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La fede e l’amore più forti delle sbarre

I primi 4 mesi
ci siamo sentiti solo con le lettere. La fatica è stata tanta, ma il fatto di dover affidare alle parole scritte i nostri sentimenti ci ha obbligati ad andare subito all’essenziale e ad abituarci in fretta all’idea che non potevamo piegare la realtà ai nostri desiderata

di Alberto Rizzardi

Quante volte abbiamo sentito dire che “L’amore non conosce ostacoli”? Un sentimento così forte da consentire di superare distanze fisiche, differenze d’età o barriere culturali. E se quell’ostacolo fosse, invece, tangibile, concreto come le sbarre di una prigione? Impossibile, direte. Nient’affatto. Questa è la storia di Giuditta e Pietro: lei, Giuditta Boscagli, 33 anni, fa l’insegnante a Lecco, dove è nata. È piuttosto il pretesto per raccontare come è nata la storia d’amore tra Giuditta e quello che oggi è suo marito: che noi chiamiamo Pietro, così come ha fatto la stessa Giuditta nel suo libro Il cuore oltre le sbarre(Itaca Edizioni), in cui lei diventa Irene. Ma, se inomi sono diversi, il resto è verità. Nel 2010 all’annuale Meeting di Rimini, Giuditta e Pietro s’incontrano per caso: lei èlà comevisitatrice abituale della kermesse di Comunione e Liberazione; lui fa il volontario assieme ad altri detenuti del carcere di Padova. Sì, perché Pietro era detenuto, condannato a vent’anni di carcere per un reato che Giuditta preferisce non rivelare.

Amore vissuto via lettera
Amore vissuto via lettera Vale la pena piuttosto evidenziare quanto un sentimento possa sconvolgere positivamente la vita, dando un senso a tutto ciò che la permea e contribuendo anche a rimetterla sui giusti binari, se necessario. Unsentimento vissuto all’inizio come si faceva decine di anni fa: con lettere scritte a mano e spedite per posta. Perché Pietro, quando tutto ebbe inizio, era recluso e solo in un secondo momento poté godere di qualche permesso. «È stato molto strano – ricorda Giuditta – perché fin da subito c’è stata come la coscienza che tra noi ci fosse più di una semplice amicizia». Insomma, come tutte le storie che nascono. Solo che qui le condizioni erano totalmente diverse: «Lui godeva già di alcuni permessi per uscire dal carcere, ma trauno el’altro era recluso e durante il permesso non poteva vedere nessuno. Tornava a casa ogni 60 giorni, aveva a disposizione una sola telefonata a settimana, che ovviamente spendeva per sentire i genitori. I primi 4 mesi ci siamo sentiti solo con le lettere. La fatica è stata tanta, ma il fatto di dover affidare alle parole scritte i nostri sentimenti ci ha obbligati ad andare subito all’essenziale e ad abituarci in fretta all’idea che non potevamo piegare la realtà ai nostri desiderata». Da allora sono passati quasi 5 anni. Oggi Pietro ha scontato la sua pena ed è tornato a fare il fabbro, lavoro che faceva prima della galera. Giusto parlare, quindi, di una storia di redenzione. Ma non solo per Pietro; per entrambi: «Per Pietro quell’opera da volontario al Meeting è stata una spinta enorme: il fatto di essere uscito con l’idea di “cambiare aria” per qualche giorno e di aver, invece, trovato una folla di persone che lo accolse per quello che era lo ha spinto aricercare nuovamente un rapporto personale con Dio. E anche per me quell’incontro è stata un’occasione per riscoprire la grazia della fede». Toccava, però, dirlo alla famiglia. «Non fu semplicissimo – ammette Giuditta– perché nessuno augura ai propri figli di avere a che fare con il carcere. La prima reazione dei miei genitori, soprattutto di mio padre, fudi preoccupazione. Non avevano mai visto Pietro in faccia e nell’immaginario comune, anche se siamo le persone più buone e generose del mondo, il detenuto è qualcuno che fa paura. Anche perché, se si trova in carcere, qualcosa di brutto deve averlo combinato». Inevitabili e comprensibili difficoltà, dunque; ma anche in questo caso è stato l’amore la chiave per risolvere tutto: «I miei genitori sono stati grandi perché, nonostante per loro la notizia fosse stata un duro colpo, mi hanno lasciata libera di vivere fino in fondo quello che mi stava capitando. E,più vedevano che ero serena, più si rasserenavano a loro volta. Quando hanno avuto modo di conoscere Pietro, lo hanno accolto in casa come un figlio».

Quasi come una favola
Ora Giuditta e Pietro sono sposati e vivono anche le piccole grandi gioie di una normale quotidianità. Una favola a lieto fine, insomma? «No – precisa Giuditta – perché i desideri non sono finiti il giorno del matrimonio. Viviamo la nostra realtà giorno per giorno, più che correre avanti con i progetti. Vedo, però, il futuro molto positivo: dobbiamo sempre far memoria della grande grazia che ci è stata concessa dal destino e da un’evidente regia superiore, ma anche dell’amicizia delle persone che ci hanno accompagnato in questo percorso e che speriamo continuino ad accompagnarci. È un cammino intenso che abbiamo iniziato a percorrere e che vogliamo proseguire. Insieme».