Scarp Febbraio
Chiusi dentro

La pandemia ha ulteriormente peggiorato le condizioni in cui scontano la loro pena buona parte dei detenuti nel nostro Paese. Per limitare i contagi, gli istituti di pena si sono immediatamente isolati, chiudendo le porte a parenti, operatori e volontari e revocando i permessi per le uscite lavorative. Risultato? Quasi tutti i detenuti hanno perso il lavoro, la maggior parte non può seguire le lezioni scolastiche, in tantissimi non hanno vestiti adatti alla stagione, visto che non hanno potuto ricevere il cambio dai parenti e nemmeno di che lavarsi. I garanti dei detenuti lanciano l’allarme: «Chiudere tutto non è la soluzione. Chi è in carcere sconta una pena doppia». Cosima Buccoliero, ex direttrice del carcere di Bollate ed attuale vice a Opera: «Il carcere non produce sicurezza sociale, visto la recidiva vicina al 70%. E non produce nemmeno rieducazione per i detenuti. Alla fine è solo uno spreco di risorse».

di Francesco Chiavarini

Forse lo ricorderete. Erano i primi di marzo, il governo Conte blindava il Paese per frenare l’epidemia di coronavirus e nelle carceri italiane esplodeva la ribellione. Le proteste ebbero un bilancio molto pesante: in due giorni di tumulti, (il 7 e il 9 marzo), morirono 14 detenuti nei penitenziari di Rieti e Modena (secondo le autorità tutti per overdose, dopo aver ingerito quantità esagerate di farmaci e metadone rubate nelle farmacie carcerarie). Decine furono i feriti anche tra gli agenti. Ingenti i danni causati alle strutture (20 milioni di euro). A rileggerla, oggi, quella rivolta su cui aleggia l’ombra della mafia che l’avrebbe orchestrata (ma c’è un’indagine ancora in corso) fu solo il segno premonitore di un anno orribile. Un anno drammatico per tutto il Paese. E se possibile ancora di più per i reietti. Quelli che in mezzo ad un’emergenza sanitaria che sconvolge la vita di tutti si preferirebbe dimenticare. Il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, nella sua relazione di fine anno, denuncia che «il 2020 ha chiuso ancora di più le carceri al mondo esterno», ha allontanato dagli istituti «volontari, famigliari, personale scolastico» e ha lasciato ai detenuti «un aggravio di pena rispetto a quella che stanno scontando e di cui, a pandemia finita, non si potrà che tenerne conto». Certamente il coronavirus ha esasperato tutte le croniche debolezze del sistema carcerario italiano. A cominciare dal sovraffollamento, male mai sconfitto per il quale il nostro Paese è finito più volte nel mirino delle istituzioni europee. Quando a fine febbraio la pandemia è esplosa, nelle prigioni italiane le persone recluse erano oltre 61 mila, a fronte di 50 mila posti regolamentari. Nell’arco di poche settimane il numero dei detenuti nelle carceri è diminuito in maniera importante (circa 8 mila unità in meno), merito soprattutto del lavoro della magistratura di sorveglianza, che ha utilizzato ampiamente tutti i propri poteri per permettere al maggior numero di detenuti di scontare l’ultima parte della pena agli arresti domiciliari. «Tuttavia, alla fine della prima ondata, anche queste politiche deflattive hanno subito un arresto e, nonostante ci fossero ancora 6mila detenuti in più rispetto ai posti regolamentari, il loro numero nei mesi estivi, anche se in maniera contenuta, è addirittura ricominciato a crescere» ricostruisce il presidente di Antigone.


