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Si salvi chi può: guerra tra poveri

Questa può essere un’occasione per ripensare ai territori, alla loro cura e rafforzamento, che vuol dire anche rafforzare la prevenzione al di fuori dei servizi, degli uffici. I sistemi di welfare locali, incentrati sull’offerta di servizi del pubblico e del privato sociale, si stanno rendendo conto della rilevanza di mettersi in rete, interconnettersi e lavorare insieme.

di Enrico Panero

Dato il periodo difficile, meglio iniziare dalle buone notizie. Le strutture per l’accoglienza notturna delle persone senza dimora a Torino resteranno aperte 24 ore su 24 fino al prossimo aprile. È quanto annunciato dall’amministrazione comunale durante la presentazione del piano annuale dei servizi rivolti alle persone senza dimora e in condizioni di elevata fragilità per fronteggiare il problema invernale, a cui quest’anno si aggiungono i problemi causati dalla pandemia da Covid-19. Obiettivo del piano è di «continuare ad assicurare accoglienza e tutela, anche in un periodo di particolare emergenza sanitaria». Altra buona notizia è che gli ospiti dei dormitori avranno la possibilità di permanere per più tempo nella stessa struttura, in modo da dare maggior continuità ai percorsi personali e soprattutto evitare i frequenti viaggi per la città alla ricerca di un posto letto, spostamenti ridotti anche dal fatto che le persone potranno consumare il pasto serale nelle strutture dove dormono. Infine, nonostante le necessarie modifiche dettate dal distanziamento, è stato leggermente aumentato a circa 800 il numero complessivo dei posti disponibili. Ciò è stato possibile, sottolineano dal Comune, grazie alla collaborazione con il volontariato e la cooperazione sociale «all’interno del percorso di coprogettazione avviato, a partire dal 2018, dal Piano di inclusione sociale della città». E infatti, in quella quota di 800 posti che comprende oltre alla bassa soglia anche i servizi a progetto, il volontariato e il terzo settore incidono per oltre la metà. Se è certo positivo il tentativo di un’accoglienza coprogettata, che non si limita al posto letto ma cerca di attivare percorsi di inclusione, l’impressione per questo inverno di emergenza sanitaria e sociale è di una sorta di “numero chiuso” e scarse possibilità di accesso per chi è fuori. Alla bassissima soglia, cioè i senzatetto che necessitano di riparo dal freddo invernale e non possono accedere ai dormitori, anche quest’anno è dedicata poi una struttura temporanea di 60 posti gestita dalla Croce Rossa, allestita però come negli anni precedenti con container (30), presso uno spazio della Polizia municipale in zona estremamente periferica (via Traves). I container «sono “salva vita”, permettono di dormire al caldo ma sanno di campo di concentramento, più adatti alle bestie che agli uomini» ha commentato l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, sostenitore invece di un’accoglienza «che tiene conto della persona, delle sue esigenze fisiche e morali», modalità perseguita nei circa 90 posti messi a disposizione dalla diocesi attraverso la Caritas torinese.


Posti ancora insufficienti

Pur comprendendo le difficoltà del momento e riconoscendo i tentativi di dare continuità ai progetti di inclusione, resta il fatto che i posti di accoglienza di bassa soglia messi a disposizione tra pubblico e privato sociale, circa 400 per singoli e 100 per nuclei, sono insufficienti rispetto a una popolazione senza dimora stimata a Torino in quasi 2 mila persone, così come sono meritori ma quantitativamente poco rilevanti gli attuali 50 progetti cittadini di housing first. Bene l’incremento dei posti di ospitalità temporanea destinati all’emergenza sfratti, ma sono 260 mentre la crisi economico-sociale amplifica enormemente il rischio di povertà. «La questione casa non è entrata nell’agenda politica in nessuna sua forma, e se non è successo in una situazione di emergenza sanitaria in cui la casa ha un ruolo centrale, è difficile immaginare quando possa avvenire. Più in generale, non è stata messa a tema la questione delle diseguaglianze» dice Antonella Meo, del Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino. L’epidemia e i provvedimenti messi in atto hanno così spinto ancora più ai margini coloro che non avevano le risorse per gestire né il periodo di lockdown né il distanziamento. Anche perché la crisi ha creato dei nuovi poveri, persone che fino a poco tempo prima avevano una tenuta, un equilibrio. «Si parla di vecchi poveri, di poveri cronici, tradizionali, multiproblematici, mentre poi ci sono i nuovi poveri, in difficoltà economica data la congiuntura, di cui si ritiene di doversi occupare per evitare che ingrossino le fila della povertà. Tutto legittimo, tutti meritano sostegno, però spesso in situazioni come questa l’attenzione nei confronti degli ultimi passa in secondo piano e a fronte dei nuovi chi è indietro rischia di rimanere ancora più indietro» osserva Meo.


Guerra tra poveri

È in corso una guerra tra poveri, in cui chi è più colpito rischia l’esclusione sociale. Secondo Meo, infatti, «questa crisi mette in discussione il modello di sviluppo economico, la tenuta del welfare, dei sistemi di protezione e delle stesse reti informali di aiuto, che pure hanno avuto una certa vitalità, ma anche i fondamenti della cittadinanza sociale. È un po’ tutto da ripensare». In che modo? «Forse questa può essere un’occasione per ripensare ai territori, alla loro cura e rafforzamento, che vuol dire anche rafforzare la prevenzione al di fuori dei servizi, degli uffici. I sistemi di welfare locali, incentrati sull’offerta di servizi del pubblico e del privato sociale, si stanno rendendo conto della rilevanza di mettersi in rete, interconnettersi e lavorare insieme, anche con le reti di aiuto informali e i gruppi di cittadini attivi sui territori».

 
 

 

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