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Giù le serrande, boom di bancarelle

 

Secondo Unioncamere, oggi in Italia ci sono oltre 180 mila esercizi di ambulanti. Uno su quattro
è un’impresa “on the road” di tessuti, tessili per la casa e abbigliamento. Ma viaggiano forte anche
altri settori: i maggiori incrementi nella bigiotteria. Negli ultimi tre anni, il settore di chi frequenta
mercati, mercatini e fiere ha conosciuto un piccolo boom: +10% di esercizi rispetto all’inizio della crisi.

L1010232Giù le serrande, boom di bancarelle
Il dettaglio che si fa strada

di Marta Zanella

Strani gli effetti della crisi. Basta passeggiare per molte vie delle città italiane e nelle stradine dei paesi di provincia, per notare serrande abbassate e vetrine impolverate dove fino a qualche anno fa esistevano (o resistevano) ancora i negozi di quartiere. Che gli ultimi anni abbiano prodotto una vera e propria strage dei negozi, costretti a chiudere per i costi insostenibili e i guadagni quasi inesistenti, non è una novità. È una sorpresa, però, che ci sia una parte del mondo del commercio che ancora fa registrare un segno positivo. È l’universo degli ambulanti, delle bancarelle, dei mercati e mercatini, che negli ultimi tre anni ha conosciuto un piccolo boom. Dal 2009 al 2012, infatti, le “imprese del commercio al dettaglio ambulante” (così sono tecnicamente definite le bancarelle) sono aumentate di 17.458 unità, più del 10% rispetto all’anno di inizio della crisi. I dati, elaborati da Unioncamere, dicono che oggi in Italia ci sono quasi 180 mila bancarelle, di cui oltre una su quattro (più di 48 mila) sono imprese on the road di tessuti, tessili per la casa e abbigliamento, aumentate di quasi 11 mila unità (+28,26%) nei tre anni. Ma quelle che hanno conosciuto la crescita più grande, sono le imprese del commercio ambulante di prodotti di bigiotteria, che, a fine 2012 hanno superato le 13 mila unità, essendo quasi triplicate, a partire dal 2009. Sempre più diffuse nei tanti mercatini che animano anche le periferie cittadine, queste attività registrano un saldo positivo di poco superiore alle 8.600 imprese, con un tasso di crescita pari a +187%. In aumento sono anche i venditori ambulanti di altri settori, che segnalano tassi di crescita importanti: gli specializzati nell’arredamento, casalinghi, elettrodomestici e materiale elettrico hanno fatto registrare un +26,28% tra fine 2009 e fine 2012, con oltre mille imprese in più, e chi tratta profumi e cosmetici ha alimentato un lusinghiero +22,66%, pari a 399 imprese in più nel triennio. Seguono le bancarelle di calzature e pelletterie (+16,89) e di quelli di fiori e piante, in aumento del 15,53%. Decisamente più contenuti, invece, i tassi di incremento del commercio ambulante legato al settore alimentare, con variazioni percentuali intorno al 3%.

Chiudono vetrine (pure la moda)

E poi, si diceva, c’è l’altra faccia della medaglia. Mentre gli esercizi ambulanti di abbigliamento continuano a nascere, chiudono i negozi legati alla moda. Nelle stime per il 2013 di Confesercenti, a fine anno avranno chiuso 21 mila negozi di vestiario, praticamente la metà del totale degli esercizi commerciali che abbasseranno le serrande definitivamente. Nemmeno le tre capitali della moda italiane, Milano, Firenze e Roma, sfuggono a questa desertificazione. Entro fine anno, secondo una stima della Federazione italiana settore moda, nel comune di Milano 342 negozi di abbigliamento chiuderanno senza essere sostituiti. A Firenze il saldo negativo sarà di 132 unità. A Roma la situazione sarà ancora più pesante: meno 750 negozi moda, più di due al giorno. Sempre secondo Confesercenti, nel primo trimestre del 2013 hanno chiuso in 23.715, con un saldo negativo di circa 10 mila negozi, e le stime per l’anno completo sono piuttosto nere: si parla di un saldo, tra chiusure e aperture, di meno 42 mila attività. Molte macerie sono già alle spalle: dal 2008 al 2012, nel periodo in cui sono nate 17 mila bancarelle, hanno chiuso oltre 326 mila negozi, con un saldo negativo di 92.662 esercizi. «Va considerata la forte caduta della spesa delle famiglie – spiega Marco Venturi, presidente di Confesercenti –: un calo di circa 40 miliardi nel 2012, a cui potrebbero aggiungersi quest’anno altri 13 miliardi persi». Ma sulle imprese pesano anche la pressione fiscale molto alta (si teme molto il previsto aumento dell’iva di un altro punto percentuale) e il caro-affitti. Il bicchiere mezzo pieno cerca di vederlo il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello: «La crisi ha inciso in maniera strutturale sulle abitudini degli italiani, ma ha anche fatto emergere nuove opportunità per quanti hanno deciso di aprire un’impresa – e il riferimento è proprio alla crescita del commercio ambulante –. Chi opera nel commercio sulle aree pubbliche contribuisce ad animare le città, rendere vivi i centri storici e creare le condizioni per valorizzare il territorio». Al mercato con parsimonia Vero è che i numeri non sono tutto, perché a sentire le voci di chi in questi anni si è buttato nell’impresa di “mettere su mercato”, la situazione non è poi tanto rosea. Ci si prova, forse perché l’attrezzatura per una bancarella costa meno di un negozio con quattro mura, forse perché per alcuni non ci sono molte altre possibilità di lavoro e qualche cosa bisogna pur fare, ma le spese sono tante comunque, e anche al mercato si spende con parsimonia. Si sta a galla, insomma, in attesa di tempi migliori. E di interventi dall’alto: «Oggi il Paese ha bisogno di nuovi impulsi, di nuove energie – conclude Dardanello –. Sono certo che il governo, che ha messo giustamente al centro i temi dell’economia e dell’Europa per riportare il paese sulla via della crescita, saprà cogliere e valorizzare una vitalità che, malgrado tutto, ancora c’è nel nostro tessuto sociale».

