Scarp Luglio-Agosto
Emergenza profughi e accoglienza a Como

«Oggi non ha più senso parlare di emergenza – dice il presidente della Caritas –, Roberto Bernasconi, servono degli interventi strutturali»

di Salvatore Couchoud

Come tante altre città del nord Italia, anche Como è alle prese con quella che con tono allarmistico la stampa locale definisce “emergenza profughi”, quasi a voler prefigurare lo stagliarsi all’orizzonte di minacce oscure e incombenti prontamente “sgonfiate” però a una prima disamina empirica dei fatti. La tanto temuta e sbandierata “invasione” di orde siriane e subsahariane pronte a bivaccare sulle sponde del Lario si è infatti rivelata nulla più di un inconsistente spauracchio mediatico utilizzato anche da qualche parte politica per conquistarsi qualche favore elettorale.
Se un problema reale è stato sollevato dall’“emergenza” – ma per Como non è certo una novità – questo è dato dall’assoluta mancanza di strutture ricettive di prima accoglienza in grado di assorbire questo genere di flussi, oltre che alla cronica latitanza delle istituzioni nazionali ed europee in tema di immigrazione.
Alla fine, in altre parole, si tratta sempre e solo di una questione di spazi, ed è un vero peccato che a farsi carico dell’accoglienza, di antica data o di recente acquisizione, a Como siano sempre i soliti noti: vale a dire la Caritas diocesana, che ha alloggiato i 55 ragazzi africani giunti dalla Sicilia nei locali del Cardinal Ferrari, e l’Ozanam, che ha ospitato i 12 minori non accompagnati segnalati dal Comune perché, come ha dichiarato il presidente Enrico Fossati, «il nostro compito è semplicemente quello di accogliere chiunque si presenti alla nostra porta, non di chiederci se sia giusto o meno farlo».
Per il direttore della Caritas, Roberto Bernasconi, siamo invece di fronte a «un dato strutturale, per cui non ha più senso parlare di “emergenza”. Purtroppo la Chiesa è uno dei pochi enti che continua a spendersi sino in fondo per rispettare la dignità umana, ma anche le sue possibilità non sono illimitate e lo stato di saturazione degli ambienti che ha reso disponibili impone alle amministrazioni di darsi una mossa e snellire senza perdere tempo le procedure di accoglienza. Né, tantomeno, si può più pretendere che il mondo del volontariato supplisca all’infinito a carenze e disfunzioni mai seriamente aggredite da parte degli Enti preposti: gli spazi da utilizzare ci sono, dalle cascine alle caserme dismesse e dalle fabbriche abbandonate ai palazzi in disfacimento perché rimasti privi di proprietari. Tutto ciò che serve è che qualcuno finalmente si assuma le proprie responsabilità smettendo di giocare a scaricabarile».