Scarp Luglio-Agosto
Minori a rischio (di libertà)

Depenalizzando il piccolo spaccio i minori non saranno più indirizzati alle comunità. Perdendo una chance di salvezza.

di Francesco Chiavarini

Il primo spino se lo è fatto, a 12 anni, nel parchetto sotto casa: un campo incolto tra i palazzi del quartiere Adriano tra Milano e Sesto San Giovanni. Ma il fumo è diventato presto un’ossessione. In prima superiore Andrea era già un consumatore bulimico. «Rollavo un canna la mattina prima di andare a scuola, appena i miei uscivano di casa – racconta –. Poi un’altra nell’intervallo. In certi pomeriggi perdevo il conto. E la sera se non mi mettevo in bocca l’ultima della giornata, non riuscivo nemmeno a prendere sonno». Comprare marijuana o hashish in quelle quantità era diventato un problema soprattutto economico. Non bastavano più le paghette dei genitori e nemmeno i furtarelli dalla borsetta di mamma. Bisognava inventarsi qualcosa di diverso. «È stato il Rasta a darmi l’idea. Un giorno che ero in bolletta mi dice: “amico, perché non ti metti in affari con me. Invece di darti il solito carico, te ne do di più. Tu provi a piazzare la roba ai tuoi amici fighetti del centro che non avrebbero mai le palle di venire a cercarla fin qui. Ti faccio un buon prezzo, tu la rivendi a quanto vuoi. Se non hai i soldi per comprarla tutta subito, non ti preoccupare, me la paghi dopo. Nessun anticipo, mi basta la tua parola”». Ed è così che Andrea, a 15 anni, è diventato un piccolo spacciatore. I suoi clienti erano i compagni di classe. Lo smercio avveniva solitamente nei bagni della scuola.

In comunità per ricominciare
Sembrava che tutto filasse liscio. Fino a quando non lo becca la polizia. «Ero appena stato al parchetto, dal Rasta, gli avevo chiesto di darmene un bel po’ quel giorno, perché per la fine della scuola i miei compagni facevano una festa e volevano darci dentro. Ma quel pomeriggio non avevamo proprio niente da fare, le ore non passavano mai, mi rompevo. Così ho cominciato a bruciare il primo tocco, poi un secondo, poi un altro ancora. Impastavo con il tabacco, rollavo e fumavo. Non riuscivo più a smettere. Alla fine ero talmente fatto che mi sono addormentato. A svegliarmi è stata la Polizia. Gli agenti mi hanno perquisito e mi hanno trovato con tanta di quella roba che non hanno potuto fare finta di niente e mi hanno portato di filato al commissariato». Oggi Andrea sconta la pena in una delle 8 comunità che don Claudio Burgio, il cappellano del carcere minorile di Milano, il Beccaria, ha aperto nell’hinterland milanese per aiutare ragazzi come lui. Potrebbe però diventare anche uno degli ultimi ragazzi che questo prete di periferia cerca di riacciuffare dalla strada prima che sia troppo tardi. Il lavoro di recupero di don Burgio e di tanti operatori sociali come lui è oggi seriamente messo in pericolo dall’effetto collaterale che – al di là delle buone intenzioni – rischia di produrre un comma del decreto legge 146/2013 entrato in vigore la vigilia di Natale.
Tra le varie misure adottate per cercare di ridurre il numero di detenuti nei sovraffollati istituti di pena ed evitare le multe minacciate dall’Unione Europea, il governo ha deciso di rivedere il giro di vite introdotto dalla legge sulla droga Fini-Giovanardi che in questi anni ha portato dietro le sbarre tanti piccoli spacciatori, soprattutto stranieri. Tuttavia, mettendo mano a misure inutilmente repressive che in questi anni non hanno offerto a coloro che ne sono stati colpiti nessuna possibilità di recupero, avviandoli anzi a più qualificate carriere criminali, l’esecutivo non si è accorto delle ricadute negative che quel provvedimento avrebbe avuto su una categoria particolare di detenuti: i minori. Il cosiddetto “decreto svuotacarceri” ha infatti modificato la legge sulla droga al quinto comma dell’articolo 73 del dpr 309/90. Mentre prima la “lieve entità” dello spaccio (definita tale “per la qualità o quantità dello stupefacente” oppure “per i mezzi, la modalità e le circostanze dell’azione”) era una circostanza attenuante del reato, ora il nuovo quinto comma la trasforma in una autonoma fattispecie di reato, la cui pena massima è ridotta da 6 a 5 anni, e stabilisce la minima a 1 anno. La norma intende ridurre il numero di tossicodipendenti detenuti a pene dure (ostative alle misure alternative al carcere) per episodi di microspaccio e attenuare gli effetti della recidiva appesantiti da un altro provvedimento approvato durante i governi di Berlusconi, la legge ex Cirielli.

Giustizia minorile inerme
Ma, nella fretta di voler smantellare il sistema di norme che ha portato le nostre carceri al collasso, al governo Renzi sembrano essere sfuggite le conseguenze sulla giustizia minorile di questo, pur giustificato, cambiamento di rotta. Il codice di procedura penale dei minori consente la misura cautelare del “collocamento in comunità” solo per i delitti puniti con la reclusione “non inferiore nel massimo a 5 anni”. Siccome in base al codice la minore età è attenuante che comporta automaticamente una riduzione di pena, nel caso di spaccio di “lieve entità” la riduzione della misura fa sì che la pena teorica diventi “inferiore nel massimo a 5 anni” e dunque renda impossibile ai magistrati applicare misure cautelari ai minorenni che facciano spaccio di droga di “lieve entità”. Conseguenza: chi lavora per il recupero dei minori perde una preziosa, spesso unica, chance educativa per “riagganciare” in tempo il minorenne e di indirizzarlo in comunità, evitando che progredisca nella sua carriera criminale e di tossicodipendente, dal momento che chi è uno spacciatore è anche un consumatore. Per effetto del combinato disposto sull’alleggerimento delle pene per i reati di spaccio e del codice di procedura penale della giustizia minorile ora, infatti, non solo non si può più arrestare il baby spacciatore, ma soprattutto non lo si può più collocare come misura cautelare in una comunità. Addirittura non è più possibile fermarlo e accompagnarlo almeno negli uffici di polizia in attesa che i genitori, di solito sino ad allora ignari dei suoi problemi, lo vengano a prendere.
Insomma la misura spunta le già poche armi a disposizione di sacerdoti, educatori, operatori delle comunità di recupero che lavorano con i minori. I quali, infatti, hanno sollevato il problema e chiesto al governo di rivedere quel testo. «Certamente ci sono reati ben più gravi che quello di spacciare qualche grammo di marjuana o hashish ai propri amichetti. Qui non si tratta di chiamare ad una levata di scudi contro le cosiddette droghe “leggere” e riaprire l’annoso dibattito – ragiona don Burgio –. Il punto è che depenalizzando questo reato, ci troveremmo senza alcuna possibilità di intervenire sul problema, per nulla leggero, che ci sta sotto: il grande consumo di stupefacenti in giovanissima età. Questi ragazzi non fumano qualche spinello con gli amici ma fanno delle sostanza un’ossessione che arriva a condizionare la vita e a renderli schiavi, tanto da spingerli a commettere furti o appunto a spacciare. Punire quelle condotte, affidando i ragazzi alle comunità, è un’occasione per costringere loro e i genitori a guardarsi davvero dentro, ad affacciarsi su quel vuoto che sta sotto questi comportamenti e a capire che cosa c’è che non funziona prima che sia troppo tardi».