Scarp Luglio
E questi erano invasori?

Trent’anni fa lo sbarco dei 20 mila albanesi che a bordo della Vlora cercavano la propria personale America. Fu uno shock per l’opinione pubblica che, di colpo, si rese conto che l’Italia era diventata un Paese di immigrazione. Scarp vi racconta le storie di chi, dopo aver attraversato il canale di Otranto, è diventato parte integrante del nostro Paese.

di Daniele Di Pompeo

Esodo. Se si volesse racchiudere questo concetto in un’immagine, nessuna sarebbe, forse, così efficace come quella della nave Vlora che attracca al porto di Bari strapiena di persone. Ventimila albanesi che, in fuga dal Paese delle Aquile, erano alla ricerca della loro personale America. Sono passati trent’anni da quello che viene ricordato come il più grande sbarco di migranti avvenuto in Italia su una singola nave. Un simbolo forte e importante che ha segnato un punto d’inizio dell’immigrazione nel nostro Paese. La storia dell’immigrazione albanese, con la sua forza emblematica e i suoi sviluppi, dovrebbe essere una bussola per orientarsi nei mari agitati dell’attualità e un glossario per capire la realtà migratoria di oggi, che vede nei flussi migratori una delle sfide epocali per l’Italia e l’Europa intera. Si possono trarre tante lezioni dal fenomeno migratorio albanese.


Conoscere per capire

Prima della caduta della Cortina di Ferro, l’Albania era un enigma per l’opinione pubblica italiana: sopravviveva qualche ricordo sbiadito di guerra del nonno soldato e qualche curioso ascoltatore di Radio Tirana, che trasmetteva su onde corte con un linguaggio quasi alieno. Per il resto, bisogna riconoscere che la casella Albania nell’immaginario collettivo era vuota e il Paese di fronte era sconosciuto e circondato da un alone di mistero. L’arrivo degli albanesi in Italia, che scappavano dal regime totalitario più feroce dell’Europa, che aveva bandito persino le religioni, è stato anzitutto una lezione di geografia: ha ricordato a tutti che la Penisola italica è una piattaforma naturale nel Mediterraneo e che non può sottrarsi al suo destino, anzi deve trarne vantaggio per essere un punto di riferimento nel Mare nostrum. Per la prima volta ci si chiedeva della condizione, della storia e dell’identità dei vicini dell’altra sponda dell’Adriatico. Per chi conosce la storia, la migrazione degli albanesi è apparsa solo come la ripresa, dopo una lunga pausa, di un fenomeno di mobilità costante nella storia dei popoli dell’Adriatico. Tra l’altro, è superfluo ricordare che le migrazioni hanno costituito da sempre una condizione normale dell’umanità. Nel nostro caso, fanno da testimoni eccellenti le varie comunità italo-albanesi (arbëresh) – distribuite in Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia –, che si stabilirono in queste regioni tra il XV e il XVIII secolo, dopo la morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Scanderbeg e la conseguente occupazione da parte dell’Impero ottomano. Tuttavia, la presenza albanese nella penisola era ben presente anche prima di quei secoli. Nel 1991 e poi nel 1997, a causa dell’implosione dello Stato e dei tumulti diffusi, la fuga degli albanesi ha fatto capire a tutti che se la gente scappa per motivi di sopravvivenza nessuno la può fermare. Ieri come oggi, guerre, persecuzioni, conflitti politici interni, dissesti finanziari, carestie, disastri naturali e ambientali, società corrotte o dittatoriali costituiscono buoni motivi per lasciare il proprio Paese di origine.


Dove sono gli albanesi?

Secondo i media, dall’Albania non arriverebbe più nessuno, anzi il flusso ormai si sarebbe invertito e le migrazioni di ritorno sarebbero la regola. Ma è davvero così? Il numero dei cittadini albanesi in Italia sta calando di anno in anno. Ma in realtà il motivo principale del decremento è l’acquisizione della cittadinanza italiana, insieme all’emigrazione verso altri Paesi e alla mancanza di nuovi flussi migratori in ingresso dall’Albania. I motivi di soggiorno degli albanesi in Italia oggi sono variegati. Dipende dai casi e dal periodo in cui hanno raggiunto l’Italia. C’è chi ha avuto il permesso di soggiorno per motivi politici, umanitari, familiari, economici, di studio, di salute, di matrimonio, dopo una regolarizzazione oppure con regolare visto. Oggi, la loro situazione suona come un invito implicito a distinguere e comprendere le condizioni ed i bisogni dei migranti. Bisogna farlo nell’ambito di una strategia europea e mantenendo sempre una predisposizione all’accoglienza. D’altronde, gli albanesi del 1997 non fuggivano da un sistema totalitario, ma da altri rischi. Di fronte agli arrivi di oggi dall’Africa ad esempio, oppure dalla Siria, la lezione è parzialmente disattesa, dal momento che sui migranti – che sfidano la morte per attraversare il mare – si fanno ancora domande insensate del tipo: perché vengono qui?


Abolire le emergenze

Gli esodi albanesi del 1991 verso i porti pugliesi, al netto dell’accoglienza spontanea e commovente della gente, trovarono un Paese impreparato dal punto di vista organizzativo e culturale. Infatti, nessuno aveva ancora realizzato che l’Italia si fosse trasformata da un Paese di emigrazione ad un Paese di immigrazione. Due fenomeni che hanno sempre convissuto, ma che sono diventati più evidenti a causa della crisi economica. La migrazione albanese ha aiutato le istituzioni a prendere coscienza del fatto che ormai l’Italia doveva comportarsi definitivamente come un Paese di destinazione dei flussi migratori. La crisi albanese del 1997 conteneva una lezione importante: i flussi migratori stavano diventando costanti e la presenza degli immigrati si avviava ad assumere caratteristiche strutturali.Quindi, l’approccio emergenziale di cui la politica italiana soffre tuttora nei confronti del fenomeno migratorio, già a quel tempo non aveva più alibi, visti gli esodi di qualche anno prima e la fallimentare gestione come nel caso dello Stadio di Bari. Oggi gli albanesi costituiscono una delle collettività storiche più numerose in Italia. Il sostanziale equilibrio tra i generi, la presenza diffusa sul territorio con relativa concentrazione nel Nord, la partecipazione estesa nel mercato del lavoro con un forte coinvolgimento nel settore industriale, la vocazione imprenditoriale in crescita, così come la conoscenza della lingua italiana e la stabilizzazione prolungata, insieme ad altri aspetti, rendono gli albanesi una delle collettività più integrate nel tessuto socioeconomico italiano. Il percorso della migrazione albanese dimostra, inoltre, che essa stessa è un ponte di collegamento, uno spazio di incontro, un fattore di sviluppo, una grande risorsa per entrambi i Paesi. In questo senso c’è bisogno di un riconoscimento sincero e reale del suo ruolo, al di là della retorica dei bei discorsi.Serve quindi un mondo più inclusivo e più giusto, che riconosca il contributo dei migranti comepersone, al di là dell’utilitarismoeconomico. E ciò riguarda sia l’Italia che l’Albania. Per fare ciò basterebbe ricordare come Halim Milaq, comandante della Vlora, costruita nei cantieri di Genova nel 1961, definì la sua imbarcazione: «Una bellissima nave italiana».

 
 

 

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