Difficile mappare i casi

Proprio il sovraffollamento e la carenza di spazi adatti a prevenire il contagio avrebbero favorito l’insorgere di focolai in diversi penitenziari. A fine novembre i detenuti e le detenute erano 54.638 e più di mille i positivi, secondo Gonnella che menziona tra le situazioni più critiche i penitenziari di Terni, Sulmona, Tolmezzo e Busto Arsizio. Un numero che non si discosta di molto da quello citato dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, che in una dettagliata relazione pubblicata a dicembre, indicando come fonte il Ministero di Grazia e Giustizia, parla di 732 casi positivi ma precisa che si riferisce solo a 77 istituti (su un totale di 192) e fa osservare che in 16 di questi «il numero complessivo è a due cifre». Numeri, quindi, allarmanti che hanno indotto i direttori delle carceri ad adottare misure severe, riducendo tutte le attività che per essere svolte prevedono l’ingresso di personale esterno. Ad esempio non sono più entrati gli insegnanti che non hanno neppure potuto svolgere lezioni a distanza per diversi motivi, tra cui anche l’assenza di connessione internet di molte aule scolastiche all’interno dei penitenziari. «Secondo un sondaggio effettuato da alcuni docenti delle scuole in carcere, solo il 20% degli istituti ha assicurato agli studenti detenuti una qualche possibilità di non interrompere del tutto l’anno scolastico, talvolta con formule che difficilmente possono essere considerate sufficienti (una videochiamata a settimana per classe con un rappresentante della classe stessa o due ore di lezione una volta alla settimana)», scrive il Garante nazionale. A restare fuori dagli istituti sono stati anche moltissimi volontari. Con pesanti ripercussioni sulle condizioni di detenzione. In un dettagliato documento diffuso a fine dicembre sull’impatto delle misure di contenimento della pandemia sulla vita dei reclusi nelle carceri milanesi di Opera, San Vittore e Bollate, Caritas Ambrosiana ha denunciato che «la presenza dei volontari è stata drasticamente ridimensionata in tutti e tre gli istituti, con evidenti conseguenze peggiorative per la vita delle persone detenute, soprattutto quelle maggiormente vulnerabili, che non possono effettuare i colloqui con i volontari e le volontarie delle diverse associazioni».


Detenuti senza vestiti

Detenuti senza vestiti Secondo l’organismo pastorale della Diocesi di Milano, «la diminuzione dei volontari ammessi ad entrare in carcere ha anche determinato un calo nell’erogazione di alcuni servizi di aiuto materiale come la distribuzione di indumenti e prodotti per l’igiene personale (che l’amministrazione penitenziaria non riesce a garantire, nemmeno per quei prodotti essenziali previsti dalla normativa)». Dalle informazioni raccolte dagli operatori risulterebbe «che la situazione è particolarmente critica nella casa circondariale di San Vittore, dove molti detenuti non hanno ancora ricevuto abiti adatti per proteggersi dal freddo». La pandemia ha messo in luce il rapporto non sempre facile tra volontariato e carcere. «Garantiamo servizi essenziali, attività di risocializzazione, offriamo lavoro ma siamo anche delle presenze non organiche e quindi viste sempre con sospetto da un’istituzione come il carcere. Questa situazione del tutto eccezionale, prodotta dalla diffusione del virus, lo ha fatto emergere con grande evidenza e ha spinto alcuni direttori a fare a meno di noi, o a scegliere, sbagliando, tra noi solo quelli di cui ritenevano di avere più bisogno», sostiene la presidente della Consulta nazionale volontariato e giustizia, Ornella Favero, che in questi mesi, tranne una breve parentesi tra il primo e il secondo lockdown, ha dovuto dirigere la storica rivista Ristretti orizzonti scritta da detenuti di Padova senza poter mettere piede in redazione. Tuttavia non tutti i mali vengono per nuocere. Essendo stati ridotti i colloqui in presenza con familiari e anche con gli stessi avvocati, è stata aumentata la possibilità di effettuare telefonate e sono state introdotte le videochiamate.


Il dono delle videochiamate

«C’è chi ha potuto rivedere figli e nonni dopo anni. Parlare con parenti che si erano ammalati di Covid ed erano guariti. È stato emozionante, un vero toccasana per tanti in un momento così duro dove mantenere l’equilibrio in una situazione di isolamento non è affatto facile», racconta don Raffaele Sarno, cappellano del Carcere di Trani (circa 300 detenuti), dove nella sala colloqui sono stati messi a disposizione 6 cellulari che vengono usati a turno. «È vero, le videochiamate coi familiari sono state molto apprezzate, speriamo che non restino una concessione e diventino un diritto riconosciuto anche dopo l’emergenza sanitaria – auspica la Favero –. Sarebbe l’ora di cogliere questa occasione per liberalizzare finalmente le telefonate, che in Italia a differenza di altri Paesi europei, sono ancora contingentate anche dopo le nuove diposizioni di legge».

 
 

 

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