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Rei: reddito per ricominciare

Il primo gennaio sono stati erogati i primi assegni ai beneficiari del Rei, il Reddito d’inclusione. Ma l’esordio della nuova misura non è stato dei migliori. I Comuni, impreparati a rispondere alle richieste, hanno passato la palla ai Caf che hanno presto alzato bandiera bianca. Il risultato? A fronte di una platea complessiva di circa 700 mila famiglie (per un totale di oltre 2, 5 milioni di persone) al 2 gennaio sono state presentate solo 75 mila domande. Elemosina di Stato, come dicono i denigratori o strumento capace di garantire nuove prospettive?

di Francesco Chiavarini

Il primo gennaio sono stati erogati i primi assegni ai beneficiari del Rei, il Reddito d’inclusione attiva, varato dal governo Gentiloni l’estate scorsa. Tuttavia, l’esordio della nuova misura destinata a rivoluzionare il welfare nel nostro Paese non è stato dei migliori. Non appena è stato possibile presentare domanda per gli aiuti, i cittadini si sono precipitati a chiedere informazioni. Spesso non le hanno trovate. O sono stati rimbalzati da un ufficio all’altro. I Comuni, specie al sud, si sono trovati impreparati a rispondere alle richieste. Nell’imbarazzo, hanno passato la palla ai Caf, i centri di assistenza fiscale presso le Acli e i sindacati. I Caf fino ad un certo punto hanno fatto fronte, poi hanno alzato bandiera bianca. O ci date più soldi, o non collaboreremo più, hanno mandato a dire al Governo. Dal canto loro, le organizzazione del terzo settore hanno fatto quadrato e presagendo la mal parata hanno fatto sapere che non avrebbero coperto le falle altrui. È ancora presto per capire quali saranno le conseguenze per i cittadini di questa iniziale empasse. Tuttavia l’impressione che si ricava sentendo gli operatori sul campo non fa presagire niente di buono. Certamente, non ci si può aspettare che gli esiti siano migliori di quelli già sperimentati con il Sia, lo strumento ponte, identico nelle finalità al Rei, adottato dal governo Letta e sui cui in Lombardia è già stato fatto un monitoraggio. «L’esperienza del Sia ha evidenziato alcuni elementi di fragilità e difficoltà di gestione dei servizi sociali territoriali», scrive molto diplomaticamente l’Alleanza contro la povertà, il cartello composto da sindacati, enti locali, organizzazioni del terzo settore, incaricato di giudicare l’applicazione delle norma. La ricerca ha messo in luce che «la misura ha interessato 11.167 cittadini lombardi, su 26.657 che hanno presentato domanda. Su 91 ambiti che hanno partecipato al monitoraggio, solo 39 hanno attivato protocolli o accordi con i centri per l’impiego, solo 3 hanno attivato protocolli o accordi con uffici casa, solo 8 hanno attivato protocolli o accordi con servizi per i minori e scuole, solo 14 hanno attivato protocolli o accordi con centri formazione professionale. Altro dato: il 41% degli ambiti ha promosso tirocini o borse lavoro fra gli interventi destinati all’inserimento lavorativo e alla work experience. Il 42% degli ambiti, inoltre, non aveva l’équipe multidisciplinare per la presa in carico delle situazioni di povertà e quindi la definizione dei progetti».


Risposta sotto le aspettative

La risposta è stata al di sotto delle aspettative anche a causa, sottolinea il documento, «della carenza di risorse umane dedicate: poco meno di 2 mila gli assistenti sociali che operano nei 1.523 Comuni in Lombardia. Un numero limitato, rispetto ai potenziali beneficiari del Rei, stimati in 18 mila nuclei familiari». Insomma a conti fatti, quello che si è riusciti a fare fino ad ora è stato dare un po’ di soldi a chi si trovava in difficoltà e niente altro. Un po’ poco. Al punto da spingere Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, a dire a fine novembre durante il convegno in cui si è presentata la ricerca: «Bisogna fare molto di più sul fronte dell’accompagnamento se non si vuole che diventi una misura che intrappola le persone nell’assistenzialismo». Evocare proprio lo spettro dell’assistenzialismo, da parte di chi, come Gualzetti, ha insistito che fosse introdotta una qualche forma di reddito per la famiglie più povere, quando ancora era un tabù parlarne e a destra e sinistra dello schieramento politico si usava proprio quell’argomento per affossare la proposta, fa una certa impressione. Siamo di fronte ad un fallimento annunciato? Francesco Marsico del centro studi di Caritas Italiana invita a non drammatizzare. «Il Reddito di inclusione attiva avvicina il nostro Paese all’Europa, ma ci costringe anche a riorganizzare i servizi sul modello degli altri Stati membri dove già da anni si sono adottati strumenti di lotta alla povertà universalistici. Sapevamo che un cambiamento di tale portata avrebbe richiesto un certo tempo per essere metabolizzato: nessuna legge si auto-applica, tanto meno una come questa destinata a rivoluzionare il nostro approccio all’assistenza». Secondo Marsico, questa prima fase ha fatto solo emergere nodi e debolezze del sistema noti da tempo e che, se affrontati, potranno essere superati, compresi i problemi di organico sollevati, in particolare, dagli enti locali e per i quali esiste già una soluzione. «La legge prevede che il 15% delle risorse stanziate per finanziare il Rei siano utilizzate per sostenere le spese del personale dei Comuni. Dal secondo anno, poi la quota arriverà al 20%. Inoltre si può attingere ai fondi europei per la formazione. La questione non sono i soldi, ma la regia degli interventi che sono a carico delle Regioni: facciano la loro parte», osserva.


Uno strumento valido

Lo spettacolo, per la verità non troppo edificante cui si è assistito fino ad ora, ha dato più l’impressione che le diverse parti in causa preferissero passarsi il cerino acceso, piuttosto che assumersi le proprie responsabilità. Naturale che in questo quadro di confusione abbiano ripreso fiato gli scettici e i contrari, a destra e sinistra, che hanno sempre considerato il Rei alla stregua di una forma di elemosina di Stato, incapace di attivare davvero le persone a superare le difficoltà. «Attenzione però a non fare un drammatico errore di prospettiva – reagisce Marsico –. Le politiche di contrasto alla povertà servono, prima di tutto, a non far peggiorare la condizione delle famiglie più deboli. Sarebbe utopistico aspettarsi che in Italia i beneficiari del Rei possano tutti trovare alla fine del percorso impieghi a tempo indeterminato. Tassi di reimpiego del 26% in Germania, del 16% in Olanda, del 25% in Danimarca sono considerati un successo. Credo che da noi, specie al Sud, dove il mercato del lavoro offre storicamente meno opportunità, l’attivazione di tirocini formativi potrebbe già essere un obiettivo soddisfacente: se agiamo tutti con senso di responsabilità e realismo, ce la possiamo fare».

 
 

 

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