Scarp Febbraio
L’Italia che accoglie

Sono circa 1.300 le famiglie che negli ultimi quattro anni hanno aperto le porte a un migrante. Lo hanno fatto grazie a una rete di organizzazioni, fra cui il Consorzio Farsi Prossimo e il network di Refugees Welcome, che in questi anni hanno promosso un approccio di prossimità che sta coinvolgendo sempre più persone. Siamo andati a cercare i protagonisti di alcune di queste storie che raccontano un Paese capace di aprirsi alla diversità.

di Marta Zanella

Alla fine dello scorso novembre il Parlamento italiano ha definitivamente convertito in legge il decreto in materia di protezione internazionale, immigrazione e sicurezza pubblica: quello che abbiamo imparato a conoscere, appunto, come “Decreto Sicurezza”. Fin da subito le organizzazione del terzo settore che da anni si occupano di accoglienza e lavorano per l’integrazione hanno denunciato i pericoli che questo provvedimento avrebbe comportato. Saranno vanificati gli sforzi fatti per avviare percorsi di integrazione, e si rischia di perdere tutto il lavoro fatto per favorire l’integrazione, inclusi i corsi di italiano, quelli scolastici e quelli professionali e di avviamento a tirocini lavorativi. «Il cosiddetto Decreto Sicurezza renderà più difficile per i migranti trovare un lavoro regolare, inserirsi nella nostra società, vivere una vita normale. Poiché non è realistico immaginare che saranno rimpatriati, ci aspettiamo di ritrovarli in coda ai nostri centri di ascolto. Dopo esserci impegnati per la loro integrazione ora dovremo spendere soldi e tempo per aiutarli ma senza, a questo punto, poter offrire loro alcuna prospettiva di futuro: un controsenso», ha detto il direttore di Caritas Ambrosiana Luciano Gualzetti all’indomani dell’approvazione del Decreto. Nei giorni in cui scriviamo, molti sindaci – saranno loro poi a doversi far carico di tutte queste persone lasciate per strada – stanno annunciando una forma di disobbedienza civile a questa legge. Eppure ci sono molte esperienze che ci raccontano che convivere nella stessa comunità è possibile, che l’integrazione è possibile e che la sicurezza non passa mai dalla negazione dei diritti, ma dalla costruzione di legami tra le persone e il territorio in cui si vive. Quello che serve è la normalità: poter avere una casa e un lavoro sicuro.


Integrare si può

In questi ultimi anni molti progetti e percorsi di integrazione sono stati finanziati con i soldi del fondo Fami, il Fondo Asilo e Migrazione del Ministero dell’Interno e dell’Unione Europea. Tra questi, il progetto Fra Noi, che ha coinvolto 43 enti profit e no profit in 10 regioni italiane – capitanati dal lombardo Consorzio Farsi Prossimo – che si sono messi in rete per condividere esperienze e buone prassi finalizzate all’integrazione stabile di titolari di permesso internazionale. Il progetto ha coinvolto oltre 500 persone in uscita dai percorsi Sprar (il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, quello che viene quasi smantellato con il nuovo decreto sicurezza) attraverso piani individualizzati che hanno previsto azioni come l’accoglienza in famiglia, l’aiuto a trovare una abitazione in autonomia, oppure misure di sostegno al lavoro, da tirocini professionali ad aiuti anche molto pratici: un servizio di cura per i bambini mentre il genitore va a lavorare o, banalmente una bici per raggiungere il posto di lavoro. Cose anche piccole, ma che in ciascun caso hanno fatto la differenza.


Facilitare il lavoro

«Sul versante del lavoro, ad esempio, – ci ha spiegato Milena Minessi, project manager del progetto Fra Noi – abbiamo creato delle relazioni con grandi aziende sul territorio italiano non solo per attivare dei tirocini, ma per mettere insieme domanda e offerta, cioè intercettare i bisogni dalle aziende e proporre persone beneficiarie del progetto che rispondessero ai requisiti richiesti, per poter andare oltre il tirocinio e creare dei posti di lavoro reali». Ma anche sul fronte dell’accoglienza in famiglia i responsabili del progetto hanno trovato una grande risposta. «Siamo partiti da una rete di famiglie con cui eravamo già in contatto e che avevano già avuto esperienze di accoglienza. Ma la sorpresa è stata come questa rete si sia ampliata: molte famiglie, che mai avrebbero pensato di accogliere in casa propria un migrante, hanno deciso di provarci dopo aver sentito altre testimonianze di chi lo aveva già fatto». E c’è chi addirittura, conclusa la prima convivenza, si sta preparando al bis. In queste pagine vi raccontiamo alcune di queste storie. Madri e padri, nonni, figli, imprenditori che con la loro esperienza dimostrano che l’integrazione è possibile, e passa da qui.

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Copy This Password *

* Type Or Paste Password Here *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>