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Teresa Gabrieli: Una famiglia contro l’Hiv

Abbiamo deciso di raccontarci attraverso le storie di alcune persone che sono passate di qui. Ogni oggetto racconta una persona; sono storie tutte diverse, perché l’Aids può colpire tutti, anche chi non si sente a rischio. Chi ha a che fare con questa malattia lo dice sempre: non esistono persone a rischio, esistono piuttosto comportamenti a rischio.

di Marta Zanella

Compie trent’anni il centro Teresa Gabrieli, la casa alloggio voluta da Caritas Ambrosiana per accogliere le persone condannate dall’epidemia che allora non lasciava scampo: l’Aids. Trent’anni che so- no più di una vita; perché chi ci ha abitato, spesso qui ne ha iniziato una seconda, a volte anche una terza. Senza dimenticare i tanti che l’hanno persa, qui dentro, la vita. Quasi trecento persone che in trent’anni hanno portato tra queste mura le proprie fragilità, la malattia e le medicine, le proprie piaghe, i fallimenti, che qui hanno trovato una famiglia, nuovi affetti, nuovi progetti e qualche sogno. Chi è passato dal Centro Gabrieli non ne è mai uscito indifferente. «Perché questa è una casa che, in qualche modo, lascia sempre il segno. O fai tua questa esperienza in questo luogo oppure ne scappi via, ma in ogni caso l’umanità che incontri qui ti lascia sempre qualcosa», così la racconta Paola Riccardi, che da vent’anni ne è la coordinatrice. Lo ha sempre pensato, ma ne ha avuto la prova negli ultimi mesi, quando – in vista dell’anniversario – ha lanciato in rete una richiesta a tutti quelli (ospiti, operatori, medici, educatori) che in questi anni hanno incrociato il cammino del Gabrieli. “Che segno ti ha lasciato il tuo passaggio qui?” ha chiesto Paola. Pensava di ricevere una decina di pensieri, e invece si è trovata sommersa da centinaia di racconti, testimonianze, ricordi: tantissime persone che hanno voluto raccontare un pezzo di questa storia. Ne è uscito un libro di un centinaio di pagine che le raccoglie tutte.


Una casa accogliente

Una storia nata nel 1989, nel pieno dell’epidemia di Aids, quando gli ospedali avevano i reparti pieni di malati senza alcuna possibilità di sopravvivenza: fu allora che Caritas decise di creare un posto che potesse essere casa, l’ultima, per quelle persone che in quel momento erano gli ultimi degli ultimi, perché oltre a essere portatori di una malattia che terrorizzava, spesso erano persone che vivevano in strada. «I primi dieci anni sono stati un’ecatombe – ricorda Laura Rancilio, responsabile Aids di Caritas Ambrosiana –. Il Gabrieli per molti fu l’ultima casa, ma anche la possibilità di riannodare legami che si erano spezzati». Le cose iniziarono a cambiare intorno al 1996, quando entrarono in commercio i farmaci antiretrovirali. «Sono stati gli anni della “sindrome di Lazzaro”: persone che avevano addosso una sentenza di morte, improvvisamente iniziavano a stare meglio, potevano addirittura permettersi di progettare un futuro, molti potevano tornare a casa. Sono stati gli anni della progettazione, della ricostruzione e della ricucitura dei legami – dice ancora Rancilio –. Oggi le cose sono ancora diverse. Chi si scopre malato in fase iniziale dell’infezione e si cura non arriva più nemmeno alle case alloggio. Qui continuiamo ad accogliere chi scopre la malattia in stadio avanzato, e quindi l’Aids ha già intaccato in maniera pesante il corpo e spesso anche la mente, oppure chi oltre alla malattia vive altre fragilità sociali». Per l’anniversario, al Gabrieli stanno lavorando su un progetto artistico. Sul tavolo della sala una piccola istallazione rappresenta un tavolo con quattro sedie, ma apparecchiato per tre. Ci sono poi delle scarpe col tacco, e un’altra piccola scultura che rappresenta una borsetta con delle chiavi di casa e dell’auto. Tutte sono dipinte di rosso.


Storia di Luisa e Paola

«Abbiamo deciso di raccontarci attraverso le storie di alcune persone che sono passate di qui. Ogni oggetto racconta una persona, sono storie tutte diverse, perché l’Aids può colpire tutti, anche chi non pensa di essere a rischio», spiega Paola Riccardi. Chi ha a che fare con questa malattia lo dice sempre: non esistono persone a rischio, esistono piuttosto comportamenti a rischio. Non si sentiva a rischio Luisa, una di quelle donne che non faticheremmo a definire normali: Un lavoro, un matrimonio, un figlio, poi la separazione dal marito, come può accadere a chiunque. A un certo punto si innamora e ha per un breve periodo una relazione, poi la storia finisce e lei torna alla sua vita quotidiana, alla solita routine. Passa parecchio tempo prima che Luisa inizi a stare male e all’ospedale faticano a trovare una causa e un nome alla sua malattia. «Proprio per il fatto che Luisa aveva una vita così normale, ci è voluto un po’ perché i medici si insospettissero e le facessero il test Hiv: non era una persona con comportamenti a rischio, tranne quell’unica avventura della sua vita». Se la borsetta con le chiavi di casa e dell’auto dipinte di rosso rappresentano la storia di Luisa, le scarpe col tacco con la trousse dei trucchi raccontano quella di Federica. «Una donna molto bella, che nella sua vita aveva puntato tutto sulla perfezione del corpo. Ma era anche una donna terribilmente fragile, e alla fine anche il suo corpo le si è ritorto contro – ricorda Paola –. La tossicodipendenza, l’anoressia e alla fine l’Aids le hanno mangiato la bellezza. Al Gabrieli ha portato la sua femminilità, ma quando si guardava allo specchio non si ritrovava più, non sapeva più se valeva qualcosa, non vedeva più tutto ciò per cui si era impegnata». È andata e venuta più volte, ogni volta la disperazione la riportava a farsi e a scappare. Alla fine non è più tornata. Torna invece spesso Luisa, dedicando qualche ora di volontariato a quella che è stata la sua casa per il periodo più duro. Come lei, ci sono altri volontari: persone molto diverse, come le molte signore del quartiere che fanno i turni per venire a cucinare e gli uomini che si occupano di lavoretti e commissioni. Oggi al Gabrieli abitano dieci persone, altre vengono un paio di giorni a settimana per frequentare attività e laboratori diurni. «C’è un ex ospite che quando è in malattia dà come indirizzo il nostro, e quando è in ferie viene in vacanza qui e si accampa sul divano. Siamo davvero una famiglia, molto strana, ma famiglia», ride Paola.

 
 

 

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