Scarp Febbraio
L’integrazione dentro casa

Consapevoli e solidali: storia di vicinanza e vicinato, di famiglie tutte diverse tra loro ma accomunate dalla voglia di conoscere i propri vicini unite nella lotta all’illegalità. Dall’housing sociale, alle social street, dai comitati di cittadine nella case Aler, ai progetti sociali per adolescenti di quartieri a rischio attivati da parrocchie e associazioni. Viaggio di Scarp dentro alcune realtà che cercano di farcela. Insieme. Nonostante tutto.

di Generoso Simeone

Ci dispiace, ma lei non può fare la domanda per l’assegnazione di una casa popolare. Non risiede in Lombardia da almeno cinque anni». Aveva subito uno sfratto perché non riusciva più a pagare l’affitto e aveva provato a chiedere un alloggio Aler, l’agenzia lombarda che si occupa di edilizia residenziale pubblica. La risposta degli uffici non ha lasciato speranze. Lui è un padre di famiglia, sposato e con tre figli minori. Non è, come si può supporre, uno straniero, bensì un cittadino italiano. Di origini venete, per la precisione. Che non possedeva i requisiti nemmeno per avanzare una domanda in deroga. E allora non ha trovato di meglio che sistemarsi in una cantina “gentilmente” offerta da un amico. Passano sei mesi, arriva la segnalazione della scuola ai servizi sociali. «Lì i bambini non possono stare, li porteremo in comunità», hanno rimproverato gli assistenti sociali del Comune. Il papà, a quel punto, assicura di aver trovato un appartamento, saranno ospiti di un amico. In realtà trasferisce la famiglia in una casa popolare. Occupandola. Per quattro mesi rimane senza acqua, luce e gas. Non voleva essere scoperto e per questo non allaccia le utenze. Altrimenti avrebbe perso per altri cinque anni la possibilità di entrare nella graduatoria delle case popolari. L’intenzione era aspettare di maturare il requisito dei cinque anni di residenza in Lombardia. Il proposito dura appena tre mesi, poi non può far altro che attivare i contratti delle forniture e diventare preoccupante a tutti gli effetti.

La crisi non c’entra
«Sono tante le storie come questa – assicura Leo Spinelli, responsabile del Sicet, il sindacato inquilini della Cisl -. È sbagliato parlare di emergenza perché quanto stiamo vivendo non nasce con la crisi. Sono vent’anni che ci troviamo in questa situazione. Perché la questione della casa riguarda il reddito e perché non si fanno politiche abitative per chi guadagna poco. Il problema sta esplodendo perché aumentano le persone con basso reddito». A Milano, tra chi non riesce più a sostenere l’affitto e chi fatica a pagare, sono stimati circa 35-40 mila nuclei famigliari in difficoltà alloggiativa. Nella graduatoriaper l’assegnazione di una casa po-polare ci sono 24 mila famiglie inposizione utile, cioè con punteggio e requisiti in regola. Il 60 percento sono stranieri. Ma le richie-ste, dal 2006 a oggi, sono state oltre 40 mila e continuano ad aumentare, specie tra gli italiani.
«Nelle fasce a basso reddito – spiega Spinelli – ci sono tante famiglie spiazzate dal costo delle locazioni. La precarizzazione con i suoi salari minimi e la scomparsa del lavoro nero, hanno diminuito le risorse a disposizione accelerando la caduta di molte famiglie. Tra l’altro si tratta, nella stragrande maggioranza, di casi noti, seguiti dai servizi sociali. Dove le difficoltà, anche sul piano sociale, sono molte. Occupare diventa una necessità anche perché mancano le risposte delle istituzioni».
A Milano ci sono quasi 10 mila alloggi pubblici vuoti, oltre ad altre 40-45 mila case private sfitte o invendute. «Il problema – attacca Spinelli – è la cattiva gestione. Va fatta una seria ricognizione del patrimonio per capire l’effettivo stato degli appartamenti. Perché non sono pochi quelli che possono essere sistemati con poco (2-3 mila euro) ed essere subito assegnati. Così come vanno messi a disposizione i cosiddetti alloggi di risulta, vale a dire quelli lasciati liberi a seguito di trasferimenti, decessi o sgomberi da occupazioni. Invece rimangono vuoti per anni. Anzi, quelli occupati vengono perfino distrutti, vi sembra normale?». Il responsabile del Sicet di Milano rivedrebbe anche la politica di assegnazione di case al terzo settore ed è critico verso l’housing sociale. «Non sono queste piccole esperienze a risolvere il problema – conclude –. Il pubblico deve aumentare l’offerta di suoi alloggi per le categorie a basso reddito».