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Svuotare? Meglio riformare

Amnistia? Indulto? Per rendere vivibili le carceri sovraffollate, dicono gli operatori sociali, bisogna cambiare leggi e pene

di Paolo Riva ed Ettore Sutti

Violazione dei diritti umani. È il reato contestato all’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha concesso un anno di tempo per trovare soluzioni concrete al problema del sovraffollamento nelle nostre carceri. Entro maggio prossimo, l’Italia deve risolvere il problema del sovraffollamento carceraio (65.891 detenuti, a fronte di una capienza di 47.668), oltre a introdurre un sistema di risarcimento per i detenuti che ne sono rimasti vittime. «Una buona società dipende anche dalle proprie capacità rieducative – spiega Ileana Montagnini, esperta dell’area carcere e giustizia di Caritas Ambrosiana –. Il modello della reclusione in carcere è radicato così fortemente che difficilmente riusciamo a immaginare modi diversi di esecuzione di pena. Ma la nostra Costituzione parla sempre di pena certa, non di pena detentiva. E per molti è difficile comprendere che il detenuto rimane tale anche quando è in esecuzione penale esterna». In quest’ottica, il ricorso a misure straordinarie come indulto o amnistia (su cui la nostra politica si è a lungo interpellata e accapigliata, nelle ultime settimane) non aiuta, «perchè non solo non risolve i problemi che stanno alla base dell’attuale politica carceria italiana, ma rischia di annullare il lavoro iniziato con molte persone, rischiando di farle finire nuovamente in carcere. È vero che la recidiva dell’indulto del 2006 è stata valutata attorno al 33,9%, mentre la recidiva abituale, di chi ha trascorso in carcere l’intera detenzione, è il 68,5%. Ma è altrettanto vero che la recidiva delle persone che hanno usufruito di misure alternative alla detenzione è inferiore al 20%. Questo ragionamento, da solo, dovrebbe bastare a convincere anche i più restii che le misure alternative sono lo strumento più efficace per restituire persone alla società». Altro elemento importante dovrebbe essere quello legato alla giustizia riparativa: «Il nostro compito – continua Montagnini – è dimostrare che meno carcere equivale a più sicurezza. Un’equazione che pare impossibile, ma che poggia su percorsi di autentica rieducazione di chi ha commesso un errore e consente la riparazione del danno arrecato alle vittime. Bisogna lavorare per ricucire la lacerazione che il reato ha creato, sia in chi l’ha commesso, sia in chi l’ha subito. Si può stare nuovamente insieme solo perchè ci si è ascoltati».

Sistema da riformare
Indulto e amnistia, insomma, sono indispensabili per la dignità dei detenuti. Ma non hanno senso se slegati da modifiche strutturali dell’intero sistema. «Bisogna riformare il sistema sanzionatorio – spiega Antonella Calcaterra, avvocato e membro dell’Osservatorio carcere dell’Unione delle camere penali italiane –, portando avanti i disegni di legge che parlavano di messa alla prova (non solo per i minori, ma anche per gli adulti) e dell’innalzamento dei tetti di pena per la detenzione domiciliare. In particolare, per fare una riforma strutturale del sistema sanzionatorio servono investimenti di risorse adeguate nel territorio, soprattutto per le misure alternative, che consentano non solo di approvare la riforma, ma di metterla realmente in pratica. La strada da seguire è quella: lo dimostrano esperienze come i lavori di pubblica utilità, che funzionano molto bene».
Secondo l’avvocato Calcaterra, due sono le questioni di rilievo: «Innanzitutto il carcere non può essere l’unica risposta sanzionatoria. Poi credo che sia necessaria una riduzione delle misure cautelari, perché circa la metà dei detenuti che sovraffollano i nostri istituti è in attesa di giudizio. E su questi punti tra gli addetti ai lavori vedo un sostanziale accordo. Ho appena letto un’intervista del presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, che dice esattamente le stesse cose. Le diciamo noi avvocati. Le dice anche il ministro di grazia e giustizia, Annamaria Cancellieri. Eppure le riforme non riescono ad andare avanti».

L’atto isolato non serve
Va comunque riconosciuto che un po’ di lavoro è stato fatto e si sta facendo. Sono state tolte alcune preclusioni all’accesso alle misure alternative da parte dei recidivi. Ma un atto isolato non porta da nessuna parte. «Quello che servono sono essenzialmente riforme strutturali – si legge in una nota emessa dalla Conferenza regionale volontariato giustizia della Lombardia, realtà che raccoglie 29 soci di varia estrazione, dalle Caritas ad Antigone, dalla Sesta Opera di San Vittore a Telefono Azzurro –.
Sono quanto mai necessarie: la ridefinizione delle esigenze cautelari che giustificano l’applicazione della custodia cautelare in carcere, l’abrogazione della diciplina della recidiva come introdotta dalla cosidetta legge Cirielli, la riforma del testo unico sugli stupefacenti e della legge Fini-Giovanardi in tema di detenzione di stupefacenti ad uso personale. E un più deciso ampliamento delle pene alternative. Senza queste riforme, un provvedimento svuotacarceri non risolverebbe il problema».

Serve un atto di clemenza
«Io credo che un atto di clemenza sia indispensabile – spiega però Ornella Fa? vero, direttrice di Ristretti Orizzonti, importante organizzazione di Padova –. Non scandalizziamoci: provvedimenti simili vengono fatti anche all’estero, in California è successo, per esempio. Ritengo, poi, che siano atti di risarcimento: che esempio dà il nostro stato violando la legge proprio con quelle persone che l’hanno violata? Per questo, preferisco considerare amnistia e indulto come atti di giustizia e risarcimento, non di clemenza. Per quanto riguarda la prima, poi, non assistiamo a un’amnistia strisciante ogni volta che un imputato ha avvocati tanto bravi da far finire il processo in prescrizione?».
Il problema è che, in altre circostanze, per esempio nel 2006, non si è approfittato del fatto di essere scesi, dopo un provvedimento eccezionale, a un numero “normale” di detenuti, per varare riforme serie. «È un fatto drammatico – continua Ornella Favaro – perché, nel frattempo, si sono cominciati a vedere gli effetti delle leggi che noi definiamo cancerogene: la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Fini-Giovanardi sulle droghe e l’ex Cirielli. Sono queste leggi ad aver prodotto il disastro cui assistiamo. Oggi non ci sono alternative alla clemenza, ma contestualmente, se non si mette mano a quelle tre leggi, non si risolve il problema, non si cambia il sistema, che sta inutilmente riempiendo le nostre carceri.
La carcerazione, nelle condizioni garantite oggi dalle prigioni italiane, credo che presenti rischi più di qualsiasi provvedimento di clemenza. Una detenzione di questo tipo non rende la società più sicura. Per quanto una certa opinione pubblica si senta sicura solo con i condannati in carcere, bisogna pensare che queste persone finiranno di scontare la loro pena, un giorno. E usciranno più incattivite e pericolose di prima. Per questo sono fondamentali le misure alternative.
Un detenuto che riacquista la libertà è come un sub che torna in superficie dopo un’immersione: non può farlo di botto. Servono gradualità e accompagnamento. Le misure alternative garantiscono proprio questo. Di più: l’affidamento ai servizi sociali dovrebbe riguardare tutti i detenuti negli ultimi tre anni di pena.
Alcuni anni fa avevamo fatto una proposta di legge proprio in questo senso. La società deve capire che il carcere non è un universo separato».