Scarp Dicembre-Gennaio
Volontari a casa nostra

Due volte alla settimana Sissoko, 26 anni, originario del Mali, porta la spesa alle famiglie, perlopiù italiane, delle case popolari di Rozzano. Alle 11 di mattina carica il cassone della bici-carro nera con quello che il giorno prima è stato tolto dagli scaffali dei supermercati e fa il giro dei palazzi

di Francesco Chiavarini

Due volte alla settimana Sissoko, 26 anni, originario del Mali, porta la spesa alle famiglie, per lo più italiane, delle case popolari di Rozzano. Alle 11 di mattina carica il cassone della bici-carro nera con quello che il giorno prima è stato tolto dagli scaffali dei supermercati perché non può più essere messo in vendita: cassette di banane e mandarini, buste di insalata e pasta, scatole di piselli e fagioli. Spinge sui pedali e fa il giro fra i palazzi del paesone, 40 mila abitanti separati da Milano dalla tangenziale Ovest. «Cerco un lavoro, uno qualsiasi, ma ancora non l’ho trovato. E allora invece di stare con le mani in mano, faccio il volontario. La gente apprezza. E adesso quando cammino per strada, qualcuno mi riconosce e mi saluta. Mi sento un po’ meno straniero », sorride lasciando che i suoi denti bianchi rischiarino il suo volto scuro. Sissoko è partito dalla Libia nel 2011. Da Lampedusa è arrivato a Milano. Per un anno e mezzo è stato ospite in un albergo a Cinisello Balsamo in attesa di conoscere l’esito della sua richiesta di asilo. Quando è terminato il programma di accoglienza Ena (Emergenza Nord Africa), è stato messo alla porta, con un permesso di soggiorno in mano: ma la sua nuova vita non è cominciata. È stato allora che gli amici di Casa di Betania lo hanno conosciuto e gli hanno dato un posto dove dormire: una modesta branda nella vecchia canonica di una bella chiesa abbandonata nella frazione Pontesesto, dove si trova anche il centro di seconda accoglienza per rifugiati politici gestito dall’associazione. In attesa di trovare un’occupazione vera, Sissoko, per contraccambiare l’ospitalità ricevuta, ha accettato di far parte del progetto “Rifugiato nella solidarietà”. Cucina per gli altri ospiti del centro e consegna i pacchi viveri. L’iniziativa è partita un anno e mezzo fa da un’idea ambiziosa: combattere lo spreco, sostenere le famiglie in difficoltà, sconfiggere i pregiudizi contro gli stranieri. I centri commerciali della zona conferiscono al centro le eccedenze, il lunedì e il mercoledì. Il Comune individua le famiglie che hanno bisogno del sostegno alimentare. Gli ospiti del centro sono coinvolti nella distribuzione. Anche le biciclette sono una trovata intelligente. Vedere qualcuno che per venire a casa tua, decide di pedalare, favorisce le relazioni, assicurano gli operatori. «In realtà non eravamo affatto certi di avere avuto una buona intuizione – racconta Sara Maida, la responsabile –. Pensavamo che le persone, soprattutto le più anziane si sarebbero spaventate, trovandosi sotto casa tipi alti e grossi e che per di più avevano la pelle scura. Invece è andato molto meglio del previsto. Il pomeriggio stesso e poi i giorni successivi, in molti ci hanno telefonato per ringraziare e invitare i ragazzi a prendere il caffè».

Un piccolo miracolo
Un piccolo miracolo, sbocciato come un fiore tra le crepe dell’asfalto, in un posto difficile. Nel comune a fianco, ad Opera, il sindaco Ettore Fusco è famoso per aver guidato anni fa una manifestazione contro un campo nomadi in seguito alla quale fu accusato e poi assolto per l’incendio di alcune tende. Quando a gennaio del 2013, 400 rifugiati messi dalla Prefettura nel Residence Ripamonti bloccarono per protesta la provinciale, la popolazione non la prese benissimo. «Nessuno ce l’ha con gli stranieri. Gli immigrati fanno fatica come noi, dobbiamo darci una mano a vicenda», abbozza timidamente Paola che divide con il marito, cinque figli e due pincher nani, 65 metri quadrati in uno dei palazzi dell’Aler ed è stata una delle prime famiglie a ricevere i pacchi viveri dai ragazzi di Betania. Nei 6.200 alloggi gestiti dall’istituto vivono 20 mila persone. «È uno dei più grandi agglomerati popolari d’Italia, forse addirittura di Europa – assicura Guido De Vecchi, operatore sociale di lungo corso. Lo costruirono alla fine degli anni ’60 le cooperativa legate al Pci perché qui il partito voleva creare un bacino di voti sicuro, come una seconda Sesto San Giovanni – racconta -. Negli anni si sono aggiunti problemi a problemi. Prima ci mandarono i terremotati del Belice, poi le famiglie mafiose al confino. Oggi è una polveriera sempre sul punto di esplodere. Gli abusivi sono pochi, ma tantissimi gli insolventi: residenti che non riescono più a pagare l’affitto per colpa della crisi». Alle due del pomeriggio, Cosimo, gira per i vialetti con al guinzaglio il suo barboncino bianco. «Si chiama Dolly, prima toccava a mia moglie, portarla a spasso, ma da quando la ditta mi ha lasciato a casa, lo faccio io – spiega –. Sono un tipo tranquillo ma quando vedo che il mio vicino di casa che viene dall’Africa ha vestiti che io non posso permettermi, mi girano le balle. Volete chiamarmi razzista? Fate pure. Ma se la Chiesa e il Comune aiutano solo loro, uno razzista ci diventa per forza». Un ragionamento che il parroco di Sant’Angelo, don Tommaso Lentini, responsabile della Caritas cittadina si è sentito ripetere tante volte. «È diventato un ritornello, ma non è vero. A giugno abbiamo distribuito 126 borse alimentari agli italiani e 71 agli stranieri. Da tre anni gli italiani superano gli stranieri tra gli utenti dei servizi Caritas». Per farlo capire a tutti, don Tommaso ha voluto pubblicare il resoconto dell’attività della Caritas su un volantino e distribuito in chiesa. «Quello che emerge non è la disparità nell’assistenza ma che il numero di richieste di aiuto è triplicato. È questo che dovrebbe preoccupare la politica e le istituzioni perché la povertà è il virus che intossica la convivenza». E che rischia di far appassire anche i fiori sbocciati inaspettatamente, come la solidarietà sui pedali di Casa di Betania.