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Palmiro, senza dimora dopo il crollo

Dal 14 agosto scorso non ho più un vestito, un paio di scarpe che sia davvero mio: secondo la protezione civile sono uno sfollato, secondo il Comune no. E il risultato è che non ho nemmeno una risposta negativa che sia definitiva. Sono al dormitorio, ogni tanto faccio qualche lavoretto, e qualche sera riesco ad avere in tasca anche 20 o 30 euro.

di Daniele Di Pompeo

Piove fortissimo a Genova. Palmiro pensa che se continua così è il caso di tornare un attimo indietro e prendere l’ombrello. Sono le dieci e mezza di mattina, e magari la pioggia dura poco, è un temporale estivo, sai, siamo al 14 di agosto, ma nel dubbio meglio premunirsi. Torna indietro, prende l’ombrello, e quando arriva – comunque fradicio – al circolo dove passa le mattinate con gli amici li trova fermi, zitti, davanti alla tv. Cerca di capire cosa sia successo, e quando intuisce il pensiero è uno solo: mi resta solo l’ombrello, perché il posto dove vivo non lo rivedrò più. Palmiro vive al Campasso. Anche per chi non è di Genova, si tratta di un nome che ultimamente è risuonato nelle orecchie; perché il Campasso è uno di quei pezzi di città che stanno sotto al ponte Morandi, in quella che da subito, da qualche ora dopo il crollo, è diventata zona rossa. Palmiro è dunque uno sfollato, ma uno sfollato particolare. Per lui infatti dal giorno dopo la tragedia non c’è stata la possibilità di tornare almeno per qualche disperata ora negli appartamenti a cercare di recuperare pezzi di vita; non c’è stata nemmeno una sistemazione in una casa nuova, che non è la tua, che è provvisoria, ma che almeno è un tetto e quattro mura. Per lui non è prevista nemmeno qualche forma di rimborso pecuniario. Dall’agosto scorso, Palmiro ha vissuto un po’ di notti sui vagoni del treno, e il resto nei dormitori, fra cui quelli della fondazione Auxilium. Perché lui al Campasso viveva in un camper.


Un camper come casa

Lo aveva portato fino a lì una storia comune, di questi tempi: piccolo imprenditore, apre una ditta fuori Genova che però fallisce; torna con la moglie in città, e per sistemarsi affitta un piccolo bungalow nell’entroterra. La situazione è difficile, il rapporto coniugale si deteriora, per lui anche quella piccola spesa è insostenibile. Interviene allora un amico, proprietario di un camper parcheggiato da tempo dietro via Porro, proprio sotto il ponte dell’autostrada. E Palmiro va a viverci. Il 14 agosto, il crollo del ponte Morandi si porta via le vite di tante persone, e devasta il futuro dei sopravvissuti. Palmiro capisce subito che per lui la situazione è oltremodo complicata: all’inizio pare che il permesso di entrare con gli altri sfollati lo abbia anche lui, ma no, niente, tecnicamente non è residente lì. Chissà, al secondo giro, dopo che hanno piazzato i sensori su quel che resta del ponte, ma neanche allora è possibile. Magari in seguito, accompagnato dal padrone del camper, per dimostrare che lui deve superare quelle transenne, non è mica uno sciacallo. Niente da fare. L’assistente sociale che lo segue, visto che comunque negli ultimi anni aveva preso residenza all’ufficio comunale che segue i cittadini senza dimora, pensa che con un po’ di pazienza insistendo con gli addetti alla gestione di tutta questa situazione il modo di entrare nel camper e recuperare le sue cose si potrà trovare.


Sfollato oppure no?

«Dal 14 agosto non ho più un vestito, un paio di scarpe che sia mio», spiega Palmiro. Viene amaramente da chiedersi dove sia almeno l’ombrello adesso. Passano i mesi. Gli sfollati consumano il loro dramma e provano a capire il futuro. Palmiro deve ancora capire il suo presente: «secondo la protezione civile sono uno sfollato, secondo il Comune no, e il risultato è che non ho nemmeno una risposta negativa che sia definitiva». Il camper è lì. Il moncone di ponte chissà ancora per quanto ci sarà. Palmiro è in dormitorio, «almeno ho un riferimento, ogni tanto faccio qualche lavoretto, e pensa un po’, mi trovo a fare pensieri ottimistici perché magari qualche sera ho in tasca anche 20 o 30 euro».

 
 

 

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