Scarp Febbraio
Votare è un diritto Non per tutti.

Secondo i dati Istat, il 60% delle 55 mila persone senza dimora è composto da cittadini stranieri, che quindi non possono votare alle politiche. Dei restanti italiani in molti non hanno la residenza anagrafica. Gli homeless la perdono insieme alla casa e ne rimangono privi, vedendosi così di fatto negata la gran parte dei diritti civili, tra cui quello di voto.

di Paolo Riva

«Certo che vado a votare. Come l’ultima volta. Se no non mi danno la casa». Giuseppe, 61 anni, da tre in un centro d’accoglienza di Milano, lo ammette candidamente: andrà alle urne solo perché teme che astenersi influisca negativamente sulla sua domanda per l’alloggio popolare, che attende da tempo e che dovrebbe essere finalmente in arrivo. «Prima – dice riferendosi a quando non era ancora finito per strada – mica votavo». Nel nostro Paese, il 20% della popolazione è a rischio povertà, i poveri assoluti sono 4 milioni 742 mila e i senza dimora oltre 55 mila. Eppure è raro che le voci di quelli come Giuseppe entrino nel dibattito pubblico. Così come è difficile che in campagna elettorale i politici si rivolgano loro. Del resto, per quanto durante la crisi deprivazione ed esclusione abbiano raggiunto livelli record, quella di Giuseppe rimane una fascia di popolazione molto fragile, ma numericamente modesta. Secondo i dati Istat, il 60% delle 55 mila persone senza dimora è composto da cittadini stranieri, che quindi non possono votare alle politiche. Non solo: i restanti italiani faticano non poco a vedersi riconosciuto il diritto di voto. Il tema in questione è quello della residenza anagrafica. Molti homeless la perdono insieme alla casa e ne rimangono privi, vedendosi così di fatto negata la gran parte dei diritti civili, tra cui quello di voto, attivo e passivo. Le soluzioni ci sarebbero, come l’istituzione di una via fittizia da parte dei Comuni o il registrarsi nelle sedi delle organizzazioni di assistenza, ma non sempre le istituzioni si muovono. E così per tanti cittadini che sono per strada l’articolo 48 della Costituzione sul diritto di voto rimane lettera morta, sancendo la loro esclusione anche da quel processo politico che potrebbe migliorare (o peggiorare) le loro condizioni di vita.


La trappola dell’astensione

Tra chi, invece, la residenza ce l’ha e quindi ha anche la possibilità di votare, le posizioni sono diverse. La prima – quella dell’astensione – la incarna Luigi che parla scuotendo la testa: «Non conosco più la politica, non mi fido. È un voto buttato. Non ho più nemmeno la tessera». Dopo tanti anni di strada, dovuti a problemi di salute mentale e alla rottura con la famiglia, oggi sta meglio e vive in un centro di accoglienza. Ma il 4 marzo non andrà a votare. Non lo fa da tempo ormai. «L’ultima volta è stato nel 1999. Poi son stato male e basta. Non seguo più la politica, non seguo nemmeno il calcio», dice, dando implicitamente la stessa importanza a entrambi i temi. Per quanto sia rischioso generalizzare, quella di Luigi sembra un’idea diffusa. A cavallo tra disillusione e disinteresse. Del resto, l’astensionismo è un fenomeno in preoccupante crescita in tutto l’elettorato. Vincenzo Giardina, responsabile del Rifugio Caritas di Milano, conferma che gli homeless non fanno eccezione. «La frase “Non vado a votare che tanto è inutile” l’ho sentita parecchie volte – spiega –. Molto dipende dalla storia di ciascuna persona, ma a prevalere è una forte critica nei confronti dell’operato delle istituzioni politiche e giudiziarie». Uno dei momenti in cui si manifesta di più è la visione del telegiornale, anzi, dei telegiornali, perché al Rifugio ne vengono trasmessi ben tre, per proporre punti di vista diversi. Lo stesso accade anche a Roma, al centro diurno vicino alla Stazione Termini dove lavora Simone Giani, operatore sociale d’esperienza. «I senza dimora con cui ho a che fare sono mediamente molto informati. Di politica parlano tanto, dando alle istituzioni la colpa della loro situazione. Poi, però, sono in pochi ad andare davvero a votare. Qualcuno per problemi con la residenza, altri per scelta o per disinteresse, altri ancora perché troppo intenti ad affrontare le difficoltà della vita di strada».


Cresce l’antipolitica

C’è poi il fronte dell’antipolitica, della corruzione endemica e trasversale, del “tutti uguali, tutti ladri”. Anche in questo caso, ovviamente, non si tratta di una peculiarità dei cittadini senza casa. È un sentimento largamente diffuso, che però genera ancora più rabbia in chi ha perso tutto. Giuseppe si infervora quando ci riflette, tra una sigaretta e l’altra. A votare, come detto, ci andrà «per la casa», ma l’idea che «sia tutta una corruzione» la ripete più volte, con veemenza, alternando le accuse nei confronti dei politici al racconto delle sue sfortune, collegandole in un modo così diretto da non ammettere repliche. A scene di questo tipo Ciro Di Guida è abituato, coordinando il servizio docce della Casa della carità di Milano. «La parola politica viene associata nella stragrande maggioranza dei casi ai concetti di potere e corruzione – dice dopo aver fatto lavare più di cinquanta persone –. Data la natura del servizio, però, è difficile andare oltre qualche battuta. A volte però capita. Marco è un giovane uomo sulla quarantina, che si prende il tempo per fare quattro chiacchiere, senza fretta, mentre prepara lo zaino in cui tiene le cose per passare la notte in strada.


Votare è anche un dovere

«La tessera elettorale ce l’ho perché ho la residenza al Servizio Accoglienza Milanese della Caritas. E penso proprio che andrò a votare», dice. Spiega che si informa con i giornali delle biblioteche, con la free press oppure su internet, se riesce ad accedervi. Poi, quando gli si chiede che cosa potrebbe fare la politica per le persone in difficoltà come lui, risponde in maniera pacata, ma spiazzante: «Abbandonare il culto della povertà che certi partiti hanno e che proprio non mi piace. Chiudere certe organizzazioni benefiche che se ne approfittano». Ancora una volta, si tratta di pensieri diffusi nella società. Anche a causa di alcuni scandali come Mafia Capitale e pur restando minoritaria, la sfiducia cresce anche nei confronti delle organizzazioni del terzo settore. Ma che a manifestarla sia proprio chi dei servizi di questi enti beneficia è una spia preoccupante. Soprattutto in tempo di elezioni. Fortuna che quando si parla di politica c’è anche chi si entusiasma, preferendo alle accuse i ricordi. È Antonio, che dopo una vita da imprenditore edile è finito per strada e, da lì, in un dormitorio. «Certo che vado a votare. È dal ’70 che non perdo un’elezione. Oggi non è più così, ma quando facevo le superiori io, si parlava di politica giorno e notte. Arrivavamo alle elezioni preparati. E lo sapevamo che il voto non è solo un diritto. È anche un dovere».

 
 

 

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