 Muhamad ci prova con il “made in Italy”

«Aspetti, signora, devo darle lo scontrino». Così ferma la donna che, dopo aver acquistato una felpa alla sua bancarella, sta già riaprendo l’ombrello per finire la sua frettolosa spesa al mercato sotto una pioggia battente. Muhammad Ilyas, faccia tonda e sguardo dolce, è nato e cresciuto in Pakistan, e da nove anni vive in Italia. È partito dal suo paese dopo essersi laureato in matematica e ha subito iniziato la girandola dei lavori non all’altezza della sua formazione. Ma tutto sommato non è stato sfortunato, e il suo posto l’ha trovato in poco tempo, nel settore dell’abbigliamento. Ad assumerlo è stato un piccolo imprenditore marocchino, che piazzava la sua bancarella di vestiti al mercato di Como. Martedì, giovedì, sabato, all’aperto con la pioggia e col sole, estate e inverno: «Da lui – racconta Ilyas – ho imparato questo mestiere. Ho lavorato con lui fino allo scorso anno». Poi quel lavoro è finito e Ilyas ha provato a cercare un altro impiego. «Ho girato tante ditte, mi sono candidato per tanti ruoli, ma non c’è stato nulla da fare. Non è il periodo giusto, non assumono. Anche chi riesce a trovare un posto non sa quanto durerà: ti prendono oggi e tra due mesi ti lasciano a casa». Non sono fortunato, piove… Dopo sei mesi di ricerca infruttuosa, ha deciso di tornare al suo primo lavoro, e così si è organizzato, ha recuperato un furgone, ha preparato la nuova attività e due mesi fa ha “messo bancarella” al mercato. La sua bancarella, questa volta. Ha deciso di puntare sull’abbigliamento made in Italy, ma acquista anche dai cinesi e fa arrivare qualche prodotto dal Bangladesh. «Sono soddisfatto, questo è il mio lavoro. Se va bene o male, è responsabilità mia e devo rendere conto solo a me stesso. Non devo vivere col pensiero che qualcuno mi licenzi dall’oggi al domani». Davanti a lui, il suo banco di magliette, tute e pantaloni, ma soprattutto un grande punto di domanda: «Non so come andrà avanti questa avventura, per il momento mi limito a dire che va “così così”. Non sono stato molto fortunato: sono due mesi che piove molto e non c’è tanta gente che va al mercato con questo tempo. Speriamo che arrivi la bella stagione e le cose migliorino…».

L’ex elettricista Gianluca: resta vivo il sogno del bar

Un passato tra cavi elettrici e un futuro, sognato, dietro al bancone di un bar tutto suo. In mezzo, il presente, alla bancarella di un mercato. Gianluca dopo le scuole professionali ha lavorato come elettricista per sette anni in un’azienda, fino a che – vicenda comune a troppi – la ditta è fallita e lui è rimasto a casa. Il lavoro successivo è stato molto diverso: un posto in un bar, per un po’ di tempo la sua giornata è iniziata prima dell’alba per raggiungere il locale, a cinquanta chilometri di distanza. Il lavoro gli piaceva, stava realizzando che quello era ciò che avrebbe voluto davvero fare nella vita, e ha approfittato dei sacrifici per imparare il mestiere. Ma le distanze erano davvero lunghe, e dopo non molto è capitolato. Tenendo sempre nel cassetto il sogno neonato di poter, un giorno, aprire un proprio locale, la prima avventura da imprenditore in cui Gianluca si è buttato, ormai tre anni fa, è stata quella da ambulante di alimentari. «Ho iniziato nel 2010 – racconta –. C’era già crisi, ero consapevole delle difficoltà, ma in quel momento pensavo di non avere molte alternative. Così ho messo in piedi la mia bancarella di prodotti artigianali: vendo dai salumi ai formaggi, dal miele ai dolci…». Con Gianluca lavora anche una dipendente: sua madre. E ci tiene a sottolineare come, nonostante la parentela, non ci sia nulla lasciato all’informalità: «Lei è regolarmente assunta, le pago tutti i contributi. Io sono perfettamente in regola con tutto: licenze, scontrini, fatture, tasse, il commercialista, l’associazione. Siamo sommersi da cose da pagare, e io pago tutto. Faccio tutto coi guanti, tutto pulito. Non come certi altri vicini, i marocchini, gli egiziani…». Le lunghe giornate, il periodo di magra e l’incertezza sul futuro acuiscono le guerre sotterranee tra vicini di banco, e così, se le cose vanno male, è sempre un po’ colpa dell’altro. «A Milano la situazione degli ambulanti è anche più difficile, ci vogliono cacciare dagli spazi pubblici. Io non sono razzista, si capisce, ma gli stranieri non fanno gli scontrini, non pagano, sporcano. Eppure nessuno li controlla mai. Noi siamo tartassati dai controlli. C’è una disuguaglianza tra “noi” e “loro” – Gianluca è un fiume in piena –. Ci sono anche italiani che non pagano, per carità, ma noi quattro gatti che abbiamo tutto in regola siamo penalizzati per colpa di chi non lo è». E così si lavora tutti i giorni, spesso anche la domenica nelle fiere stagionali, cercando di stare in piedi con i clienti che comprano centellinando i centesimi. «Ma intanto mi preparo una soluzione alternativa. Se qui va male, è la volta buona che apro il mio bar».