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Viaggio nella “fabbrica di jihadisti”

Molenbeek ha una popolazione mediamente molto giovane e una concentrazione di diversi problemi sociali: è un ambiente che favorisce il lavoro dei reclutatori dei gruppi estremisti islamici, specialmente quando si rivolgono a delle persone con fragilità.

di Paolo Riva

Molenbeek Saint Jean è diventata celebre, suo malgrado. Conosciuta nei secoli scorsi per le sue industrie, che creavano migliaia di posti di lavoro e attiravano immigrati, è ora nota per il radicalismo islamico e il terrorismo internazionale. In passato era chiamata la piccola Manchester mentre oggi, per alcuni, è “una fabbrica di jihadisti”. A definirla così, dopo gli attacchi di Parigi del novembre scorso, è stato il quotidiano francese Libération, quando si è scoperto che alcuni degli attentatori erano partiti da questo comune belga. Non si trattava di una prima volta. Dall’inizio degli anni duemila, Molenbeek è stata collegata in vari modi a diversi episodi di terrorismo e, dal 2011, numerosi suoi residenti sono partiti per la Siria. Si sono radicalizzati e sono andati ad arruolarsi nelle file del cosiddetto Stato Islamico, lasciandosi alle spalle un comune di 95 mila persone, situato a meno di due chilometri dal centro storico di Bruxelles, segnato da povertà e disoccupazione, storicamente abitato da una folta comunità di immigrati arabi e musulmani provenienti soprattutto dal Marocco, ormai arrivati alla terza e quarta generazione nata in Belgio.

Non fabbrichiamo terroristi

«Molenbeek è un luogo sicuramente non facile, ma interessante, da scoprire. Da un lato, c’è un tessuto associativo fenomenale, ampio e di qualità, dall’altro, ci sono tutti i grandi problemi internazionali con le loro ricadute concrete», spiega Annalisa Gadaleta, barese di origine, che dal 1998 abita qui e dal 2012 è uno dei nove assessori del Comune. Non “una fabbrica di jihadisti”, quindi, ma una zona urbana con risorse e criticità, tra cui quella della radicalizzazione che è oggi una delle più forti. Olivier Vanderhaeghen, come funzionario incaricato della prevenzione, se ne occupa ogni giorno, ma piuttosto che commentare i titoli come quello di Libération preferisce, con tono pacato, affrontare la questione. «Molenbeek ha una popolazione mediamente molto giovane e una concentrazione di diversi problemi sociali: è un ambiente che favorisce il lavoro dei reclutatori dei gruppi estremisti islamici, specialmente quando si rivolgono a delle persone fragili». Arrivato qui nel 2014, Vanderhaeghen sapeva di aver scelto uno delle zone di Bruxelles “con la peggior reputazione”. Quello che lo colpisce di più, però, dopo due anni di intenso lavoro, è la condizione dei giovani di Molenbeek: «Nessun futuro, nessuna autostima e nessuna stima negli altri, nessun riconoscimento di sé». Ed è proprio in un contesto di questo tipo che sono più facili da avvertire le sirene della radicalizzazione. «La religione –prosegue Vanderhaeghen – è un elemento che arriva in un secondo momento. Quello su cui davvero fanno leva i reclutatori è l’identità. Propongono a dei ragazzi che si sentono inutili un riconoscimento e uno scopo: la jihad».

Le religione arriva dopo

Vanderhaeghen spiega che il processo di radicalizzazione ha tre snodi principali. «Per prima cosa, si rompono i legami con gli amici, con la scuola, con lo sport e con tutte le altre reti di relazione. Poi ci si ritira in casa, abbandonando lo spazio pubblico. Infine, c’è la rottura con la famiglia. I ragazzi radicalizzati si rinchiudono nelle loro stanze, stanno ore di fronte al pc leggendo su internet testi di fanatismo religioso e accusano padri e madri di non essere dei buoni genitori e, se lo sono, di non essere dei buoni musulmani. Dicono che il vero Islam è quello che hanno conosciuto e non quello che praticano i loro parenti». È a questo punto che, solitamente, i genitori si rivolgono ai servizi comunali coordinati da Vanderhaeghen. A presentarsi sono soprattutto le madri. «Hanno paura, pensano di aver sbagliato e chiedono soluzioni. Da parte nostra cerchiamo di evitare ogni stigmatizzazione e li incoraggiamo a mantenere vivo il rapporto con i figli. È fondamentale non parlare di religione ma cercare di puntare su affetti e sentimenti, per evitare rotture e partenze». In alcuni casi, il lavoro dei servizi antiradicalizzazione di Molenbeek ha consentito di sventare i viaggi pianificati alla volta della Siria. L’aver impedito una partenza non significa, però, aver concluso il lavoro. Anzi. «Se un ragazzo resta non significa che non sia più radicalizzato. Al contrario, tutti i fattori che l’avevano portato a prendere in considerazione l’ipotesi di unirsi al cosiddetto Stato Islamico rimangono e quindi dobbiamo continuare a seguirlo». Per questo il comune di Molenbeek ha avviato dei progetti di formazione e inserimento professionale, ma soprattutto lavora con i suoi operatori sociali sull’identità individuale e su quella collettiva. «Il fenomeno della radicalizzazione – conclude Vanderhaeghen – è solo agli inizi. Per risolverlo dobbiamo convincerci che non si tratta di una questione esterna, legata alla Siria o alla situazione internazionale. È un problema nostro: dobbiamo innanzitutto capire come la nostra società ha creato le condizioni del perché i ragazzi sono attratti dalla radicalizzazione».