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Gianni Mura «Confesso che ho stonato»

Da poche settimane in libreria, Confesso che ho stonato (Skira editore), è la colonna sonora, in parole e in un acronimo, di Gianni Mura. Un viaggio nella canzone d’autore, ma non solo, che parte dall’omaggio a Sergio Endrigo («Nella tomba di famiglia della moglie, a Terni, per Endrigo ci sono tre parole: musicista, compositore, autore.

di Stefano Lampertico

«Una mattina che tornavo in macchina da Sanremo, dove ero stato al premio Tenco, guidavo con Giovanna Marini, appisolata dietro. Mi sono messo a canticchiare canzoni politiche e popolari. Appena lei ha aperto gli occhi ho chiuso la bocca. Lei mi ha detto: “Hai un tuo modo di cantare, diatonico, che sarabbe piaciuto a Luigi Nono”. Quando sono rientrato a Milano, ho chiesto a Corrado Sannucci, giornalista e cantautore, cosa volesse dire diatonico. “Sei stonato, Gianni. Stonato”». L’episodio raccontato da Gianni Mura nelle pagine iniziali serve un assist, per usare il linguaggio del calcio, al titolo del suo ultimo libro, Confesso che ho stonato, edito da Skira, che apre, proprio con Mura, la collana Note d’autore. Un libro, questo, di un grande giornalista sportivo, non sul calcio, non sul ciclismo, non sul cibo, ma sulla musica. Perché tutti abbiamo una colonna sonora personale, fatta di ascolti solitari o condivisi. Perché tutti abbiamo ricordi della musica di quando eravamo giovani, perché tutti siamo stati a un concerto dal vivo.


Il più francese di tutti

Un pranzo con Mura, risotto alla milanese e Bonarda fresca (per i più curiosi), è l’occasione speciale per parlarne. «Questo libro è il mio omaggio alla musica che ho amato e che amo. Ho scritto in totale libertà. Ecco, innanzitutto è un indennizzo a un grande della canzone, Sergio Endrigo, il più francese tra tutti. È il mio omaggio a Edith Piaf, la più grande voce del Novecento, ma anche alla dimenticata Anna Identici. È il mio omaggio a Chico Barque De Hollanda, alla canzone popolare e dialettale. È il mio omaggio alla fisarmonica, uno strumento dimenticato ma straordinario. E infine, e non poteva essere altrimenti visto il rapporto d’amicizia, è il mio omaggio a Beppe Viola e a Enzo Jannacci, a quella Milano che non c’è più, la Milano neorealista, di Zavattini, per capirsi». C’è qualcosa che non stupisce nelle scelte di Mura. Che non sorprende, conoscendo il suo stile. Quelle raccontate nel libro sono storie di grandi autori che hanno nelle loro canzoni una solidità narrativa come pochi altri. Le storie. Storie da raccontare, anche in musica. «In Francia hanno risolto tutto con il termine chansonnier. La canzone d’autore, da Brassens a Brel, sta tutta in quella definizione. In Italia non abbiamo un termine simile. Ma abbiamo delle unicità. Come Paolo Conte, per esempio». Non trovi che, deformazione professionale la mia, forse, la strada sia un elemento comune che attraversa le scelte musicali che descrivi? «Forse sì. Perché la strada ti conduce all’essenziale, ti costringe a raccontare storie che sono tutta sostanza, anche quando si canta di sentimenti». La strada, allora, è lo spunto per tornare a Jannacci e Viola. «Beppe Viola mi diceva. “Io scrivo testi di canzoni”, ma il genio è quello di Enzo. Surreale, ironico. Spiazzante. Tra le tante sono due le canzoni di Jannacci che mi piacciono particolarmente: Dona che te durmivet e Ti te sé no. Alla fine della sua carriera lo trovo declamatorio, anche se nella canzone El me indiriss, c’è il ringhio del vecchio leone». E nelle pagine su Enzo, l’inchiostro della penna di Mura si scioglie sulle pagine. «Il dottor Jannacci Enzo era in chiesa, nella cassa, e io fuori collezionavo facce che sembravano uscite dalle sue canzoni, personaggi, ben più di sei, in cerca di un posto vicino all’autore. Gli ultimi, i penultimi, con o senza scarp del tenis cambia poco. Le vecchie puttane e i loro protettori, quelli senza una lira, pardon senza un euro, quelli senza mille lire, i piantati, gli spiantati, i sognatori, i poco adattati, i dispersi, gli imbranati, quelli reduci da una guerra, anche non dichiarata, o da un amore, i nomadi, i senza voce, i disperati, i vecchi che si ostinano a non morire, quelli che hanno male ai piedi ma non ne possono più, quelli che più di così non possono fare, gli umili, quelli usciti da galera». La sua gente.


Nessuno canta più

Insieme a questi grandi c’è anche Betty Zambruno. «L’ho sentita al matrimonio di Gigi Garanzini a Monforte d’Alba. Grandissima voce». E poi c’è Pinuccio Sciola. «Pinuccio mi ha letteralmente impressionato. L’ho conosciuto, sono stato da lui. Faceva suonare le pietre. Certo nella mia vita ne ho incontrati tanti. Nella Milano delle canzonacce c’era uno che suonava i bicchieri alla Magolfa. Ho visto far uscire note da carote usate come flauti. Ma le pietre, mai. Questa musica a cielo aperto, mi ha colpito e impressionato». Siamo al caffè doppio, nel senso che dopo il primo ce ne vuole un altro subito. Gianni, ma perché nessuno canta più? «Perché ci sono gli auricolari. E tutti hanno la musica nelle cuffie. Nessuno canta e nessuno fischietta più». E la maglietta del tuor di Capossela che indossi? «Sono stato anche al suo concerto. Tra i “contemporanei” è quello che mi piace di più».

 
 

 

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