Scarp Febbraio – I rosari
Vite grame di venditori di profumi

Vengono da Bangladesh o Sri Lanka. Fuori dai locali cercano di piazzare un fiore in cambio di spiccioli. I “rosari” provano a ripagare così i debiti contratti per arrivare in Italia. Scarp li ha seguiti. In un mondo chiuso e omertoso. Dietro, l’ombra del racket

di Paolo Riva ed Ettore Sutti

«Ce l’hai la fidanzata? Sarà mica allergica ai fiori anche lei?!?». Ashane scherza. La butta sul ridere, pur di conquistare qualche nuovo cliente. É la fredda sera di un week end di gennaio e lui cammina con il suo mazzo di rose da vendere per il corso di Porta Ticinese, a Milano, zona di ristoranti e locali. Sono le nove e mezza e in tasca ha pochi spiccioli che conta sul palmo della mano, sconsolato. Sarà l’effetto della crisi che intacca il potere d’acquisto degli italiani, sarà che San Valentino è ancora lontano, sarà che nelle coppie moderne i fiori non tirano più come una volta: fatto sta che gli affari non vanno per il verso giusto, per lui e i suoi colleghi. Ashane è uno dei “rosari”, nomignolo usato a volte in modo dispregiativo, altre in maniera persino affettuosa. Soprattutto tra i più giovani, indica l’esercito di venditori ambulanti di rose diventati ormai presenza fissa per le strade della Penisola, dalle grandi città fino ai centri medi e piccoli. Eppure ciascuno di loro ha il suo nome, la sua nazionalità e la sua storia. Ashane, per esempio, ha 31 anni e viene dallo Sri Lanka. Khodokar invece è un diciannovenne del Bangladesh, mentre Abdul è un suo connazionale appena diventato maggiorenne. Tutti si ritrovano con un mazzo di fiori di scarsa qualità in una mano, poche monete nell’altra e tanti pensieri in testa. Per nulla positivi. D’altra parte, se la migrazione fosse un gioco in scatola, il lavoro di venditore ambulante di rose sarebbe una casella che tutti cercano di evitare, come quelle iniziali, sulle quali si finisce perché si è fatto un punteggio scarso coi dadi, oppure come la prigione, che costringe a perdere tempo prezioso. O ancora come la penalità, che obbliga a tornare indietro e ricominciare da capo.

Lavoro “di ingresso” in Italia
«Occupazioni come questa – spiega Francesco Carchedi, docente di sociologia alla Sapienza di Roma ed esperto di migrazioni – sono il primo passo di molti cammini migratori classici». Un lavoro accessibile, insomma, che si può fare con poca esperienza e preparazione. «La vendita di fiori è per molti il primo impatto con il nostro paese – concorda Pedro Di Iorio, del Servizio accoglienza immigrati di Caritas Ambrosiana –, soprattutto per quei migranti che fanno più fatica ad imparare la lingua e non hanno tempo per studiarla. È, comunque, un buon modo per cominciare subito a guadagnare qualche soldo, per ripianare i debiti contratti per il viaggio. Penso a chi arriva dal Bangladesh, per esempio, ma anche dal Pakistan». Khodokar viene proprio da Dacca, la capitale. L’ha lasciata pochi mesi fa e oggi divide casa, a Milano, con altri immigrati, provenienti da India e Pakistan. Sono in dieci, ma quanto paghino non è dato sapere: il suo italiano è ancora troppo stentato. Abdul invece parla molto meglio. «Sono arrivato qui che avevo 15 anni – ricorda –. Ora ne ho 18 e sto ancora vendendo rose: non va bene. Così non va proprio bene».

