Scarp Febbraio
Ragazzi che scappano

Si chiamano minori non accompagnati, ragazzi che lasciano casa e famiglia per sbarcare sulle nostre coste. C’è chi sogna di diventare calciatore, chi di raggiungere il nord Europa. Per alcuni di loro si aprono le porte di comunità e scuole. Di tanti non si sa più nulla. Scarp è stato a Rebbio dove una parrocchia si è mobilitata; in una comunità di accoglienza e a casa di Cecilia e Marco, i genitori affidatari di Youssef , arrivato tutto solo dal Marocco.

di Marta Zanella

Li chiamano con un termine tecnico: “minori stranieri non accompagnati”. Ma a guardarli in faccia vedi quello che sono realmente: adolescenti – a volte anche più piccoli – costretti a crescere molto in fretta, in grado di cavarsela e sopravvivere nelle peggiori situazioni come un adulto ma ancora ragazzini, che avrebbero bisogno soprattutto di una guida adulta, di una famiglia, di un sostegno. Di non essere lasciati soli, insomma. Di questi migranti minorenni soli, in Italia, ne risultano attualmente censiti e accolti quasi 16 mila. Oltre a loro, altri 6 mila sono arrivati nel nostro Paese e, dopo essere stati identificati, hanno fatto perdere le loro tracce: scappati subito dalla prima accoglienza o più tardi dalle comunità a cui erano stati affidati, ripartiti verso altri Paesi europei o bloccati alle frontiere e rimasti incastrati qui, a fare la spola tra accoglienze di emergenza e reti di conoscenti.


Milano, snodo europeo

La Lombardia – secondo i dati di ottobre 2016 – ne accoglie 974, di cui 873 nella sola Milano. La maggior parte dei ragazzi presi in carico dal Comune è accolto in strutturespecifiche per minorenni: alcune già esistenti e riadattate, altre aperte appositamente in sinergia con realtà del privato sociale. Ma i posti non sono comunque sufficienti e sono decine i ragazzini che restano per strada. Oppure accolti in strutture per adulti. Per rispondere all’emergenza posti si è tentata anche la strada dei centri Sprar, il sistema per l’accoglienza rifugiati e richiedenti asilo, per minori. «Ma noi pensiamo che questo modello, efficace per gli adulti, non sia adatto invece per i ragazzini, che hanno bisogno di una forte presenza educativa – commenta Matteo Zappa, responsabile dell’area minori di Caritas Ambrosiana –. Per assicurare il tipo di accoglienza adeguata, bisogna ribaltare la prospettiva con cui si guarda a queste persone. Bisogna considerare che sono minorenni, con esigenze specifiche perché migranti, e non considerarli stranieri con esigenze specifiche perché minori». Oggi la maggior parte dei ragazzini accolti è egiziana. «Di solito sono primogeniti, motivati a crearsi un futuro, con un progetto familiare ben condivisotra igenitori e il ragazzo – è quanto può osservare il responsabile del Pronto intervento minori di Milano, Massimo Gottardi –. Ma negli ultimi due anni la tendenza è cambiata: arrivano minori molto fragili, sia dal punto di vista sanitario che psicologico, più giovani, anche dodicenni e analfabeti».


Como in prima linea

Quaranta chilometri più a nord, la situazione è decisamente più fluida. Como si èdrammaticamente riscoperta città di frontiera nell’ultima estate, quando alla stazione di San Giovanni si sono trovati a bivaccare centinaia di migranti che tentavano disperatamente di passare il confine con la Svizzera, per andare a nord. Secondo l’Amministrazione federale svizzera delle dogane, nel corso del 2016 sono stati 34 mila i tentativi di ingresso illegale di migranti in Ticino, quasi tutti attraverso la frontiera di Chiasso; 20 mila sono stati i respingimenti in Italia. Dopo l’emergenza estiva la prefettura ha allestito un campo profughi, gestito dalla Croce Rossa insieme alla Caritas diocesana, da cui sono transitate circa 1.800 persone, di cui due terzi minori. In generale, la grandissima parte delle persone si è fermata poco, da qualche ora ad alcuni giorni. Ma non tutti possono, o vogliono, entrare al campo. Chi non ha i requisiti, oppure arriva dopo le 22.30, orario di chiusura, resta per strada. Un gruppo di giovani comaschi, non legati a parrocchie o associazioni, ogni notte fa la spola tra l’esterno del campo, la stazione a cui arrivano molti con l’ultimo treno da Milano, e la frontiera di Chiasso, dove la Svizzera ha appena espulso gli ultimi migranti della notte, raccoglie chi dovrebbe passare la notte all’addiaccio e li porta alla parrocchia di Rebbio, quartiere della periferia di Como. Lì c’è don Giusto della Valle, uno di quei preti di frontiera che aprono le porte e fanno un po’ di spazio in più. Nella piccola cucina della casa parrocchiale, appena riscaldata da una vecchia stufa a legna, c’è un cartello che ricorda l’orario dei pasti, un mappamondo e una mappa dell’Africa. Perché oltre a don Giusto, in questa casa ci abitano una ventina di giovani uomini richiedenti asilo. Nella palazzina di fronte, l’ex casa del vicario, sono oggi ospitate un gruppo di donne nigeriane in protezione umanitaria con i loro bambini, alcuni neonati, e una famiglia senegalese. Altri giovani hanno alloggio nell’oratorio.


