Scarp Luglio-Agosto
Street art: la rivincita dei graffitari

La street art si sta ritagliando importanti spazi anche nel nostro Paese, nonostante in molti continuino a ritenerla poco più che un vandalismo. Eppure le opere di quelle che sono ormai considerati artisti a pieno titolo regalano nuova vita a spazi degradati delle città attirando spesso turisti appassionati. Viaggio di Scarp tra bombolette, scale e stencil, alla ricerca della vera essenza della street art

di Daniela Palumbo

L’arte non è più solo quella chiusa dentro i musei. Oggi le città pullulano di opere d’arte sui muri delle città, nelle vecchie fabbriche abbandonate, sull’asfalto e nei quartieri degradati. Un’arte popolare, eseguita nelle strade, che non ha orari di visita o gadget di contorno, non ha sistemi di allarme perché è di tutti, sotto il cielo delle grandi capitali del mondo. Cambia la tecnica – dallo spray, al muralismo, alla poster art, agli stencil, agli sticker, alle installazioni – e lo stile personale, ma il luogo dove amano esprimersi resta la strada. Il fenomeno della street art nasce negli anni ’70 sui treni di Philadelphia: i graffiti invadono i treni come un’onda d’urto che lancia messaggi di rottura. Le nuove generazioni newyorchesi raccolgono l’invito e la nuova forma d’arte spopola nelle strade e nei quartieri della grande mela, diventando espressione artistica di avanguardia urbana. Ma nella patria della proprietà privata questo fenomeno underground che si appropria di muri, strade, asfalto, vicoli e treni, non è accolta bene. Cominciano le grandi repressioni, le unità cinofile lungo le recinzioni della metro a caccia di imbrattatori molesti, gli americani mettono perfino taglie sui writer. Ma invece di porre un freno, questo accanimento, di fatto, accelera un processo di contaminazione che puntualmente sbarca in Europa.
Poi, negli anni ’80, le luci della ribalta presero a brillare nell’universo del graffitismo con artisti come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat – morti in circostanze tragiche, uno di Aids e l’altro per overdose – e l’arte popolare per eccellenza conquistò le sue prime formidabili icone internazionali. Ma conquistò anche un pubblico di specialisti che aprirono ai graffiti le porte dei musei di arte contemporanea attribuendo così un valore di mercato, con quotazioni anche altissime, all’arte di strada.
Negli ultimi anni il writing è di nuovo riesploso grazie soprattutto ad alcuni street artist geniali: il più grande è certamente Banksy, diventato famoso, oltre che per le eccezionali opere d’arte che semina in tutto il mondo, anche grazie al fascino del mistero. Di lui si sa pochissimo. Banksy è l’artista-genio che punta non solo sulla qualità della sua arte, ma anche sulla comunicazione: l’artista riottoso alle gallerie d’arte, l’uomo senza identità, ma che, paradossalmente, ha un’identità più definita proprio perché non è riconducibile dentro il solito circo del sistema di comunicazione di massa: Banksy stesso, specifica sul suo sito che non ha Facebook e non ha mai usato Twitter. Rifugge la notorietà conclamata creando un’aura di mistero sulla quale ha costruito il suo personaggio. Ma Banksy non esaurisce il vasto universo degli street artist anche se lui è stato determinante a convogliare l’attenzione mediatica sugli eventi legati a questo genere artistico. Attenzione che è rimbalzata nei desideri di viaggio delle guide turistiche.

 

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