Scarp Dicembre-Gennaio
Una notte al caldo

Se guardi bene li riconosci, anche se cercano di non dare nell’occhio. Li trovi negli aeroporti, nei pronto soccorso, sugli autobus in servizio notturno. Ma anche in qualche bancomat, sui treni parcheggiati o in qualche stazione di provincia. Sono i forzati del sonno, alla ricerca di un posto caldo e sicuro dove passare le notti invernali. E che nei dormitori o nei rifugi non ci vogliono andare. Per vergogna. Ma anche per paura. Viaggio di Scarp tra gli irriducibili della strada.

di Francesco Chiavarini

Scende una pioggia leggera da ore. Non fa ancora freddo a Milano in questo lunedì sera di novembre inoltrato. Ma l’umidità entra nelle ossa. Stefano mi aspetta puntuale come ci eravamo detti al cellulare, alle 20, sotto il porticato di San Carlo al Corso, la chiesa rotonda nel centro della città, dove predicò padre Davide Maria Turoldo il prete della resistenza. Berretto di lana, giacca a vento, blue jeans. Viso perfettamente sbarbato. Il trolley e una borsetta da viaggio accanto. Lo si scambierebbe per un turista in visita, se non fosse per la sua parlata strascicata e il suo accento, due tratti inconfondibilmente milanesi. Stefano, 57enne, da 5 anni vive in strada, dopo aver perso prima il lavoro in un’azienda di trasporti («no, non è stata la crisi, è che ho fatto una cazzata»), poi entrambi i genitori nell’arco di un solo anno e infine la casa, un appartamento a Niguarda dove viveva coi suoi venduto ad un poco di buono che al momento del rogito è sparito. «Ciao, come è andata oggi?» «Che vuoi. Con la pioggia è tutto più complicato. Non si sa dove andare», si schiarisce la voce. «C’è chi si rintana in biblioteca, ma io non ci riesco a stare fermo lì per ore. Così mi sono fatto cinque corse avanti e indietro sulla 94, giusto per stare riparato e cercare di farmi passare questa maledetta tosse». Ci accomodiamo sul basamento delle colonne, il più possibile all’interno del colonnato per evitare di bagnarci e aspettiamo non si sa bene chi e che cosa. Nel frattempo sull’altro lato della piazza un gruppetto si attrezza già per la notte: coi cartoni costruisce delle casupole appoggiate alla facciate della chiesa. Ad un certo punto sbuca un tizio, capelli bianchi annodati in un codino, sigaretta che pende dalla bocca. Si chiama Alessandro ed è una celebrità in questo mondo, perché i giornali hanno raccontato la sua storia: «l’ex broker di Borsa che ha scelto la strada», hanno scritto. «’Sti stronzi che rovinano sempre tutto, vanno a chiedere da mangiare quando ci sono ancora i clienti e così quello si scoccia ed ora non ce n’è più per nessuno», sbotta. Gli “stronzi” sono i rumeni. E quello che si è seccato è il barista all’angolo che a fine giornata, invece di buttarli, i panini che non sono stati consumati, li allunga ai senza tetto. «Ma bisogna saperglieli chiedere», insiste. «Non come questi qui che invece non capiscono niente: io alzerei un muro, altro che accoglierli», s’indigna e poi, pontifica: «Vedi, io uso sempre questa metafora: l’Italia è come una madre che a furia di dare da mangiare a tutti, non ha più soldi per sfamare i suoi figli». «Bravo, hai ragione, fuori tutti», interviene un altro con accento rumeno. «Ma come fuori, scusa, anche tu allora?» gli obietto. «Ma no, che c’entra. Io sono europeo. Fuori tutti, vuol dire i neri», replica.


I panini della Ronda

Poi ad un tratto la piccola folla si muove. Stefano mi fa cenno di seguirlo. Giriamo l’angolo della galleria, seguendo il profilo dei portici e sbuchiamo in via cardinal Martini. Sotto l’Arcivescovado è arrivato il camper della Ronda della Carità. I volontari distribuiscono coperte e cibo a una quarantina di persone, rumeni, bulgari, molti italiani e qualche donna. Stefano prende un sacchetto con un panino al salame, un plumcake, e un bicchiere di tè. Per la cena siamo a posto. Ora possiamo pensare a dove passare la notte. «Il dormitorio? Per carità. Viale Ortles con il piano freddo si riempie come un uovo, da 500 passiamo a 800, ma i bagni sono sempre quelli. E poi prendono tutti, non c’è controllo. Ci sarebbero i dormitori privati, ma puoi starci solo per un certo periodo e io ne ho già usufruito», risponde. E allora? La fermata della 73, la navetta che congiunge il centro di Milano all’aeroporto di Linate è lungo corso Europa. La raggiungiamo in un attimo. Stefano finisce la sigaretta, spegne la cicca per terra e saliamo. «Vuoi un biglietto?». «No grazie, sono a posto, ho la tessera annuale dell’Atm, ogni anno faccio domanda a gennaio, una volta sì e una no me la danno: è la regola. Tra i passeggeri c’è anche una coppia che sembra trascinarsi dietro una casa: tre valigie avvolte nel cellophane, un borsone, e una gabbietta con dei conigli. «Sono due bulgari», fa scuotendo la testa, e «dico che sono un problema, ma mica perché sono razzista. La ragione è semplice. Con tutto quello che si portano appresso danno nell’occhio. A Linate ci lasciano stare, la polizia fa finta di niente, ma fino ad un certo punto, non devi disturbare i clienti. È normale che sia così. L’anno scorso quando si è scoperto che i clochard dormivano qui, una mattina hanno mandato addirittura i militari dell’esercito a cacciarci fuori. Poi le acque si sono calmate e siamo tornati, ma bisogna stare attenti».


Dormire alle partenze

Alle 22 nella sala degli arrivi, sono già una trentina i passeggeri in partenza per nessun luogo, mentre gli impiegati stanno per finire il turno. C’è chi si è sistemato lungo corridoi, vicino alle toilette, i posti che pare siano i più ambiti. Altri bevono e chiacchierano sui tavolini in attesa di sistemarsi al piano di sopra, alle partenze, dove si può rimanere tranquilli fino alla riapertura del check-in attorno alle 5.30. L’ultimo volo, è quello da Roma, e atterra alle 23.10. Dopo di allora agli “arrivi” chiude anche il bar e ci si può stendere tra i tavolini perché tolgono le sedie. Stefano apre il trolley, tira fuori il sacco a pelo, e lo srotola. Con il giaccone si fa un guanciale. Ripiega nella borsa i pantaloni e si infila sotto la coperta con il maglione. «Pensi che esageri, ma più tardi accendono il condizionatore, dicono che è per far circolare l’aria, ma secondo me è perché vogliono che ce ne andiamo. Facciano quello che vogliono, io mi copro e resisto». All’una, passano gli assistenti a chiudere con i lucchetti gli ingressi. Li riapriranno solo alle 5. Da quel momento chi è dentro è dentro, chi è fuori e fuori. A quell’ora parte anche l’ultima corsa della navetta che mi riporta in centro. Sul bus penso che il 25 marzo quando arriverà il Papa a Milano saranno loro, i viaggiatori che non partono mai, a dargli il benvenuto. E certamente il santo Padre li saluterebbe volentieri, se qualcuno non li avrà fatti sloggiare prima.