Scarp Dicembre-Gennaio
Viaggio tra chi resiste

Il secondo lockdown e la persistenza della pandemia hanno messo definitivamente in ginocchio chi stava cercando di ripartire. I tanti lavoratori del sommerso ma anche molte imprese legate ai servizi, alla ristorazione e al turismo. E le mafie, come ci ricorda la responsabile della direzione distrettuale antimafia di Milano, Alessandra Dolci, sono pronte ad approfittare della situazione. Ma c’è anche chi non si è mai fermato, riconvertendo con successo l’attività di famiglia in base alle nuove esigenze di mercato, o chi è riuscito a realizzare un sogno imprenditoriale. Storie di ripartenze.

di Francesco Chiavarini, Andrea Cuminatto ed Ettore Sutti

Nulla sarà più come prima. La pandemia da Covid-19 sta portando con sé gravi conseguenze non solo dal punto di vista sociale ed economico. Il lockdown di marzo e le nuove misure anticontagio rischiano di dare il colpo di grazia a chi sta cercando faticosamente di ripartire. A pagare per primi sono stati i sommersi, coloro che vivono delle briciole del sistema della cura, dei servizi o della ristorazione, lavorando in nero o con contratti a chiamata. Molti di loro hanno saputo comunque rialzarsi, reinventandosi in nuovi lavori – rispondendo alle tantissime richieste che giungono dal comparto pulizia e sanificazione. Ora, però, con il nuovo blocco, per tanti di loro la situazione torna ad essere drammatica. Esempio emblematico è Elisa, 49 anni, che è tornata a fare la spesa all’Emporio della Caritas di Garbagnate. Dopo la fine del lockdown, le signore della piccola cittadina dell’hinterland milanese l’avevano richiamata in servizio. Piccoli lavori domestici, dalle pulizie delle casa alle camicie da stirare, tutti in nero, ma che le consentivano di stare a galla. Poi è arrivato il nuovo lockdown e delle sue tre clienti ne è rimasta una. «Prendo 100 euro al mese, 200 me li passa il mio ex marito per il mantenimento di nostro figlio. Ma anche se posso fare la spesa gratis grazie alla Caritas, non riesco più a pagare l’affitto (400 euro al mese) e la mensa del bambino – scuote la testa –. Ho fatto domanda per il reddito di cittadinanza, ma sto ancora aspettando un risposta. Nel frattempo accumulo debiti su debiti. Sono sempre più arrabbiata. E non so più con chi prendermela. Bisogna fermare il contagio, d’accordo, ma io così non ce la faccio». Dario, 53 anni, aspetta il suo turno all’Emporio della Barona, periferia sud di Milano. «Dopo un lungo periodo di disoccupazione, finalmente nel 2019 ero stato assunto da una cooperativa che si occupa della pulizia a bordo degli aerei. Poi questa primavera si era tutto fermato. In estate c’era stata una timida ripresa. Ora di nuovo i voli sono stati drasticamente tagliati e sono stato messo ancora una volta in cassa integrazione. Prendo 480 euro al mese. Vuol dire decidere se fare la spesa o pagare l’affitto», racconta. Morire di Covid o morire di fame? Di storie come quelle di Dario ed Elisa ce ne sono migliaia in giro per l’Italia. Persone che cercano disperatamente di stare a galla. E non stiamo parlando solo di lavoratori precari. Lo stesso dramma lo stanno vivendo anche gli imprenditori.


Carlo è finito alla Caritas

Carlo (nome di fantasia) fino all’anno scorso guadagnava bene e donava lui stesso alla Caritas ma la sua vita è cambiata inaspettatamente e si è presentato al centro d’ascolto a chiedere aiuto. Carlo, che è appena diventato padre per la sesta volta, vive con la moglie e i figli a Firenze, dove vent’anni fa ha aperto la sua attività dopo essere arrivato dalla Romania. Il sogno di aprire un’azienda l’ha realizzato mettendo in piedi un panificio e pasticceria industriale, che negli anni è cresciuto e si è specializzato nella produzione di prodotti da forno per gli alberghi del capoluogo toscano. «Cinque anni fa – racconta – abbiamo deciso di dedicarci esclusivamente agli alberghi, sia per la panificazione che per la pasticceria. Fornivamo oltre duecento hotel, l’attività funzionava e sono arrivato ad avere 17 dipendenti. Ma dedicarci solo agli alberghi è stata anche la nostra sfortuna». A Firenze gran parte dell’indotto cittadino gira intorno al turismo straniero: non è un caso che sia fra le città italiane che più hanno sofferto per la chiusura delle frontiere a seguito della pandemia. «Le prenotazioni agli hotel – continua – sono diminuite da dicembre, quando il virus ha iniziato a diffondersi in Cina, e quindi sono scese anche le ordinazioni dei nostri prodotti. Da dicembre a marzo abbiamo speso più di quanto abbiamo guadagnato: perdevo ogni giorno 100-150 euro. Posso dire che il lockdown sia stato quasi un sollievo, perché per lo meno non spendevo più soldi per tenere aperta la ditta». Carlo ha dovuto mettere tutti i dipendenti in cassa integrazione e da marzo a settembre non ha lavorato, ma l’affitto, le bollette, le spese per mantenere sei figli continuavano ad esserci. «Due dei miei bambini frequentano una scuola privata. Qualcuno mi chiede perché e gli rispondo: “Perché finora me lo potevo permettere”. L’azienda funzionava bene e non avevo problemi economici. Non ho mai avuto bisogno di chiedere nessun aiuto allo Stato, ma ora è lo Stato che chiede a me di pagare tasse che non sono in grado di sostenere. Il reddito del 2018 su cui sono calcolate era molto alto, mentre oggi non ho nessuna entrata». È per questo che si è rivolto a padre Valer, sacerdote della comunità greco cattolica rumena di Firenze, che gli ha suggerito di rivolgersi ad un centro di ascolto della Fondazione Caritas. L’imprenditore si è presentato al colloquio accompagnato dai suoi figli e si è subito creato un buon rapporto con i referenti del centro. «Quando lavoravo mi avanzavano spesso dei prodotti che donavo alla Caritas, per aiutare chi aveva bisogno. Adesso sono io ad aver bisogno di un sostegno per mantenere la mia famiglia. Al centro di ascolto mi hanno subito dato una mano, iscrivendomi al banco alimentare e inserendomi in un programma di aiuto per il pagamento dell’affitto. È bello sapere che ci sono persone che pensano a te, primo fra tutti padre Valer».


Tentativo di rinascita

A settembre, con la riapertura delle scuole, ha fatto un nuovo tentativo: fornire gli istituti delle merende per la ricreazione dei ragazzi. «Siamo stati aperti due settimane, ma poi abbiamo chiuso perché ci stavamo rimettendo. Siamo grossisti, se produciamo meno di tre o quattromila brioches al giorno non riusciamo a sostenere la spesa per i macchinari industriali». Carlo ha avviato le pratiche per chiudere la ditta, ma non si arrende. «Il mio obiettivo è quello di aprire un forno più piccolo: un punto vendita per tutti. Non sappiamo quando il turismo ripartirà a pieno regime, inutile rischiare. Ma tutti comprano il pane e io so farlo: mi dedicherò alla piccola produzione e alla vendita al dettaglio. E sicuramente non dimenticherò il sostegno che Caritas mi ha dato in questo periodo difficile».

 
 

 

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