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Food in carcere: cucinare per essere liberi

Il food è un campo in cui è piuttosto semplice dare una formazione professionale a chi non ce l’ha. E nelle carceri italiane in questo momento abbiamo soprattutto persone con una scolarizzazione bassa o nulla, senza qualifiche: in pratica ci sono gli ultimi e i poveri.

di Marta Zanella

Si può scegliere tra una chiara, una rossa ale o una weiss, la bianca. Sono le birre Malnatt, prodotte dai detenuti dei tre penitenziari milanesi: rispettivamente di San Vittore, di Opera e di Bollate. Il progetto Malnatt è solo l’ultima produzione alimentare, in ordine di tempo, nata nelle carceri italiane. Anche Rebibbia a Roma ha il suo birrificio, così come Saluzzo e Ancona. Non si contano poi i forni e le pasticcerie: tra le prime ci fu la pasticceria Giotto di Padova, oggi ci sono i panettoni di Torino, i biscotti di Verbania, i grissini di Alessandria. E poi il pecorino fatto nelle colonie penali sarde e l’olio del Garda prodotto a Brescia, le conserve di Cremona e il pastificio di Sondrio, il vino campano, le torrefazioni di Roma, Napoli e del Piemonte. Anche i ragazzini sono impegnati nel settore del food: preparano prodotti da forno sia al penitenziario minorile di Palermo, sia al Beccaria di Milano. E ci sono persino i ristoranti dietro le sbarre: nel milanese di Bollate e a Grugliasco, in Piemonte. Il cibo made in carcere – le produzioni alimentari nate in laboratori dove i lavoratori sono persone detenute – non è una novità, ma le esperienze si stanno moltiplicando. Alla base c’è la consapevolezza dell’importanza del lavoro dentro gli istituti di pena: e allora si costruiscono opportunità lavorative e formative che diventano preziose al momento dell’uscita, e il settore del cibo sembra essere il più gettonato.


Terzo settore protagonista

A inventarsi e gestire questi laboratori alimentari, o creare connessioni tra il mondo del carcere e aziende agroalimentari che diventano partner in queste produzioni, è quasi sempre il mondo del privato sociale. A Milano nel 2015 è nato – su forte incentivo dell’assessorato alle attività produttive del Comune – il consorzio VialedeiMille, che ha messo in rete alcune cooperative che già lavoravano nei penitenziari meneghini. «L’idea era di creare un acceleratore di imprese ristrette –ci racconta Luisa Della Morte, che oggi è presidente del consorzio – per spingere queste piccole imprese, sostenerne lo sviluppo commerciale, la promozione dei prodotti, la relazione con le aziende tradizionali e anche per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro delle persone detenute, anche in vista del fine pena». Le cooperative presenti nello spazio di VialedeiMille (che è uno show room, un negozio e uno spazio culturale tutto insieme) oggi sono una ventina: oltre alle socie milanesi ce ne sono altre quindici, attive un po’ in tutta Italia, che espongono qui i loro prodotti made in carcere. Non solo cibo: si trovano anche borse, detersivi, quaderni e agende. «Quello del cibo è forse il settore più facile – ragiona Della Morte –. Intanto perché in Italia è un momento positivo per il comparto food in generale, soprattutto per quanto riguarda produzioni piccole e artigianali. C’è molta richiesta e attenzione verso i prodotti locali, di nicchia, sani, e i laboratori in carcere sono ovviamente piccoli, con una produzione limitata, in grado di fare produzioni interessanti e sostenere le richieste del mercato. È il caso di Sondrio dove producono la pasta senza glutine, o di Trani con i taralli preparati secondo una ricetta tradizionale, o ancora la birra agricola». Senza dimenticare che è un campo in cui è piuttosto semplice dare una formazione professionale a chi non ce l’ha, «e nelle carceri italiane in questo momento abbiamo soprattutto persone con una scolarizzazione bassa o nulla, senza qualifiche, abbiamo gli ultimi e i poveri».


Servono più posti di lavoro

D’altronde è proprio l’ordinamento penitenziario, attraverso la legge 354 del 1975 che individua nel lavoro uno dei pilastri rieducativi, e stabilisce che devono essere favorite in ogni modo le occasioni di lavoro e di formazione professionale. La legge è di 45 anni fa, ma la realtà è ancora ben lontana da quanto si proponeva il legislatore. Secondo i dati del dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, su circa 60 mila detenuti nelle carceri italiane, attualmente sono solo meno di un terzo quelli impiegati in un lavoro. E per la maggior parte sono persone alle dipendenze dell’attività penitenziaria, cioè addetti alla pulizia e cucina del carcere, addetti alla manutenzione del fabbricato, lavanderia, spesa, e solo per qualche ora o giorno alla settimana. I numeri scendono ancora se si guarda a chi ha una attività vera: secondo i dati aggiornati al 31 agosto scorso, erano 2.459, neanche il 4%. Sono posti di lavoro promossi per lo più da cooperative e realtà attente al sociale. Solo 700 invece le persone che hanno un impiego nel mondo del lavoro privato. La differenza tra chi lavora e chi no si vede dopo, al momento dell’uscita. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, per chi è stato in carcere e poi esce la recidiva è altissima, al 68%. Per chi, al momento del fine pena, sta usufruendo di misure alternative invece è solo al 19%. Percentuale che crolla ancora di più tra chi durante la detenzione ha iniziato un lavoro e lo continua anche al momento dell’uscita: a tornare in carcere sono solo due persone su cento. Ma solo se parliamo di un lavoro vero.


Valorizzare i talenti

«Funziona se proponiamo lavori che danno una professionalità – spiega Della Morte –. Il periodo a fortissimo rischio di ritorno alla criminalità o all’illegalità è l’uscita: se la persona esce dal carcere e non ha un lavoro, non è stato accompagnato a un reinserimento nella società, non è stato avviato un percorso che gli permetta di vivere onestamente, allora quasi inevitabilmente tornerà a cercare aiuto dove lo trovava prima. Se invece la persona che esce ha un lavoro, che sia in un’impresa qualunque o magari un laboratorio esterno di una cooperativa, il rischio di recidiva è basso». Ovviamente, in un mercato del lavoro impantanato, non avere una professionalità specifica non aiuta, ancor meno chi ha la fedina penale macchiata. «È per questo che in carcere bisogna lavorare sulla professionalizzazione – conclude Della Morte –. Molti detenuti, al momento dell’arresto, non avevano competenze chiare. Magari hanno dei talenti, ma senza valorizzarli e svilupparli non hanno avuto accesso al mondo del lavoro. È qui che diventa importante riconoscerli, trasformarli in competenze, fare formazione». Imparare a mettere le mani in pasta e trasformarlo in un’opportunità.

 
 

 

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