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Voi, li lascereste affogare?

Aperto il primo corridoio umanitario con l’Etiopia: grazie a Comunità di Sant’Egidio e Caritas Italiana 500 profughi provenienti da Stati in guerra arriveranno nel nostro Paese su un regolare volo di linea per essere accolti e supportati da una rete di famiglie e parrocchie. Intanto non si placa la bufera sulle ong che salvano le persone in mare: «Agiamo su indicazione della Guardia Costiera» – spiegano Save the Children e Medici senza frontiere. «Accuse che fanno male – dice Oliviero Forti di Caritas Italiana – a tutti coloro che operano nella carità».

di Francesco Chiavarini

Mai-Aini è uno dei venti campi profughi presenti in Etiopia, il paese che in Africa accoglie il numero più alto di richiedenti asilo e rifugiati. Collocato nella regione nord orientale, ospita 15 mila persone, tutte di nazionalità eritrea per la stragrande maggioranza minorenni, che passano il vicino confine per fuggire dalla paranoica dittatura militare del presidente Isaias Afewerki. Mai-Aini è solo la tappa di un viaggio più lungo e alimentato da ben altre attese. Chi ci arriva, spera prima o poi di essere ricollocato altrove. Tuttavia, da qualche tempo, i programmi di resettlement coi paesi occidentali hanno subito un forte rallentamento. E con l’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca quelli con gli Stati Uniti si sono completamente bloccati. Così ai profughi eritrei in cerca di un futuro migliore non resta che tentare la fortuna, affidandosi ai trafficanti sudanesi per superare il deserto e, poi, agli scafisti libici per attraversare il Mediterraneo. Se vogliamo evitarlo davvero, possiamo fare subito una sola cosa: andarli a prendere. Da Mai-Aini è appena tornato Daniele Albanese, 34 anni, giovane operatore della Caritas di Biella, che ha partecipato alla missione congiunta di Caritas Italiana con la Comunità di Sant’Egidio per l’apertura del primo corridoio umanitario tra l’Italia e un Paese africano: un progetto, fortemente voluto dalla Conferenza Episcopale italiana (che lo ha finanziato con i fondi dell’8 per mille), e realizzato d’intesa con i Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri. «Potrei dire che Mai-Aini è un inferno di fango e lamiere, ma sarebbe retorica a buon mercato – racconta Albanese –. La verità è che le condizioni di vita del campo, autorizzato dal governo, non sono peggiori di quelle dei villaggi di contadini e pastori etiopi che si trovano non troppo distanti. I servizi igienici sono una buca scavata per terra. Il personale del presidio sanitario fa fatica a curare i tanti bambini che si ammalano di malaria. Eppure, nonostante tutto, la vita trova lo stesso il modo di farsi largo. Tra le casupole, costruite con tende logore e ondulati, gli stessi profughi hanno creato piccole attività commerciali: bazar, empori, negozi di parrucchieri. Il cibo è assicurato perché gli operatori dell’Unhcr distribuiscono periodicamente le derrate alimentari. Un’associazione umanitaria locale che si chiama Gandhi fa quello che può per aiutare i più piccoli a ricevere comunque un’istruzione. Manca, però, drammaticamente una prospettiva di futuro. Il centro più grande, Shire, è distante parecchi chilometri ed è praticamente impossibile da raggiungere. L’unica prospettiva è andarsene».


Arriveranno in 500

I profughi che potranno arrivare nel nostro Paese con il corridoio umanitario aperto dai vescovi italiani non partiranno tutti da qui. I 500 beneficiari saranno scelti da una lista fornita dalle autorità etiopi composta dagli ospiti di diversi campi. In ogni caso, in base all’accordo firmato a gennaio con il governo italiano, dovranno provenire da Eritrea, Somalia e Sud Sudan, tutti paesi segnati da conflitti. Una volta individuati, saranno imbarcati ad Addis Abeba su un normale volo di linea e giunti in Italia saranno assegnati alle parrocchie e alle famiglie della rete di accoglienza diffusa Pro-tetto a casa mia. Per un anno verranno aiutati a imparare la lingua, trovare un impiego e a inserirsi nelle nostre comunità. Molti ormai ritengono che proprio corridoi umanitari, come questo, possano essere un’alternativa ai barconi nel Mediterraneo e ai viaggi della speranza gestiti dai trafficanti di esseri umani. Il primo progetto pilota realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e la Tavola Valdese, firmato dal Governo italiano nel 2015, ha già permesso sino ad ora di far arrivare regolarmente 700 siriani dei mille previsti. L’iniziativa è stata presa ad esempio in altri Paesi europei. A marzo, con una cerimonia ufficiale all’Eliseo alla presenza dell’allora presidente François Hollande, il governo francese ha sottoscritto un accordo proprio con la Comunità di Sant’Egidio, la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti che permetterà l’ingresso nel Paese di 500 profughi, in maggioranza siriani, in un anno e mezzo, proprio sul modello dei corridoi umanitari già attivati verso l’Italia. Anche Spagna e Polonia hanno già mostrato interesse. Proprio l’ingresso legale e sicuro dei rifugiati attraverso programmi di reinsediamento realizzati con il sostegno di privati cittadini e comunità (private sponsorship) è tra le modalità indicate dall’Unhcr ai governi per superare l’attuale crisi europea dell’asilo.


Rivedere i flussi migratori

«Certo i beneficiari dei nostri progetti sono ancora pochissimi rispetto a tutti quelli che scappano – riconosce Manuela De Marco, dell’ufficio immigrazione centrale a Roma di Caritas Italiana –. Ma siamo convinti che i corridoi umanitari possono essere un modo più civile, umano, e a conti fatti persino meno dispendioso economicamente per affrontare il fenomeno dei richiedenti asilo». Da qui potrebbe partire anche un ripensamento complessivo del sistema di gestione dei flussi migratori. Gli operatori del settore appartenenti a organismi di diversa ispirazione ed origine culturale sono concordi su un punto: occorre aprire canali regolari di immigrazione, se si vuole smantellare un sistema di pattugliamento e soccorso in mare costosissimo e inefficace, che non riesce né ad evitare lo scandalo dei morti, né a prosciugare il mercato dei trafficanti di esseri umani di cui gli scafisti sono solo una delle tante atroci figure. Certo, va detto che i corridoi umanitari, realizzati con i Paesi di origine o di primo approdo sull’altra sponda del Mediterraneo, possono essere una soluzione solo per chi cerca di mettersi in salvo da guerre e persecuzioni e, pertanto, ha titolo per ottenere il riconoscimento di rifugiato. Per tutti gli altri, quelli che sono in cerca di un lavoro, invece la risposta deve essere diversa. Per quanto riguarda l’Italia, per esempio, occorrerebbe superare l’attuale legge sull’immigrazione. Ma questa è un’altra storia…

 
 

 

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