Scarp Giugno – Baby calciatori
La tratta dei piccoli aspiranti Drogba

Approdano in Europa da Africa o Sudamerica, con la speranza di diventare calciatori professionisti. Ma spesso finiscono preda di “procuratori” senza scrupoli, che truffano loro e le loro famiglie. E si ritrovano abbandonati su una strada, in paesi sconosciuti. D’altronde, le norme internazionali che vietano i trasferimenti di minori sono facilmente aggirabili. E se alcune storie finiscono bene, sono migliaia i giovani calciatori di cui ogni anno si perdono le tracce…

di Ettore Sutti

Doko, 17 anni, per lungo tempo è stato la stella dei Rangers Ebanshindi Minna, nel nord della Nigeria. Poi, nel 2011, la svolta: un talent scout gli offre un provino per un club della Premier league maltese. Doko si organizza, si paga il viaggio, supera il provino. Ma dopo aver giocato qualche partita, senza essere mai pagato e senza aver mai visto un contratto da firmare, è stato escluso dalla squadra, perché considerato “sub-standard”. Un’esclusione sospetta, dato che è arrivata solo dopo la richiesta di un normale contratto di lavoro. «Se fossi stato davvero un cattivo giocatore mi avrebbero buttato fuori subito – racconta Doko –. La verità è che non volevano pagare nulla». Doko non ha avuto un centesimo ed è rimasto bloccato a Malta, con il visto scaduto, obbligato a fare lavori umili e sottopagati per tirare avanti. Per sua fortuna è stato intercettato da Foot Solidaire, ong con sede a Parigi, fondata da Jean-Claude Mbvoumin. «Le truffe ai danni dei giocatori africani sono in continuo aumento – spiega l’ex calciatore camerunense –. La storia di Doko, che è stato aiutato a rientrare in Nigeria e oggi ha un contratto con una squadra di Cipro, è solo una delle tante. Questo nonostante le campagne lanciate nel corso degli anni e le informazioni che si possono trovare collegandosi al nostro sito internet».

Minala, lasciato in stazione
É storia recente quella del camerunense Joseph Marie Minala, grande protagonista della Lazio Primavera, salito agli onori della cronaca per il sospetto di essere molto più adulto dei 17 anni dichiarati. «Mi avevano contattato in Camerun promettendomi un provino al Milan – racconta –. Poi, però, la persona che, ovviamente a pagamento, mi ha accompagnato in Italia mi ha lasciato da solo alla stazione Termini. Per fortuna ho incontrato persone che mi hanno aiutato: mi hanno portato all’ospedale, e da li mi hanno trasferito in una comunità. Credevo che mi avrebbero fatto tornare in Camerun. Invece ho fatto diversi provini e oggi sono qui. Sono stato fortunato». Molto fortunato. Perchè se è vero che in Europa ci sono circa 2 mila giocatori africani professionisti, è altrettanto vero che sono circa 4 mila i giovani calciatori “attirati” in Europa ogni anno, di molti dei quali si perdono poi le tracce. E ai figli d’Africa bisogna aggiungere quelli provenienti dai tanti barrios del sud e centro America. Foot Solidaire ha aiutato centinaia di ragazzi abbandonati a tornare a casa, ma Mbvoumin stima che di truffe e raggiri ai danni di giovani calciatori stranieri ce ne siano almeno una ventina a settimana. Tutti ragazzi di cui non rimane tracce nelle statistiche ufficiali. «Nel nostro studio demografico su 31 campionati di massima serie europea per la stagione appena conclusa – racconta Raffaele Poli, responsabile dell’Osservatorio del calcio presso il Centro internazionale di studio dello sport (Cies) a Neuchâtel, in Svizzera –, abbiamo cartografato l’origine dei giocatori che giocano al di fuori del loro paese d’origine. Gli “stranieri” in generale aumentano (37% delle rose europee), anche se il numero di giocatori provenienti dal Sudamerica e dall’Africa è sostanzialmente stabile, o addirittura in diminuzione (accade, per esempio, per Brasile e Argentina). Va detto che Asia e Golfo Persico sono diventate, a loro volta, destinazioni molto ambite e possibili per giocatori africani e sudamericani. In aumento, soprattutto, sono le migrazioni di giocatori spagnoli, portoghesi, francesi, tedeschi e olandesi, paesi che hanno sviluppato sistemi di formazione molto performanti». Ma anche, aggiungiamo noi, paesi in grado di attivare processi di naturalizzazione in tempi molto rapidi per giocatori provenienti dalle ex colonie. In Sudamerica trovare un ragazzino promettente che non abbia già un agente è ormai diventato quasi impossibile. Come racconta il giornalista Cileno Juan Pablo Meneses nel suo libro Ninos futbolistas il giro di soldi è vertiginoso: per il numero di telefono della famiglia di un bambino si arriva a sborsare fino a 500 euro, mentre molti giornalisti sono a libro paga delle società per segnalare giovani promesse. La concorrenza tra i 5 mila agenti Fifa autorizzati nel cercare il nuovo Lionel Messi (acquistato a 12 anni per 10 mila euro, oggi vale oltre 100 milioni) è spietata. Meneses, per raccontare il lato oscuro del calcio giovanile, ha acquistato un giocatore cileno di 10 anni per la modica cifra di 200 dollari, poi ha documentato le forzature di un mondo assurdo, in cui i bambini sono sempre e solo vittime.

Regole fumose
Oggi, per sborsare meno soldi, l’eta di reclutamento dei giocatori sta scendendo sempre di più anche se, formalmente, per la Fifa ciò sarebbe vietato. Infatti in virtù del Transfer Marching System (Tms), sistema che registra elettronicamente i dati dei calciatori giovanissimi, il trasferimento di minori da una squadra all’altra senza essere accompagnati dai genitori è vietato. Addirittura, secondo il regolamento della Federazione mondiale, i trasferimenti internazionali dei calciatori sarebbero consentiti solo quando il calciatore ha superato il 18° anno di età. Ma non sono poche le eccezioni previste dallo stesso regolamento. Ad esempio, in virtù della sentenza Bosman sulla liberalizzazione del calcio europeo, l’età dei trasferimenti si abbassa a 16 anni. Oppure il trasferimento è possibile se i genitori del giovane calciatore si sono trasferiti nel paese della nuova società per motivi indipendenti dal calcio (e così decine di padri di giovani promesse sono stati assunti tutti dalle stesse aziende). Dopo la stretta anche su queste attività, i club più grandi si sono attrezzati, creando sedi in Africa o America Latina, per seguire le giovani promesse sul posto. Malgrado ciò, nel 2012 il 57% dei bambini arrivati in Italia per giocare in club professionistici aveva meno di 12 anni. Il problema è che quando girano così tanti soldi controllare tutto diventa impossibile. E allora ecco spuntare falsi attestati in cui risulta che i genitori lavorano in Europa oppure, molto più semplicemente, si fanno tesserare i giocatori da squadre amatoriali (in Africa la quasi totalità) i cui giocatori non necessitano del Tms. Se si considera infine che solo lo 0,1% dei bambini che si affacciano al mondo del calcio diventano calciatori professionisti, è facile intuire quante storie di sfruttamento e disperazione ci siano dietro lo scintillante mondo del pallone…