Scarp Febbraio
Cibo a domicilio: la protesta dei rider

I rider di Foodora hanno protestato perché l’azienda ha iniziato a pagarli a cottimo ma anche perché tutte le spese (dalla manutenzione della bici alla connessione internet dello smartphone) ricadono su di loro. Ma non solo: i fattorini sostengono che alcuni di loro siano stati “licenziati” semplicemente venendo esclusi dal gruppo Whatsapp.

di Paolo Riva

Una volta erano fattorini. Oggi sono rider. Una volta avevano a che fare direttamente con il pizzaiolo per il quale consegnavano. Oggi sono comandati da un’app che li guida dai migliori ristoranti della città fino alle case dei clienti che, da quella stessa app, hanno ordinato poco prima. Una volta facevano dei lavoretti per arrotondare. Oggi sono occupati nella gig economy. Il termine indica quelle imprese di recente costituzione che, sfruttando la tecnologia e la rete, negli ultimi anni hanno inserito lavori sempre esistiti all’interno di nuovi modelli di business. Il tutto all’insegna dell’innovazione e della soddisfazione dei clienti, un po’ meno della regolamentazione e della tutela dei lavoratori. «La politica è in ritardo. E non solo in Italia: per questo settore, manca una legislazione adeguata – riflette il segretario della Camera del lavoro di Milano, Massimo Bonini –. Detto ciò, che si tratti di lavoro subordinato, autonomo o misto, l’importante è che siano forme di lavoro protette come tutte le altre. Di certo la questione va affrontata a livello europeo, perché queste realtà viaggiano a livello globale». Uber con i suoi autisti ne è l’esempiopiù famoso, ma esistono anche piattaforme come Helpling per cercare addetti per le pulizie di casa e, soprattutto, l’ampio e variegato mondo delle start-up per la consegna di cibo a domicilio.


Settore in fermento

Sui pedali o in sella ai motorini, è per queste compagnie che corrono i rider, che di lavoro ne hanno, eccome. Lo scorso settembre, Il Sole 24 Ore, parlava di mercato “in grande fermento” che “in Italia vale 400 milioni di euro”. E, rivela uno studio Gfk Eurisko, oggi a utilizzare questi servizi è solo il 2 per cento della popolazione italiana, a fronte di un diciannove per cento che si dichiara propenso a sfruttarli in futuro. Logico quindi che, da Milano a Palermo passando per Roma e Firenze, le città della penisola toccate da questa novità stiamo aumentando e che anche il numero delle aziende operanti nel nostro Paese sia decisamente cresciuto: alla prima arrivata Just Eat, negli ultimi anni, si sono affiancate anche Foodora, Deliveroo, Glovo, Foodracers e, ultima novità, anche Uber Eats. La start-up che, però, suo malgrado, si è guadagnata più attenzioni negli ultimi mesi è stata Foodora, braccio nostrano dell’omonima azienda tedesca che ha cominciato le sue operazioni italiane nel settembre 2015. I fattorini in bicicletta dell’azienda sono stati sostanzialmente i primi a scendere in piazza per chiedere migliori condizioni di lavoro tra i lavoratori della gig economy italiana, svelando all’opinione pubblica del nostro Paese anche le ombre di un settore che, invece, sembrava riservare ai propri utenti solo comodità, immediatezza e convenienza.


Lavoro freelancizzato

Come ha spiegato a Wired Antonio Aloisi, ricercatore in diritto del lavoro alla Bocconi, la gig economy è “un sistema di lavoro freelancizzato… una forma efficiente di impresa capitalistica. Su lavori che scontano flessibilità e intermittenza”. Ma in pratica, cosa significa? Che i rider di Foodora hanno protestato perché l’azienda ha iniziato a pagarli a cottimo, perché denunciano assoluta discrezionalità nel distribuire i turni, perché sono a carico loro tutte le spese (dalla manutenzione della bici alla connessione internet dello smartphone) e perché sostengono che alcuni di loro siano stati “licenziati” semplicemente venendo esclusi dal gruppo Whatsapp con colleghi e superiori. Non solo. Avendo firmato un Co.co.co, un contratto di Collaborazione Coordinata e Continuativa, ai fattorini non spettano malattia, ferie e infortuni. Una situazione che ha spinto i sindacati confederali di Torino, la città da cui la mobilitazione è partita, a parlare di “rapporti al limite della legalità” e “caporalato digitale”. Ciò nonostante, l’azienda ha mantenuto un atteggiamento molto rigido e, pur avendo sollevato una grande eco, la protesta ha finora ottenuto risultati limitati. Certo, verrebbe da dire, si sta pur sempre parlando di lavoretti, di occupazioni per giovani e studenti, di impieghi temporanei e passeggeri. Difficile capire se la situazione è davvero questa. Durante le manifestazioni i rider hanno più volte ribadito che per molti di loro quello di Foodoranon è “un secondo lavoro o un lavorettoestivo” e, con la disoccupazione giovanile oltre il 39 per cento (Istat, novembre 2016), non è un’ipotesi da scartare, anzi. Il settore, però, rimane talmente nuovo che di dati attendibili ancora non ce ne sono. C’è un precedente cui ci si potrebbe, per certi versi, rifare. Anche del lavoro nei call center, 20 anni fa, si diceva: “è solo cosa per studenti”.