Scarp Luglio
Agricoltura: sapore di mafia

La criminalità organizzata ha trovato nei prodotti alimentari una lucrosa attività. La denuncia di Gian Carlo Caselli, Procuratore simbolo della lotta alla mafia e presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura voluto da Coldiretti. Viaggio di Scarp nel Progetto Presidio di Caritas Italiana che si batte contro sfruttamento e illegalità . Un viaggio che parte da Saluzzo tra i “fortunati” che lavorano in grigio e finisce tra i caporali di Castel Volturno.

di Francesco Chiavarini

«La mafia è come l’acqua, tende e riesce a inserirsi ovunque. Oggi anche nell’italian sounding dei prodotti alimentari, il falso made in Italy che di italiano non ha nulla ma che è in forte ascesa». A dirlo è Gian Carlo Caselli, Procuratore simbolo della lotta alla mafia, attualmente presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura voluto da Coldiretti. Nella lunga intervista che ha voluto rilasciarci, l’ex Procuratore della Repubblica di Palermo ci racconta anche il suo rapporto con Falcone, l’eredità che ha lasciato al nostro Paese il magistrato morto nella strage di Capaci di cui è stato appena celebrato il 25esimo anniversario, i veleni all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura nella notte in cui si decise la successione di Antonino Caponnetto, l’ideatore del pool anti-mafia.


Il volume d’affari annuale dell’agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno, secondo il Rapporto #Agromafie2017 elaborato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura. Come mai questa crescita in un settore molto tradizionale mentre da anni parliamo di mafie dai colletti bianchi?

L’agroalimentare tira. Muove 274 miliardi di euro. Occupa 2,5 milioni di persone. È fra i principali motori dell’economia nazionale. Il principale fattore di traino è l’appeal del made in Italy. Uno straordinario, ambasciatore di qualità. Dovunque. Logicamente ciò che “tira” nello stesso tempo “attira”. Ed ecco che nell’agroalimentare troviamo anche soggetti border line. Con conseguenti opacità, irregolarità, illegalità, fino a presenze mafiose. Le agromafie, appunto. Ma attenzione: non dobbiamo pensare a mafiosi con coppola e lupara o in abito “militare”. Sono mafiosi in doppio petto. Colletti bianchi. Capaci di sfruttare tutti i vantaggi della globalizzazione e delle nuove tecnologie. Perfettamente a loro agio nell’economia e nella finanza 3.0. Ma nello stesso tempo sempre capaci di intimidazione e violenza quando necessario.


Il boom delle agromafie indica che il settore agricolo sta sostituendo alcuni dei settori più usuali di investimento della criminalità organizzata (droga, racket, usura), o semplicemente si affianca ad essi?

Le mafie non si negano nulla. Sono presenti in tutti i settori che servono a far soldi, ad accumulare capitali: traffico di droga, armi, rifiuti tossici (oggi anche esseri umani), gioco d’azzardo, usura, prostituzione, contrabbando di sigarette, rapine, estorsioni (pizzo), appalti truccati, drenaggio di finanziamenti pubblici. L’agroalimentare è un altro di questi settori. In sintesi, si può parlare di mafia “liquida”. Che come l’acqua tende (e riesce) ad inserirsi ovunque.


Dove e come operano le agromafie?

Le mafie sono presenti in tutti i segmenti della filiera agroalimentare. Acquistano terreni e gestiscono aziende. Controllano il trasporto. Hanno ruoli importanti nella commercializzazione (sia grande distribuzione che dettaglio) e nella ristorazione. Impongono a vari esercizi commerciali marchi e prodotti. Praticano la contraffazione e l’adulterazione. Massiccia è la loro presenza nel cosiddetto italian sounding. Un fenomeno che causa al Made in Italy danni immensi. Significa distribuire sul mercato prodotti che sono un tripudio di bandiere tricolori e di simboli (Vesuvio, Colosseo…) che evocano potentemente l’Italia, con l’aggiunta di scritte tipo “sapore o gusto o tradizione italiana”. Mentre di italiano in quei prodotti non c’è proprio niente».


Per sconfiggere le infiltrazioni malavitose nell’agricoltura può essere utile una Procura europea contro le agromafie, come è tornato a sostenere il ministro della Giustizia Orlando?

La Procura europea che vorrebbero il ministro Orlando e gli altri che la pensano come lui, dovrebbe occuparsi di tutti i crimini trasnazionali, non solo di agromafie. È assurdo che tutti – delinquenti compresi – possano muoversi liberamente in Europa, mentre poliziotti e magistrati nell’esercizio delle loro funzioni continuano ad incontrare ostacoli alle frontiere. Ne deriva che la criminalità vive ed opera pienamente inserita nel XXI secolo, mentre le Polizie e le magistrature nazionali sono indietro di un paio di secoli. Un gap micidiale che potrebbe essere superato con la Procura europea. Altrimenti vinceranno sempre “loro”.


Che rapporto c’è tra agromafia e caporalato?