Si acquistano all’Ortomercato
Complice la crisi, anche lui non riesce a trovare reali alternative a questo lavoro e quindi non gli resta che avviarsi due o tre volte a settimana sulla strada che porta all’ortomercato di Milano, una grande area ai margini della città, dove si vendono anche fiori e piante all’ingrosso. I privati possono acquistare il martedì, il giovedì e il sabato. Chi è in regola con i documenti entra dai cancelli principali, per tutti gli altri diverse inchieste hanno documentato l’esistenza di ingressi alternativi. Una volta dentro, i grossisti difficilmente chiedono il permesso di soggiorno ai loro clienti. Le rose che di solito vengono offerte alle coppiette a passeggio costano al venditore tra i 40 e gli 80 centesimi di euro. Considerato che in strada, pur di piazzare un fiore, Abdul scende velocemente dai 2,50 euro chiesti inizialmente fino a 1,50 – 1 euro, è facile capire la sua frustrazione. «La mattina, compriamo all’ortomercato e poi passiamo ogni sera in giro a vendere, ma i guadagni sono sempre più scarsi». E non sempre finiscono nelle tasche dei venditori. Angelo De Florio, presidente dell’associazione Villaggio Esquilino, che dal 1998 lavora con la comunità bengalese di uno dei quartieri più multietnici di Roma, da tempo denuncia l’esistenza di gruppi organizzati che gestiscono parte di questo mercato. «Il fenomeno – spiega De Florio – l’abbiamo osservato qui a Roma all’inizio degli anni Duemila e poi credo si sia sostanzialmente esteso in altre zone del paese, seguendo le stesse dinamiche. All’interno della comunità bengalese esistono clan, non necessariamente di natura criminosa, che tendono a riproporre anche qui in Italia il modello piramidale e parentale della società d’origine e che, attraverso intermediari, garantiscono tutto il necessario ai nuovi arrivati, dietro il pagamento di cospicue somme di denaro». Sono dinamiche che si replicano abbastanza spesso tra i migranti. «Lo stesso – aggiunge Di Iorio – capita anche tra le badanti dell’Europa dell’est. É ormai modalità diffusa che una donna appena arrivata dia il suo primo stipendio alla collega che le ha trovato il posto». Una tesi plausibile anche per il professor Carchedi, che però ci tiene a fare alcuni distinguo. «Qualsiasi catena migratoria tende a far arrivare parenti ed amici nei luoghi dove i connazionali già emigrati si sono stabiliti. È valso per noi italiani in passato e vale oggi per chi arriva da Bangladesh o Sri Lanka. Altrettanto frequente è anche il pagare per ottenere servizi illegali, come l’organizzazione del viaggio o i documenti validi per l’ingresso nel paese. Possiamo parlare di un vero e proprio racket, però, solo quando i migranti si trovano a dare soldi per un ipotetico lavoro. Che spesso viene promesso nel campo della ristorazione o della manifattura, e invece poi si rivela essere la vendita di fiori per strada. I veri casi di sfruttamento, che sicuramente esistono, sono quelli in cui i venditori non sono autonomi perché hanno qualcuno, spesso un connazionale intermediario, che fornisce loro la merce e lascia loro solo parte degli incassi. Quel che è importante è non fare di tutta l’erba un fascio. Il fenomeno esiste, le proporzioni sono difficili da calcolare, ma ciò non vuol dire che l’intera comunità bengalese sia in questa condizione, né tantomeno che tutti i venditori di rose siano vittime del racket». Difficile articolare un discorso complessivo, insomma: il fenomeno sfugge a ogni tipo di lettura. Anche le Forze dell’ordine, pur avendo bene in mente la situazione, hanno pochissimi dati su cui basarsi. Spesso i ragazzi che vendono in strada sono l’ultimo anello della grande rete degli abusivi, che vendono fiori per strada – un grande cartello, che tocca ormai tutta la penisola – e che stanno mettendo in ginocchio il settore. Ma se sul fenomeno dell’abusivismo organizzato – quello dei furgoncini e delle “api” che si incrociano in quasi tutte le città, per intenderci –, stanno indagando diverse procure, la vendita “al dettaglio” fatta da questi ragazzi avviene al di fuori di qualsiasi controllo. Difficile dire chi è vittima del racket e chi no. Khodokar e Abdul, viste le loro storie, potrebbero anche esserlo. Il caso di Ashane, invece, sembra diverso.

Il resto del servizio lo trovi
sul numero di Scarp de’ Tenis di settembre
comprandolo dai nostri venditori.

Cerca la pettorina rossa