Rebbio, comunità aperta

«Quest’estate abbiamo iniziato ad allestire una mensa serale nel bar dell’oratorio. Poi è iniziato ad arrivare il “popolo della notte” – racconta don Giusto –. Ogni notte mi portano sessanta, ottanta persone che dormirebbero all’aperto. Teniamo la porta aperta fino all’una, diamo un tè caldo e qualcosa da mangiare. Nel salone sopra disponiamo materassi e coperte per loro. Al mattino dopo escono, perché qui dobbiamo ripristinare per le attività della parrocchia». Tra chi passa qualche notte qui, in attesa di ripartire per un altro luogo, molti sono minorenni. Qualcuno è qui da quest’estate, ma per la stragrande maggioranza la parrocchia di Rebbio è stato solo un passaggio. «Da quest’estate ne ho visti circa 700. Il 10% di loro, oggi, è in una comunità per minori in Italia oppure, grazie a un’associazione di avvocati svizzeri, in una struttura dedicata oltre confine». Al campo profughi della Croce Rossa la situazione è fluida: poco prima di Natale erano oltre 200 i ragazzini che avevano trovato riparo nei container, ma nel giro di alcune settimane sono scesi a qualche decina. Nonostante il confine sia sotto costante controllo da parte degli svizzeri, anche con l’impiego di droni per monitorare i boschi della zona, c’è chi riesce a passare. Molti si fanno aiutare dai passatori: alcuni stranieri, altri sono i vecchi contrabbandieri che si sono così riciclati. «Sono in prevalenza ragazzi eritrei, che lasciano il loro paese a 15 o 16 anni per evitare il servizio militare – racconta don Giusto –. I ragazzi che ho incontrato io non scappano da situazioni particolarmente drammatiche o peggiori di altre. Quello che è drammatico è il viaggio che fanno. Ci mettono mesi per arrivare fino alla Libia, perché si fermano spesso per fare qualche lavoretto e mettere da parte i soldi necessari a continuare il viaggio. Tutti raccontano del deserto, dove ci sono cadaveri abbandonati lungo tutta la strada, la puzza, un cimitero a cielo aperto».


Ragazzi spesso segnati

Poi la Libia, «dove il razzismo nei confronti dei neri è fortissimo. Vengono portati in carcere, lasciati in pessime condizioni e liberati solo se sono in grado di pagarsi un riscatto. Molti arrivano deprivati da quella esperienza». Quando finalmente sbarcano in Italia, sono organizzati in gruppi: viaggiano insieme, hanno qualche soldo in tasca e vogliono raggiungere un parente o un amico in un altro Paese europeo. «Credono davvero diriuscire ad arrivare tranquillamente in Germania e lì di potersi trovare una scuola e poi un lavoro con cui poter iniziare a mandare i soldi a casa. Ma hanno un basso livello di scolarizzazione, non sanno l’inglese: hanno pochissime probabilità di farcela. Potremmo aiutarli di più se accettassero di restare in Italia, potrebbero andare a scuola, essere regolarizzati e anche rivedere, un giorno, la loro famiglia – scuote la testa don Giusto – è su questo che lo vedi chiaramente: per molti aspetti sono cresciuti in fretta, ma per altri sono ancora ingenui e bambini». Bambini che credono ancora nelle favole. Ma che spesso sono vittime degli orchi.