Scarp Febbraio
Cenare con gli ultimi per creare accoglienza

Lo scopo non è fornire servizio di mensa ma offrire amicizia, accoglienza e condivisione, un sostegno a chi è in difficoltà.

di Maria Assunta Casati

Un martedì del 1968 un gruppo di giovani organizzarono una cena per un alcuni senza dimora. Da allora la cena del martedì è diventato un appuntamento fisso: la Cena dell’Amicizia. Negli anni la sede è cambiata, attualmente sono ospitati nei locali della parrocchia di via Lattanzio a Milano, ma lo spirito è rimasto lo stesso. Ogni martedì sera alle 19.30 dai 50 ai 70 ospiti siedono a tavola, quasi sempre gli stessi e di età compresa tra i 35 e i 75 anni, la maggior parte di loro sono italiani, alcuni vivono per la strada, altri nei centri di accoglienza, altri ancora nei dormitori, altri sono semplicemente poveri hanno pensioni minime e vivono in case popolari. Per tutti l’appuntamento del martedì rappresenta la possibilità di consumare un pasto in compagnia di persone amiche. I volontari che da oltre 40 anni sono gli artefici della riuscita di questo progetto, sono una ventina ogni settimana, oltre agli adulti ci sono giovani provenienti dal mondo scout di età compresa tra i 16 e i 20 anni e studenti universitari della Bocconi. I volontari del martedì sera sono sempre gli stessi e, ci tengono a sottolineare, che il loro scopo non è fornire servizio di mensa, bensì offrire amicizia, accoglienza e condivisione, un modo per dare sostegno a persone in difficoltà. La continuità dei volontari è importante per stabilire un rapporto di fiducia con gli ospiti: vedere gli stessi volti e incontrare le stesse persone aiuta a stabilire un rapporto, a creare relazioni, condizione fondamentale per stabilire un legame di amicizia e condivisione, condizione importante anche per conoscere le loro storie, necessità, emozioni e speranze.
Disponibilità e apertura all’ascolto, una tavola apparecchiata e la condivisione del cibo sono gli ingredienti di queste cene. A ogni tavolo siedono dalle 4 alle 6 persone di cui uno è volontario, condizione importante per la conoscenza dell’ospite. E con il tempo i volontari imparano anche a capire quali, tra i racconti che gli ospiti fanno della loro vita sono reali e quali invece invenzioni (che col tempo a volte diventano convinzioni), un’evasione spesso necessaria è uno dei modi che mettono in atto per sopravvivere alla dura realtà della vita quotidiana. L’atmosfera che si respira durante la cena è di convivialità, ai tavoli si ride e si parla, la sensazione è di una cena “aperta”, intesa come apertura dei volontari all’ascolto, di “apertura” alla normalità. «Sono accolto bene e in amicizia, sono tutte persone generose e buone – racconta un ospite, che da 3 anni partecipa alla Cena–. Vivo in dormitorio e spesso la sera mi demoralizzo, mentre quando vengo qui mi rigenero e per qualche ora non pensa alla mia situazione e alle condizioni in cui vivo. Ti fanno sentire “normale”, esisti ti conoscono, non sei invisibile».
Non è facile mettere a tavola così tante persone ogni settimana nonostante le donazioni di supermercati e amici. Per questo i volontari, oltre a prestare la loro opera si autotassano e pagano ogni settimana la cena che consumano. La sera che siamo stati ospiti della Cena hanno cucinato, gratuitamente, i ragazzi di The cooking factory associazione appena costituita. Quando, al termine della cena, si sono presentati in sala sono stati accolti da un grande applauso e la gratitudine espressa dagli ospiti con i loro “grazie” è stato commovente.