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Clima: chi rema contro la Terra

Le scelte delle grandi compagnie petrolifere e del gas sono incompatibili con la limitazione della crescita della temperatura media globale di 1,5° gradi centigradi entro la fine del secolo. Per restare in linea con gli accordi di Parigi sarà necessaria una riduzione della produzione di petrolio pari al 40% da qui al 2030, il contrario di quanto prevedono di fare le grandi multinazionali. Occorre una mobilitazione e impegno civile per lanciare la sfida alle grandi compagnie del petrolio e del gas esercitando pressioni affinché rivedano le loro strategie e si conformino ai parametri degli accordi di Parigi.

di Andrea Barolini

Nel mese di ottobre del 2018, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc) ha pubblicato un rapporto nel quale ha avvisato il mondo intero del fatto che la catastrofe climatica è sempre più probabile. E ben più prossima di quanto finora immaginato. Non soltanto, infatti, è stato confermato che si arriverà probabilmente a superare i 3 gradi alla fine del secolo: gli scienziati hanno anche affermato che il tetto degli 1,5 gradi sarà sforato prestissimo. Tra il 2030 e il 2052, secondo i diversi scenari presi in considerazione nelle simulazioni. Ciò comporterà della temperatura stravolgimenti epocali, soprattut- media globale to nelle nazioni e nei territori più di 1,5° gradi vulnerabili del Pianeta. Eppure, nonostante tali evidenze scientifiche, il sistema economico mondiale sembra voler continuare imperterrito nel business as usual.


Progetti scellerati

La conferma è arrivata da un rapporto dell’organizzazione non governativa Global Witness, pubblicato alla fine dello scorso mese di aprile. L’associazione anglosassone ha stimato il quantitativo di denaro che le grandi compagnie petrolifere e del gas intendono investire al fine di sfruttare nuovi giacimenti. Parliamo ovviamente di progetti che vanno in senso diametralmente opposto rispetto alla transizione ecologica che il Pianeta dovrà affrontare se vorrà centrare gli obiettivi climatici indicati nell’Accordo di Parigi del 2015. La cifra resa nota dallo studio è da far accapponare la pelle: gli investimenti previsti sono pari a quasi 5 mila miliardi di dollari. «Si tratta di scelte del tutto incompatibili con una limitazione della crescita della temperatura media globale di 1,5 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli preindustriali», ha commentato Murray Worthy, principale autore del rapporto di Global Witness. Per ottenere il totale, l’associazione ha sommato le previsioni di investimento indicate dagli analisti di mercato e dalle stesse imprese. Va detto che il rapporto non tiene conto della possibile introduzione di sistemi in grado di “catturare” l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera. Sistemi che sarebbero installati in prossimità delle centrali e delle industrie, al fine di limitarne l’impatto ambientale. Si tratta però di tecnologie nuove, ancora da rodare, e che non sono mai state utilizzate su larga scala. Il rapporto precisa infatti che, ad oggi, esistono soltanto due centrali elettriche al mondo in grado di “captare” il biossido di carbonio emesso duran il loro funzionamento”.


Sì a nuovi giacimenti

«Se si escludono tali innovazioni, per restare in linea con l’accordo di Parigi sarà necessaria una riduzione della produzione di petrolio pari al 40%, di qui al 2030», osserva Worthy. L’esatto contrario di quanto prevedono di fare le grandi multinazionali dei combustibili fossili, che puntano ad un aumento del 12% entro tale data. Ciò che stupisce, inoltre, è che gli investimenti in nuovi giacimenti di petrolio e gas si erano per lo meno stabilizzati negli ultimi anni, grazie anche al prezzo basso del greggio. Invece, se i dati contenuti nel rapporto saranno confermati, il valore complessivo degli stanziamenti dovrebbe aumentare dell’85% nel prossimo decennio. Tra i più grandi progetti del settore figurano gli impianti di Kashagan in Kazakistan, di Yamal in Russia e di Vaca Muerta in Argentina. Basti pensare che, secondo gli analisti di Rystad Energy, la sola compagnia ExxonMobil prevede di investire nei prossimi 10 anni ben 149 miliardi di dollari nelle esplorazioni di potenziali nuovi giacimenti. L’agenzia di stampa francese Afp ha tentato di parlare con i dirigenti del gruppo al fine di comprendere in che modo intendano giustificare le loro scelte. Ma il tentativo è stato vano: dalla multinazionale non è trapelato alcun commento. Al contrario, una portavoce di Shell – che prevede di investire 106 miliardi di dollari nel comparto del petrolio e 43 miliardi alla ricerca di nuovi giacimenti di gas – ha risposto alle domande. Ma gettando acqua sul fuoco: l’azienda ha affermato infatti di voler sostenere l’Accordo di Parigi, e ha insistito al contempo sul fatto che «il gas e il petrolio saranno necessari nel corso della transizione energetica». Mentre la Chevron – che si prevede possa investire 78 miliardi di dollari di qui al 2029 – ha dichiarato di voler sì investire in nuovi giacimenti, ma al contempo finanziare lo sviluppo di «nuove tecnologie a basse emissioni di CO2». Worthy ha perciò lanciato un appello agli investitori di tutto il mondo: «Occorre un’escalation del loro impegno. Dobbiamo lanciare una sfida alle grandi compagnie del petrolio e del gas, esercitando pressioni affinché rivedano le loro strategie e si conformino agli obiettivi fissati nel 2015 a Parigi dalla comunità internazionale».

 
 

 

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