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Gli affanni del cuore d’acciaio

Ristrutturare uno storico tessuto industriale oggi non più competitivo: sfida epocale, per la nobile Slesia ceca. I costi sociali, tra Ostrava e Opava, sono elevatissimi. Ma c’è chi prova con laboratori: imprese sociali, non progetti assistenziali.

di Francesco Chiavarini

Gustav Michalec, 50 anni, ha passato metà della sua vita nella miniera di Dul Odra vicino a Ostrava, Repubblica Ceca. Oggi smonta vecchie tv e radio nel laboratorio per il riciclo di rifiuti elettronici aperto dalla Caritas cittadina di Sant’Alessandro. «La miniera – racconta – mi ha pagato bene, più di quanto qualsiasi altra impresa avrebbe fatto. Mi ha dato un ruolo sociale, perché durante il comunismo i minatori, in questo paese, erano qualcuno. E mi ha rovinato i polmoni…». Sei anni fa il medico ha diagnosticato al signor Michalec una silicosi. La malattia non è tanto grave da costringerlo a girare con una mascherina sulla bocca, come accaduto ad altri colleghi, ma è stata sufficiente a metterlo definitivamente fuori dal mercato del lavoro. «Una persona non più giovane e malata chi vuoi che si prenda la briga di assumerla? Meno male che ho trovato questo posto in Caritas. Con la pensione di invalidità e lo stipendio che prendo qui guadagno molto meno di un tempo; ma se non altro, riesco ancora a mantenere la famiglia, a sentirmi utile. E anche a farmi qualche birra ogni tanto», conclude sorridendo. A Ostrava, 300 mila abitanti, al confine con la Polonia, si estrae il carbone dai tempi di Maria Teresa d’Austria. Con le sue torri di ferro e gli svettanti comignoli di cemento, gli altiforni di Vitkovice dominano ancora lo skyline della cittadina. Ma è solo il simbolo di un’epoca che volge al tramonto, un gioiello di archeologia industriale riconosciuto dall’Unesco e che il comune intelligentemente sta trasformando in museo. Le miniere che alimentavano il “Castello di Ostrava” e le altre industrie siderurgiche che valsero alla regione nel Novecento l’appellativo di “cuore d’acciaio” della Repubblica Ceca, sono chiuse. L’attività mineraria ha resisto all’occupazione nazista, al regime comunista, ma non all’economia di mercato. Con la caduta del regime, è crollata l’estrazione del combustibile fossile che ha dato origine allo sviluppo economico della regione: la produzione di carbone è passata da 26,4 milioni di tonnellate nel 1985 a 14, 9 milioni nel 2000.

Miniere in crisi nera
Dopo l’adesione del governo di Praga alla Comunità europea nel 2004, a causa del sempre più basso prezzo di mercato, il declino di questo settore è stato ancora più precipitoso. I 113 mila lavoratori impiegati nel settore nel 1990 sono diventati 47 mila nel 2005. Oggi l’ultima miniera rimasta nel distretto, che impiega ancora 13 mila persone, naviga in cattivissime acque: la proprietà, la Okd, appartenente al più grande gruppo privato del settore, la Nwr, ha annunciato che chiuderà l’impianto se non riceverà aiuti di stato. Ipotesi contro la quale si è sempre opposto il partito social-democratico, che nell’ottobre scorso ha vinto le elezioni. Il premier Bohuslav Sobotka, convinto europeista, sa che la Ue considererebbe una violazione delle regole della libera concorrenza un eventuale finanziamento pubblico a un’impresa privata e aprirebbe certamente una procedura di infrazione contro il suo governo se dovesse decidere di autorizzarla. Il crollo del prezzo del carbone e la difficile conversione industriale di questo ex distretto minerario sono all’origine di una difficile situazione sociale. Oggi il 10% degli abitanti di Ostrava, il capoluogo, non ha lavoro. Una condizione migliore di molte regioni italiane, ma che fa della Moravia-Slesia la quarta provincia, tra le 77 della Repubblica Ceca, ad avere il più alto tasso di disoccupazione.

 

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