Insieme alle tante eccellenze che qualificano la produzione agricola italiana, si trovano anche forme di sfruttamento. L’agricoltura infatti è uno dei settori economici più esposti al fenomeno del lavoro nero, che spesso si combina con varie forme di intermediazione illecita (caporalato). Il caporalato è espressione di un sistema di reclutamento e impiego della manodopera (straniera ed italiana; a volte transnazionale e legata alla tratta a scopo di sfruttamento lavorativo) che spesso determina la sistematica violazione dei diritti umani e l’umiliazione della dignità del lavoratore, oltre alla violazione di ogni contratto di lavoro e delle regole proprie del mercato. Dentro questo settore si annidano e proliferano interessi e consorterie mafiose consolidati. Numerose ricerche nazionali ed internazionali denunciano che circa 100 mila lavoratori, in agricoltura, sono esposti a caporalato, spesso costretti a vivere in ghetti, in condizioni alloggiative e sanitarie infami. Questo in Italia. Ma va anche detto che oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia arriva sulle nostre tavole dall’estero, dove lo sfruttamento dei lavoratori arriva a forme di riduzione in schiavitù, senza risparmiare i minori. E questo perché in molti Paesi la disciplina del settore è persino peggiore della nostra. Di qui gravi forme di caporalato bianco (o invisibile). Uno sfruttamento che abbatte i costi di vari prodotti importati, con effetti dannosi per la nostra economia. Oltre ad essere di per sé un fatto scandaloso ed intollerabile.


Lo scrittore Camilleri la definisce il primo risarcimento dei Savoia per l’invasione della Sicilia. Da piemontese, uomo del Nord, che ha passato tanti anni al Sud e in Sicilia, in particolare, come Procuratore della Repubblica a Palermo, che impressione le fa constatare che proprio una della eccellenze del nostro Mezzogiorno, la produzione agroalimentare, che lì più che altrove potrebbe essere un’occasione di riscatto, è tanto prepotentemente inquinata dalla presenza malavitosa?

Le mafie hanno una naturale vocazione per gli affari che promettono buoni profitti e nello stesso tempo sono a bassa intensità espositiva. Il cibo è al riguardo un terreno ideale. Forti guadagni e minimi rischi. Perché la normativa dei reati agroalimentari fa acqua da tutte le parti. Va anche detto, però, che proprio nell’agroalimentare si trovano anche formidabili occasioni di riscatto contro la mafia. Penso ai terreni confiscati su cui oggi lavorano centinaia di cooperative di giovani distribuite soprattutto nel Mezzogiorno ma anche in molte altre regioni d’Italia. Sono una formidabile materializzazione di lavoro libero, di iniziative imprenditoriali autonome, non più “consentite” o “regalate” dal mafioso di turno in cambio di qualcosa. I giovani che lavorano nelle cooperative diventano cittadini titolari di diritti, non sono più sudditi della mafia. Questa antimafia è il nostro fiore all’occhiello. Una realtà di cui essere fieri. Che ci consente di dire che siamo anche il Paese dell’antimafia, non solo un Paese con problemi di mafia.


Nella sua lunga carriera da magistrato qual è il suo rammarico più grande e il risultato che le ha dato maggiore soddisfazione?

Ho fatto tante esperienze in quasi cinquant’anni di magistratura. Le principali sono dieci anni circa contro il terrorismo brigatista e poi quasi sette anni contro la mafia (quando, dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio e la morte di Falcone e Borsellino, chiesi di essere trasferito da Torino a Palermo). Ho vissuto, sui due versanti, due vicende speculari, nelle quali successo e rammarico (per le efferate e dolorose conseguenze del successo) si intrecciano e si confondono. È toccato a me interrogare Patrizio Peci, capo colonna delle Br di Torino, che con il suo pentimento (1980) diede inizio al crollo verticale delle organizzazioni terroristiche allora operanti in Italia. Un grande successo, avvelenato dalla rappresaglia di stampo nazista che i brigatisti attuarono sequestrando e assassinando Roberto Peci, “colpevole” di essere il fratello di Patrizio.Toccò sempre a me, in quanto procuratore di Palermo, raccogliere (1993) le prime decisive rivelazioni in ordine alla esecuzione materiale della strage di Capaci grazie alla confessione di uno dei diretti partecipanti, Santino Di Matteo. Un successo di straordinaria importanza. Avvelenato anche in questo caso da una rappresaglia di ferocia nazista, il sequestro e l’uccisione del figlioletto tredicenne del pentito, Giuseppe Di Matteo.


Sono appena stati celebrati i 25 anni della strage di Capaci dove trovò la morte Giovanni Falcone. Quale fu il suo rapporto con lui?

Grande stima e apprezzamento per la sua intelligenza, il suo lavoro e gli straordinari successi contro la mafia. Grazie a lui e al suo metodo di lavoro vincente crollò il mito dell’impunità della mafia. L’ho stimato non solo dopo la sua morte – che ha scatenato una gara, spesso ipocrita, a parlare bene di lui – ma già in vita. Come prova il fatto che al Csm, quando si doveva nominare il successore di Nino Caponnetto (capo del pool) io votai per Falcone nonostante fossero in disaccordo gli altri due componenti del Csm appartenenti alla mia stessa corrente (Magistratura democratica). Una decisione di cui non mi sono mai “pentito”. Anzi, neppure oggi riesco a capire come la maggioranza del Csm abbia potuto votare invece di Falcone un altro magistrato, soltanto perché più anziano. Come se la cosa più temuta da Cosa nostra fosse la gerontocrazia. Ridicolo!»


Qual è l’eredità umana che il giudice Falcone lascia alla magistrature e al Paese?

È un’eredità molteplice. Innanzitutto l’insegnamento che la mafia si combatte efficacemente solo con altrettanta organizzazione, non improvvisando. Poi l’esempio di una costante applicazione nello studio e approfondimento della materia. Ancora, la tenacia con cui seppe resistere nonostante gli ostacoli anche infami disseminati sul suo cammino. Poi l’etica della responsabilità, cioè la forza di lavorare anche per ottenere risultati concreti, rifiutando ogni interpretazione burocratica del proprio ruolo. Infine, il coraggio e la forza d’animo, fino al sacrificio di sé».

 
 

 

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