però che ci siano state almeno altre 6 mila persone che abbiano proseguito fino a Roma. Potremmo parlare di 12 mila pellegrini solo in un anno e solo sulla via di Francesco». Un cammino spirituale, sulle orme del Poverello d’Assisi, lungo 450 chilometri attraverso Toscana, Umbria e Lazio fino a Roma, respirando ovunque quel suo messaggio d’amore per la natura e le sue creature. E poi, c’è la famosa via Francigena, l’antico sentiero che nel medioevo univa Canterbury alla Città eterna, estendendosi persino ai porti della Puglia: la percorse per primo l’arcivescovo Sigerico di Canterbury che nel 980 si recò a Roma a piedi per ricevere dalle mani di Papa Giovanni XV il pallio, simbolo della dignità arcivescovile. Scrisse un diario, indicò 80 tappe, nacque così la prima vera strada d’Europa. Oggi la percorrono 50 mila pellegrini all’anno.


Manca coordinamento

La via Francigena ha dato il via all’Europa», dice Sami Tawfik dell’associazione europea delle Vie Francigene. Nata nel 2001, coordina lo sviluppo dell’itinerario che attraversa Inghilterra, Francia, Svizzera e Italia. «In Italia, la via passa da Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, per venti chilometri in Liguria e poi Toscana per 380 chilometri. Ultimo tratto nel Lazio. Ma c’è un’estensione fino a sud, perché l’idea era raggiungere Gerusalemme dai porti». Il problema dei cammini d’Italia è la mancanza di un coordinamento generale: «I sentieri italiani sono gestiti soprattutto da associazioni e volontari – continua Tawfik – ma occuparsi della manutenzione è complesso: significa tagliare l’erba, aggiustare ponticelli e attraversamenti, mettere la segnaletica, le protezioni che dividono il percorso dalla carreggiata e molto altro. La competenza sarebbe dei Comuni italiani, o delle Province, ma serve una pianificazione generale. Ora tutto è fatto a macchia di leopardo, ci sono luoghi più o meno virtuosi». E poi c’è il capitolo dell’accoglienza: l’Italia che riscopre i cammini significa anche un nuovo respiro economico, una microeconomia che riparte. Ci sono paesini sulla via Francigena che hanno meno di mille abitanti, ma sui quali transitano a piedi anche 4.500 pellegrini all’anno. Piccoli Comuni dimenticati che invece riacquistano vita: nascono locande e riaprono bar, qualcuno si inventa il servizio di trasporto bagagli. «Eppure, la domanda è ben più alta dell’offerta – continua il referente italiano dell’associazione delle Vie Francigene – servirebbero molti più ostelli e servirebbe che offrissero molti più servizi, dal ricovero degli scarponi e delle biciclette alla possibilità di dormire anche per una notte, fino alla distribuzione di materiale informativo».

 
 

 

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