Scarp Febbraio
La pandemia come opportunità

Se i penultimi stanno rischiando grosso per la fascia delle povertà estreme e di quella forma di povertà invisibile dei tanti non tutelati, il rischio di rimanere fuori da ogni logica di ripartenza è molto più elevato. Servirebbe un diverso cocktail di opportunità e strumenti salvavita che accompagnino per tempi medio-lunghi, ma senza creare dipendenza e assuefazione.

di Enrico Panero

«Ci siamo sentiti poveri e fragili come i nostri amici ospiti. Abbiamo capito che dovrà cambiare lo stile delle relazioni di aiuto e che qualche servizio andrà profondamente rimodulato» ci aveva detto all’inizio dell’emergenza Covid-19 il direttore della Caritas diocesana di Torino, Pierluigi Dovis. A distanza di dieci mesi, caratterizzati da chiusure e riaperture di attività e servizi, una seconda ondata di contagi e un progressivo impoverimento, con un conseguente aumento di ansia e insicurezza sociale, siamo tornati a verificare la situazione a Torino secondo l’osservatorio sul campo costituito dalla rete Caritas.


Chi sono i nuovi poveri creati da questa crisi e cosa chiedono?

Come per la crisi del 2008 anche questa situazione ha colpito duro molti soggetti che non erano ascrivibili alla lista dei poveri. Con una differenza: mentre allora diversi erano i soggetti ma abbastanza simili le forme di povertà a cui venivano sottoposti, adesso sono cambiate anche le tipologie di povertà. Intendo la povertà educativa, quella relazionale, la deprivazione da solitudine, la povertà della precarizzazione, i nuovi working poors: le richieste di soggetti di questo tipo riguardano soprattutto le opportunità mancanti, ma arrivano fino a quelle materiali e immediate. Non c’è lo scivolamento lento di un decennio fa, ma un vero salto in basso da cui si tenta di riemergere.


Esiste un rischio di esclusione definitiva per coloro che non saranno mai produttivi?

Se i penultimi stanno rischiando grosso – come le molte attività che non ripartiranno – per la fascia delle povertà estreme e di quella forma di povertà invisibile dei tanti non tutelati, il rischio di rimanere fuori da ogni logica di ripartenza è molto più elevato. Servirebbe un diverso cocktail di opportunità e strumenti salvavita che accompagnino per tempi medio-lunghi, ma senza creare dipendenza e assuefazione. Il reddito di cittadinanza sembrava andare in questa direzione, ma pare che i navigator non siano ancora riusciti a tracciare una rotta. Senza sbocchi concreti, l’esito non potrà che essere l’esclusione di una percentuale ben più alta del 10% della popolazione fragile.


Il crescente disagio, senza adeguate risposte, può portare a forme di protesta sociale?

Di fatto le ha già in parte innescate. Al momento sembra prevalere un senso di rassegnazione o, in alcuni casi, di prostrazione. Ma basta poco per accendere fuochi ben più dannosi, specie nelle zone periferiche o in quelle in cui per negligenza o superficialità da troppo tempo istituzioni e società civile hanno abdicato ad assumere responsabilmente decisioni di vera riqualificazione del tessuto sociale ed umano.


È stata anche modificata l’organizzazione dei servizi alla persona, con quali conseguenze?

È mancato il rapporto tra le persone, ma anche quel senso di appagamento necessario sia all’operatore che all’ospite. Meno difficile invece la mancanza della routine. Anzi, questa potrebbe essere la vera opportunità che suscita capacità di adattamento continuo non ai problemi ma alle necessità delle persone, uscendo dagli schemi rigidi. La grande novità è il contemplare sempre le alternative.


Come ha funzionato il lavoro di rete sociale sul territorio torinese?

L’emergenza ci ha fatto capire che soluzioni ritenute innovative ed utili erano semplici palliativi. Tra queste, forse, anche il concetto di collaborazione e di coprogettazione. Certamente ci si è messi insieme e si sono fatte azioni pregevoli ed utili, ma questo non è ancora lavoro sinergico di insieme: facciamo fatica a creare programmi e percorsi pensati totalmente insieme. Penso che l’esperienza di questi mesi debba indurci ad adottare un modello concreto di corresponsabilità non partendo dai ruoli, dalle competenze, ma puntando sulle funzioni.

 
 

 

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