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Scuola del cuore: maestre in corsia

Le maestre prendono in carico i bambini di tutte le fasce di età e le loro famiglie. Nei reparti pediatrici, infatti, i genitori devono obbligatoriamente stare con i figli. In quei momenti la mamma e il papà preferiscono il rapporto con le educatrici alle figure ospedaliere. Nella foto Rossana e Patrizia le due educatrici che operano all’interno dell’Ospedale Sacco di Milano.

di Daniela Palumbo

Quando si parla di eccellenze spesso sentiamo elencare numeri e tabelle. L’eccellenza siamo abituati a concepirla in plusvalore economico, o di immagine. Invece noi vogliamo parlare di un’eccellenza milanese che dispone di pochi numeri e di nessun guadagno. Anzi, è un servizio che il comune di Milano, assessorato all’Educazione e Istruzione, garantisce in perdita. In perdita se parliamo di cifre. Ma noi vogliamo raccontare tutt’altro. Lucetta Ostaldo da tre anni è responsabile dei servizi ospedalieri del Comune di Milano. In particolare, delle educatrici dei reparti pediatrici degli ospedali milanesi. Attualmente sono dodici le educatrici che dai servizi cittadini per l’infanzia (nido o materna) sono approdate in dieci reparti pediatrici di quattro grandi ospedali: Luigi Sacco, Istituto dei Tumori, San Raffaele, San Paolo. «Il loro compito è tessere relazioni –racconta Lucetta Ostaldo –. Noi prendiamo in carico i bambini di tutte le fasce di età e le loro famiglie. Nei reparti pediatrici, infatti, i genitori devono obbligatoriamente stare insieme ai figli. Ci troviamo a mediare fra una diagnosi infausta e il dolore. In quei momenti la mamma e il papà preferiscono il rapporto con le educatrici alle figure ospedaliere. Lì si vede una buona professionista: perché ci vuole testa e cuore. A volte arrivi con il cuore ma poi ti è indispensabile la testa per gestire la difficoltà estrema della situazione, altre volte arrivi prima con la testa ma hai bisogno del cuore per metterti nei panni di quella madre, altrimenti tutto è inutile».

Ancora pochi gli ospedali

Sono pochi però gli ospedali che fanno richiesta della convenzione con il Comune. «Qualcuno l’ha richiesta ma poi non sono in grado di rispettare i parametri che noi chiediamo. Ma io auspico che si possa avviarne altre. Senza nulla togliere alle associazioni di volontariato che lavorano magnificamente, ma non hanno la professionalità e soprattutto la continuità delle nostre educatrici: 30 ore settimanali più 5. Sono le educatrici, insieme ai primari, che gestiscono l’organizzazione della giornata dei bambini in ospedale perché è un luogo dove tutti i giorni non sono uguali. Girano come trottole, ma lo fanno con senso di responsabilità e non se ne lamentano mai». È la stessa Ostaldo a scegliere le persone. Succede che un’educatrice d’infanzia chieda di uscire dall’istituzione scolastica. Ci sono due possibilità: essere spostati nella didattica museale o negli ospedali. Su 200 colloqui che ha fatto in tre anni, solo 30 persone le hanno chiesto di entrare negli ospedali. Solitamente chiedono la didattica nei musei. «Occorrono persone risolte – spiega la Ostaldo strutturate, che non abbiano esperienze di dolore non elaborato alle spalle. Incontro le educatrici una volta al mese, tutte insieme: si raccontano le diverse esperienze, il confronto è importante per me e per loro. Periodicamente, incontrano il primario che valuta le loro, eventuali, nuove proposte sull’organizzazione del lavoro. Inoltre, io da sola vedo il primario in diverse occasioni per capire se ci sono problemi. È capitato solo un caso in cui un primario mi ha detto: «Guardi che quella educatrice porta con sé il proprio vissuto, non è adatta, meglio che stia lontana da questa realtà». E così è stato. Non è facile essere “adatte” a stare con bambini ammalati gravemente. Succede che le educatrici abbiano bisogno dell’intervento della psicologa, garantita dall’ospedale, per chiedere consigli, per sottoporre un caso più complicato, per sfogarsi». «Eppure – conclude – quando capiscono di potercela fare, guai a toglierle da quell’incarico. Non è più possibile. Chi non regge, lascia subito. Ma quando superano l’impatto iniziale allora non le puoi più allontanare, l’ospedale fa parte della loro vita». Abbiamo chiesto all’assessore Francesco Cappelli se ha intenzione di candidare le educatrici all’Ambrogino d’Oro (la massima benemerenza milanese). Sarebbe un peccato non farlo.