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La maestra Angela tra i bassi di Napoli

Ho visto ragazzi mettersi al centro del vicolo perché il segnale prendeva meglio: la verità è che la didattica a distanza non è stata alla portata di tutti. Se vivi in un basso interno, dove il segnale è debole e tu hai pochi giga, non hai un computer ma solo un telefonino neanche tanto performante, i compiti da fare non ti arrivano proprio. E così l’abbandono scolastico diventa inevitabile.

di Laura Guerra

La pasta e le fotocopie delle schede di scuola; le scatole di pelati e la ricarica per i giga. Il pane e il sapere della maestra Angela che per tutto il periodo del lockdown ha attraversato i vicoli di Montesanto e dei Quartieri Spagnoli e ha aiutato bambini e ragazzi a non perdere il contatto con la scuola. Per più di tre mesi, due volte alla settimana, è stata un punto di riferimento per loro che l’aspettavano per chiederle di ripetere le tabelline o per capire il verbo avere con e senza hacca.
Angela Parlato fa l’insegnante di scuola primaria da 40 anni ed è attivista dei centri sociali Lo Sgarrupato e Dam, dove nel tempo pre Covid faceva il doposcuola pomeridiano. Poi con la pandemia e tutto il lavoro informale e in nero che sostiene tante famiglie di questi quartieri, la prima emergenza diventa quella alimentare. Nei due centri, insieme a don Michele, par- roco di Santa Maria a Montesanto, parte l’auto finanziamento e la rac- colta di generi alimentari: pasta, pane, frutta, verdura, olio, pelati, legumi, riso.
Comincia la distribuzione il mercoledì e il venerdì e per molti bambini l’arrivo di quelle buste, portate dalla maestra Angela, è un appuntamento fisso e atteso. Fan- no amicizia, lei chiede della scuola, della classe, dei compiti; le mamme si lamentano perché i compiti questi ragazzi non posso- no proprio farli, il cellulare è uno e la connessione spesso è insufficiente o scarsa.


Lotta all’abbandono

«Ho visto ragazzi mettersi al cen- tro del vicolo perché il segnale prendeva meglio – racconta la maestra Angela –: la verità è che la didattica a distanza non è stata alla portata di tutti. Il diritto allo studio non è stato garantito. Se vivi in un basso interno, dove il segnale è debole e tu hai pochi giga, non hai un computer ma solo un telefonino neanche tanto performante, i com- piti da fare non ti arrivano proprio. E l’abbandono scolastico diventa inevitabile, soprattutto se le mam- me non tornano al lavoro, possono stare a casa con i figli e andare a scuola non è più necessario».
La consegna della spesa è stato un modo per dare un aiuto concreto, per capire tanto altro e di ascoltare tante storie. «Dopo le prime volte, le mamme hanno cominciato a chiacchierare – spiega Angela –, chi lavorava a servizio ha perso il lavoro, alcuni padri facevano l’ambulante o avevano piccoli negozi di quartiere che erano chiusi. La povertà affrontata con la dignità di piccoli lavoretti, è diventata in- sopportabile. I bambini e i ragazzi sono le vittime maggiori, privati in un colpo solo di tutto: l’abitudine della scuola, le relazioni con i compagni, alcune ore della giornata passate in un posto diverso da casa propria».
I bambini sono state le vittime sacrificali di questa emergenza. «Sì, – dice ancora la maestra Angela – soprattutto i più piccoli: durante il lockdown, quando era davvero tutto chiuso, siamo riusciti a rac- cogliere fra noi o a comprare colori e pastelli, fogli colorati, plastilina e bolle di sapone da distribuire ai ragazzi. In caso contrario non avrebbero nemmeno avuto di che scrivere…».
Con la ripresa di tutte le attività sociali e la riapertura di quelle commerciali, l’attività di consegna della spesa – 1.500 famiglie raggiunte grazie a 50 volontari – si è conclusa, ma non è finita l’attenzione ai bisogni messa in campo dagli attivisti dello Sgarrupato. Chiara Palumbo, studentessa in giurisprudenza prossima alla laurea è una di loro. Con lei parliamo in particolare delle possibilità di accesso alle misure di aiuto economico.
«Non sono fatte per aiutare i poveri – dice – perché troppo burocratiche e pensate più per escludere che per aiutare: se hai una pensione sociale o sei in cassa integrazione non hai diritto né al bo- nus spesa né a nessun altro sostegno. Sappiamo tutti che gli anziani con la pensione minima se pagano l’affitto e il cibo, rinunciano alle cu- re. La richiesta del bonus per avere un computer bisogna farla online: ma se i patronati sono chiusi e un computer non ce l’ho, visto che sto chiedendo un bonus per comprar- lo, cosa posso fare? La soluzione sarebbe un reddito di emergenza universale che permetterebbe davvero ai poveri di avere un po’ di sollievo».


Nuove emergenze

«A Napoli avremo certamente un’emergenza educativa. Qui c’era già necessità di intervenire sul contrasto all’abbandono scolastico: nel dopo Covid il divario sarà ancora più grande. Rischiamo di perdere tanti ragazzi dei quartieri po- polari; avremo un’emergenza abitativa e, chi prima non era povero e lo è diventato in poche settima- ne, non riuscirà a pagare gli affitti di case e negozi Ci vorrebbero interventi strutturali per garantire il diritto allo studio e il diritto alla casa. I poveri li vedono come dei privilegi non come dei diritti negati».
Eppure dar loro una consapevolezza diversa è possibile, gli attivisti dei due centri sociali ne sono con- vinti. «Bisogna liberare l’accesso alla cultura: cinema, mostre, teatro, libri dovrebbero essere gratuiti per chi non può pagare e anche fa- cili da raggiungere e da fruire insieme agli altri e diventare occasioni di incontro, scambio e apertura verso mondi nuovi che per loro sono sconosciuti e lontani se non addirittura negati».

 
 

 

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